“Parto a domicilio? Sì, ma non per tutte”

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Parto a domicilio o parto in ospedale?
Dopo “andare o restare” e “fusioni comunali” una nuova discussione per “Le ragioni degli altri”. In questa prima intervista sentiamo l’opinione di Serena Bonetti Bontognali, medico in Valposchiavo e madre di tre figli. Come al solito, alla sua lettura della realtà ne farà seguito, fra pochi giorni, una diversa.



Ci racconta che rapporto ha con la maternità?

Penso sia davvero uno stato interessante. Però chiedere ad una donna il suo rapporto con la maternità è un po’ come chiederle il suo rapporto con il suo cuore o i suoi reni: voglio dire, quando una donna è incinta, vive insieme a questa pancia che cresce, non è che ci pensa ogni momento.
Cambia invece tanto il modo di sentire le cose attorno, si sviluppa una sensibilità diversa, e si prende via via coscienza della responsabilità che questo comporta. Poi, se una donna sta bene e non ha problemi, vivrà davvero bene anche la gravidanza, se invece non si sente bene può essere un periodo difficile e non solo gratificante. Ma la maternità non dura solo nove mesi, ti accompagna poi tutta la vita, quindi il tempo delle nausee, o di altri disturbi si relativizza tantissimo!



Lei è madre di tre bambini, tutti nati in ospedale?
Sì, e con convinzione. E con un ricordo dei parti e del puerperio in ospedale bellissimo!

Saprebbe ricostruire all’incirca una cronistoria delle gravidanze in Valposchiavo? Da quando le persone hanno acquisito la possibilità di partorire in una struttura ospedaliera anche nella nostra valle?
Io sono a Poschiavo solo da vent’anni, ma so che all’ospedale S. Sisto si è sempre partorito. Negli anni 60, ai tempi del baby-boom, si arrivava anche a 120 nascite all’anno. È chiaro che prima della costruzione dell’ospedale quasi tutte partorivano a domicilio.

Circa 30 anni fa, per motivi vari, le donne preferivano recarsi in Engadina per partorire. Probabilmente erano anni in cui c’era una certa attrazione verso lo specialista e la medicalizzazione del parto. Queste trasferte non erano però prive di complicazioni: capitava che la donna dovesse rimanere già giorni o settimane prima della data del parto in zona, oppure rischiare un travaglio in macchina, e persino c’è stato chi ha partorito durante il tragitto.

A questo periodo ha quindi fatto seguito un certo ripensamento, sia da parte delle donne, sia dei responsabili della sanità in valle: ci si è accorti che per tenere le donne a partorire a Poschiavo bisognava migliorare l’offerta. Negli ultimi 20 anni e tutt’oggi, a parte casi particolari, le donne scelgono di partorire in valle, e in ospedale. Sono davvero pochi i casi di parto a domicilio.


Si ricorda, o ha sentito parlare di un tempo nel quale si partoriva a domicilio? Quale significato dà a quei ricordi o racconti? Che cosa le smuovono?

Io appartengo ad una generazione in cui il parto a domicilio non era abituale, era semmai una scelta; dopo essere stato, ai tempi di mia nonna, una necessità, tornava ad essere un po’ una moda di nicchia. Sicuramente il progresso della medicina ha medicalizzato troppo un evento naturale come il parto. Per questo alcune donne rifiutano certi ingranaggi e cercano di tornare ad un approccio più naturale, e scelgono quindi di partorire a casa.

Che cosa pensa della scelta di partorire al proprio domicilio oggigiorno?
Non sono contraria ma non credo che tutte possano partorire in casa. Fin che non si ha partorito non si riesce ad avere un’idea oggettiva di cosa significhi, e neanche si conoscono le proprie capacità di stare tranquille, rilassarsi, sopportare il dolore.

Personalmente credo che il primo figlio sia meglio partorirlo in ospedale, al limite come parto ambulante (si va cioè a casa due ore dopo il parto). È vero che è un evento naturale ma ci sono sempre delle complicazioni possibili o urgenze dell’ultimo momento che richiedono un intervento tempestivo per la salute soprattutto del bambino. Organizzare un parto in casa presuppone anche una levatrice disposta ad accompagnare la donna a domicilio e un medico pure a disposizione. Credo che il medico che segue la donna durante la gravidanza può capire se la donna “ è adatta” ad un parto a domicilio.

Lei lo consiglierebbe a una sua assistita? Se sì perché, se no perché?
Considerando la situazione che abbiamo a Poschiavo non lo consiglierei, perché il reparto di maternità all’ospedale S. Sisto è così famigliare e rispettoso della donna che è come partorire in casa, ma con un servizio alberghiero aggiunto! Le levatrici si occupano della partoriente fino in fondo, non cambiano il turno a metà travaglio. Il parto è poco medicalizzato, la donna è libera di muoversi, di stare nella posizione che vuole, seduta, a letto, nell’acqua. Non c’è via vai di personale curante, è davvero un ambiente tranquillo.

Anche il dopo parto non va sottovalutato. Col primo figlio può essere complicato trovare il ritmo, la sicurezza. L’allattamento va sostenuto e seguito, solo così poi funzionerà senza problemi. In ospedale, nel puerperio, la donna è ancora seguita dalla stessa levatrice, che saprà intuire tutte le emozioni belle e brutte che passano e travolgono in quei giorni.

Certo che si sentono altre realtà, soprattutto nei grandi centri ospedalieri, dove la donna che partorisce diventa un numero e il parto è molto medicalizzato: lì capisco molto di più la scelta di un parto a domicilio.

Le è mai venuta la curiosità di come sarebbe stato partorire al proprio domicilio?
No, proprio no. Mi è piaciuto troppo in ospedale: a parte l’intimità che comunque non è mancata, ho apprezzato il lato organizzativo. C’era qualcuno che puliva, cambiava le lenzuola, cucinava, eri servita, coccolata, ed era sicuramente meno impegnativo ricevere le visite all’ospedale che non a casa. E poi potevo godere tantissimo il bambino, proprio perché non ero occupata da altre mansioni.

Quali sono per lei i vantaggi di una simile scelta e quali gli svantaggi?
I vantaggi del parto in casa sono forse la possibilità di starsene poi in un lettone anche col marito! Forse qualcuna può sentirsi più libera. Se hai altri figli, non rimani lontana da casa, ci si può emozionare tutti insieme. Ma questi stessi vantaggi possono anche trasformarsi in stress. Una donna vedrà lo stesso i lavori che vorrebbe fare e finirebbe per non riposare davvero.

Per il parto stesso, da medico, non posso non pensare alle complicazioni possibili. Ma è vero che un parto normale dove tutto fila liscio è sicuramente una bell’avventura a domicilio. Per la mamma poi, se tutto va bene, rimane sempre una sorta di orgoglio, per essere riuscita a vivere l’evento nel modo davvero più naturale possibile.

Pensa che in futuro ci possa essere un incremento delle persone che decidono di partorire a domicilio, o ritiene che la maggior parte delle persone sceglierà una struttura ospedaliera?
Io credo che dipenda dalla qualità che un ospedale potrà offrire, dall’attenzione che verrà posta alla donna, all’allattamento, alla relazione con il nuovo nato. Dipenderà dalle levatrici e dai medici, dalla loro esperienza, da quanto sapranno non medicalizzare. E dipenderà anche dalle finanze, da quanto si investirà nel personale, dalla durata di degenza, dai costi delle cure.

Dipenderà anche dalle mode, e dalla sensibilità delle donne.



Per approfondire:

  • Tutti gli articoli delle discussioni precedenti li trovi qui: Discussioni -> Le ragioni degli altri -> Andare o restare oppure Fusioni comunali (per visualizzare soffermarsi col mouse sulla voce “Le ragioni degli altri”)

P.S.: immagine in evidenza da: www.4-tempi.org