Le orme dell’orso [2]
Seconda puntata
Quattro compagni di lavoro lassù, tra le montagne del Bernina: giornate lunghe,
scandite dai turni di lavoro e da qualche passatempo durante le ore libere.
… e quando anche questo veniva a noia, ecco accendersi la fantasia.
Seconda puntata
Quasi simultaneamente i tre ebbero un’idea: costruire le impronte a grandezza naturale e stamparle nella neve intorno alle trappole di Arturo, per vedere come avrebbe reagito. La neve sembrava fatta apposta: non ce n’era troppa ed era alquanto soda e fine, per cui le peste vi sarebbero rimaste impresse alla perfezione.
Niente di più facile per “artisti” come loro. Studiarono le dimensioni su un libro di zoologia. Poi Augusto intagliò due zampe perfette in due assicelle di gembro. Aldo ritagliò gli unghioli da un lamierino galvanizzato, gli diede la curva e la convessità giusta e li applicò agli intagli. Rodolfo, con quattro viti, fissò le orme a un paio di vecchi scarponi. Tutto pronto.
Arturo era sceso in valle per un paio di giorni di congedo e sarebbe tornato solo il giorno dopo. Al chiaro di luna, dopo che l’ultimo treno era passato da un pezzo, Rodolfo e Aldo partirono per la segretissima missione. Ovviamente con le scarpe dell’orso in mano in quanto, per essere credibili, le orme dovevano farle cominciare lontano, e non davanti all’uscio della centrale. Seguendo il sentiero battuto, salirono ai binari fino all’altezza della prima galleria. In un punto spazzato dal vento, Rodolfo cambiò le scarpe e attraversò in lungo e in largo il sedime della ferrovia curandosi di imprimere per bene le orme nella neve. Aldo gli portava gli scarponi e faceva la guardia.
L’orso poteva essere sbucato da sopra, dal bosco o dalla galleria stessa. Rodolfo continuò poi sul pascolo direttamente in direzione della trappola di Arturo piazzata poco distante, e ci fece diligentemente un paio di giri intorno. Raggiunse nuovamente Aldo sulla linea della ferrovia e insieme andarono alla casetta a Li Stablini, dove c’era l’altra trappola. Lì l’orso pestò e frugò come se avesse voluto sfondare la trappola e la porta di casa. Per uno scherzo poteva bastare. Rodolfo si cambiò le scarpe, poi tornarono insieme alla centrale e andarono a dormire, ridendo preventivamente della faccia che avrebbe fatto Arturo all’incredibile scoperta.
Tutti erano propensi a dar credito al fatto sensazionale.
L’ultimo orso della valle era stato abbattuto poco più di 50 anni prima non lontano da quei paraggi, in zona di Caral, da Branchel, famoso cacciatore e pescatore del Cantone giù al lago; e in tante famiglie si parlava ancora di qualche terrificante avvistamento della belva da parte di questo o quel nonno o bisnonno. Erano racconti vivi in cui fremeva l’orgoglio e la paura. Perché non poteva ricomparire l’orso? In quella convalle selvaggia con boschi, rocce, forre laghi e ghiacciai era sempre stato di casa. Di fronte a quella natura vergine, le poche case, le condotte forzate, le centrali elettriche e la ferrovia erano giocattoli da bambini, che di certo non avrebbero fatto paura a quel bestione, se avesse voluto ritornarci. In valle non si parlava d’altro. Se ne parlava anche a Coira, a Zurigo e – ‘stando al si dice’ – persino in qualche università della Germania e sul Times di Londra.
Fine seconda puntata
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Le pagine sono state create dagli allievi di 4. sec
della scuola superiore di Poschiavo, Svizzera
Redatto da Massimo Lardi – lardimassimo@bluewin.ch











