Chiarimenti dialettologici

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Chiarimenti dialettologici

Fin dall’inizio eravamo consci, anzi sicuri, del fatto che il Lessico dialettale della Svizzera italiana (LSI), al suo apparire, avrebbe ineluttabilmente generato delle ossevazioni e prodotto delle aggiunte, delle precisazioni. E ciò, non soltanto da parte degli addetti ai lavori che si sarebbero chinati e concentrati sugli aspetti più tecnici dell’opera, quanto piuttosto da parte di quella fetta di popolazione dialettofona, depositaria del patrimonio lessicale da noi indagato, che si sarebbe lanciata con fervore nello scandagliare il Lessico alla ricerca di conferme delle proprie competenze e conoscenze linguistiche, pronta a offrire il proprio contributo al suo perfezionamento e completamento con annotazioni, suggerimenti e precisazioni di vario genere.

Così recentemente, sulle pagine di questo giornale, per mano del signor Dino Beti di Poschiavo, redatto in stretto vernacolo locale, a testimonianza e a dimostrazione della perfetta padronanza del mezzo linguistico posseduta dal suo estensore, é uscito un articolo di recensione al LSI, titolato 833, dove egli indica quelle che, a suo giudizio, sono alcune deficienze riscontrabili nell’opera: qualche inesattezza contenuta, una certa incompletezza e vaghezza informativa, scarsa praticità  di consultazione, l’impostazione troppo ”ticinocratica». Chiamati così in causa, ed essendo stati sollecitati anche direttamente dallo stesso redattore del giornale, Luigi Menghini, ci sembra doveroso fornire una risposta alle osservazioni prodotte e una spiegazione ai dubbi, che, pare, abbiano turbato – con nostro sommo dispiacere – il sonno e il sogno del signor Beti.

Attestazioni ricavate da materiale cartaceo

In primis, se in dialetto poschiavino sia più corretta e da preferirsi la forma sömöi, da lui conosciuta e da sempre usata, oppure la forma insömöi, o le altre riportate dal LSI, per esprimere la parola italiana «sogno». Al riguardo precisiamo che il LSI si è semplicemente limitato a registrare le attestazioni ricavate dallo spoglio dei materiali cartacei a nostra disposizione, i quali risalgono a tempi lontani e a fonti eterogenee, ma pur sempre autoctone. Così la forma insömöi, che desta qualche perplessità nell’articolista, trova conferma nella raccolta di fogli manoscritti, redatti dal suo compaesano Gaudenzio Olgiati, risalenti alla fine dell’Ottocento e che sono custoditi presso il Centro di dialettologia e etnografia di Bellinzona (CDE). A fianco compare la forma insömögl, a sua volta attestata da altre fonti in nostro possesso, risalenti ai primi anni del secolo scorso. Le inchieste fonetiche svolte nei primi anni del Novecento riportano poi per Poschiavo la variante insumégl, mentre insümögl è reperibile in un componimento poetico apparso sull’Almanacco dei Grigioni del 1945, p. 128, e nell’opera di Achille Bassi “I Pusciavin in bulgia”, pubblicata nei Quaderni dei Grigioni italiano 6, p. 309. A titolo informativo rammentiamo che «sogno» è pure espresso (v. nel LSI la voce sögn 2) dalle forme sömi, riportata nel Lessico poschiavino di Franco Paravicini, uscito a puntate sul settimanale locale Il Grigione Italiano (1973-1975), e insömi, documentata da G. Olgiati, nonché da Johannes Michael (autore di uno studio sul dialetto di Poschiavo, dal titolo Der Dialekt des Poschiavotals, Halle 1905), da Abis De Claris e dall’abate Pietro Monti nel suo Vocabolario dei dialetti della Città e Diocesi di Como (Milano 1845). Quest’opera rappresenta la prima fonte di notizie intorno al dialetto di Poschiavo e raccoglie, fra numerose altre allogene, circa un migliaio di voci locali, ripartite tra il Vocabolario e il Supplemento che vi è annesso, collezionate dall’autore grazie al contributo di due chierici poschiavini suoi collaboratori, eletti a suoi informatori: Luigi Zanetti e Benedetto Iseppi.

L’assenza pertanto nel LSI della variante conosciuta e abitualmente usata dal nostro recensore non è che deponga contro la sua esistenza, genuinità e vitalità, oggi da lui stesso comprovate (informazione di cui prendiamo atto e di cui facciamo tesoro e che provvederemo ad integrare in un’eventuale riedizione). Tutt’al più, dal momento che le fonti più antiche sembrano ignorarla, ne attesta una minore arcaicità, un tratto più innovativo e recente, che si palesa nell’instabilità del prefisso in-, come parrebbe dimostrare l’alternanza di forme contemplata nel LSI sotto il lemma sögn 2.
La forma insömnia ‘sogno’, per quanto possa apparire sospetta (e non solo agli occhi del signor Beti), è stata comunque accolta nel LSI in quanto compare nell’opera citata del Monti, e per essere stata successivamente ripresa dal famoso linguista Carlo Salvioni, in un suo saggio del 1906, sulle particolarità del dialetto poschiavino.

Studi e informatori locali

Altro punto controverso, sollevato nell’articolo, concerne gli equivalenti della parola italiana «pioggia», che secondo il signor Beti, è denominata nel dialetto locale plosna (plósna? o plòsna?) oppure plöfgia, di contro all’attestazione plòsta del Lessico, che gli risulterebbe sconosciuta. Anche qui vale il discorso fatto in precedenza. La voce plòsta nel significato di ‘pioggia’, derivata dal participio passato forte plòst ‘piovuto’, è riportata da una schedina risalente alle inchieste d’inizio Novecento promosse dal Salvioni e redatta per mano quasi sicuramente dell’informatore Cristiano Bondolfi. Aggiungiamo che a Poschiavo troviamo pure attestato plòvia come ‘tempo umido, piovoso, caratterizzato da forti e insistenti precipitazioni’, in una scheda di G. Olgiati, che vi annota: quand ca l’è plòvia ‘quando piove, fa brutto tempo per più giorni di seguito’.

Le difficoltà nel lessico ornitologico

Un’ulteriore curiosità che ha assillato il nostro recensore è quella relativa alla denominazione del ‘gufo’, non solo nel dialetto di Poschiavo, ma anche in altre parlate della Svizzera italiana. Una curiosità che, a suo giudizio, il LSI soddisferebbe solo in minima parte. Va precisato che quando si parla di uccelli o insetti, sotto la stesso nome possono rientrare e annoverarsi specie diverse, con caratteristiche simili. Nella fattispecie, a Poschiavo sono documentate tre possibilità: cücch, da lui stesso reperito nell’opera sulla base di una dritta pervenutagli da un suo compaesano; dügh, riferito soprattutto al ‘gufo reale’, ma talvolta anche all’ ‘allocco’; e lulú ‘gufo’ e ‘allocco’, voce questa raccolta da Paul Scheuermeier e registrata nella carta 508 dell’ Atlante linguistico ed etnografico dell’Italia e della Svizzera meridionale (AIS). Nelle altre località della Svizzera italiana, questo rapace notturno è chiamato in differenti modi. Il LSI ne registra ben 16, che qui elenchiamo in ordine alfabetico nella forma riportata a lemma: caciacavall, ciòcch, düdü, dügh, favrée, lementún, lulú, olócch, orocóm, püll, püv, salambro, sbrágiola, tüll, üi, üü. A queste denominazioni se ne potrebbero aggiungere altre ancora, usate più specificatamente per indicare una particolare specie: barbagián, cavrée, nòcc, sciguéta, sciguetón, tositt, tüitt.

Un vocabolario dal dialetto all’italiano

Le difficoltà riscontrate dal signor Beti nel reperire le informazioni ricercate nascono da un equivoco di fondo che qui val la pena dissipare una volta per tutte. Il LSI è e rimane un vocabolario dal dialetto all’italiano. Esso si configura come strumento di decodificazione che consente di interpretare e capire parole sconosciute del proprio o altrui idioma, che si possono udire, leggere, oppure che già appartengono al proprio bagaglio di conoscenze lessicali ma il cui ricordo risulta ormai sbiadito nella memoria. Il LSI non permette attualmente, se non con grande dispendio di tempo ed energie, partendo dal significato italiano, di risalire alla corrispondente voce dialettale, così come in una guida telefonica è arduo, sulla base della sola conoscenza del numero, risalire al nominativo del suo intestatario. È proprio per soddisfare questo tipo di esigenza, particolarmente sentita dall’utenza, che è in via d’allestimento un indice inverso dall’italiano al dialetto.

Per quel che concerne le forme sciguéta e zivéta, varianti di civéta ‘civetta’, sulla cui genuinità viene avanzata qualche riserva, esse trovano attestazione in schede originali, confermate anche da Olgiati.

Campanilismo infondato

Quanto poi all’asserito carattere «ticinocratico» che contraddistinguerebbe il LSI, ravvisato dal signor Beti nella posizione subalterna riservata alle forme di Poschiavo, riteniamo si tratti di un giudizio affrettato, privo di fondamento, confutato dagli stessi esempi da lui addotti.
La comparsa o meno di una variante a lemma non va addotta a ragioni campanilistiche, ma si spiega più semplicemente sulla base di precisi criteri, stabiliti all’inizio dei lavori per dare omogeneità all’opera, che hanno presieduto e accompagnato l’intera stesura del LSI. Di regola si è posta a lemma la forma meno toccata dall’evoluzione fonetica, quella che meno si discosta dalla base di partenza, oppure la variante di più ampia diffusione. Seguono poi in ordine alfabetico tutte le altre. Per la successione delle località, invece, il criterio adottato è quello in uso presso il Vocabolario dei dialetti della Svizzera italiana (VSI), che inizia con il distretto di Bellinzona e finisce con quello del Bernina, secondo un ordine fisso. La ragione per cui le forme di Poschiavo spesso compaiono in posizione subordinata è da ricercarsi nel fatto che il suo dialetto si contraddistingue per dei tratti più marcatamente connotati e peculiari rispetto ad altre varietà locali, al punto che la località di Poschiavo detiene il record delle citazioni singole con ben 7490 attestazioni. Innumerevoli sono poi i casi di forme poschiavine poste a lemma, seguite da quelle delle altre regioni della Svizzera italiana in subordine (v. ad esempio aónda, brödan, dína, imbütá, piséra, rógan, sbriscigaòla, scüdeléra 1, sicüra 1, sóna, üta, tanto per citarne alcune).

Dialogo benvenuto

Nella speranza di aver fornito un’adeguata e soddisfacente risposta alle osservazioni del signor Beti e di aver con essa fugato le sue perplessità, gli siamo grati per averci dato, con questo suo intervento, l’opportunità di illustrare e charire quegli aspetti intrinseci e meno noti del LSI, che talvolta possono essere – come nel suo caso – motivo di incomprensioni e travisamenti. In considerazione anche del contributo informativo che egli potrebbe offrire con la sua conoscenza attiva del dialetto locale, saremmo lieti che il signor Beti continuasse ad annoverarsi pure in futuro fra i nostri assidui e attenti lettori, così come ha dimostrato di essere.

Redatto da Redazione del CDE – decs-cde@ti.ch