Coabitazione coatta

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Convivenza grigione
“A questo punto dobbiamo chiederci se ne è valsa la pena uscire da uno stato naturale per contrarre un matrimonio improprio e magari anche infausto.”

La nostra, quella di cui si parla nella Costituzione e oggetto di questa rubrica, è una convivenza storica maturata positivamente attraverso i secoli. È cresciuta tanto da farne principio e perno di ogni discorso. A torto o a ragione ci piace citarla per definirci grigioni e sentirci depositari di un DNA particolare. Orgogliosi la sventoliamo agli ospiti o appena lasciamo i confini la presentiamo come biglietto da visita. Tuttavia negli ultimi tempi la carta di identità grigione, a cui tanto teniamo, sembra aver perso del suo smalto.

Per alcuni la vita comune grigione, fondata finora sul trilinguismo e su un lungo processo di coesione politica, più di una convivenza positiva, sta per trasformarsi in una coabitazione coatta o se si vuole in una partnership con contratto modificabile o revocabile a piacimento. Il Cantone, per gli innovatori, dovrebbe adeguarsi ai parametri del consumo perché solo se sappiamo pensare e parlare come il mercato impone la sopravvivenza è garantita.


In altre parole, si vuole che i grigioni assomiglino sempre più a una specie programmabile o ai destinatari dei nostri prodotti. Si pretende l’adattamento immediato a un disegno puramente economico, dimenticando gli aspetti più propri dell’uomo come quelli culturali e sociali. In ottemperanza a questi bisogni, oggi è più facile ottenere il consenso per edificare una torre di vetro in mezzo alle Alpi che aprire una feritoia in una cascina su qualche alpeggio isolato, è più pensabile la distruzione di un monumento storico che il suo ripristino, una scuola in funzione di qualche azienda americana che in funzione delle nostre esigenze, la caccia a orsi e a lupi che il ritorno nei loro spazi.

Ora, se ben guardiamo, dobbiamo costatare che quanto il progresso auspica, ma che tanti paventano, è già in atto da tempo. Negli ultimi decenni importanti trasformazioni territoriali, economiche, sociali e culturali hanno decretato la fine della civiltà contadina. Conseguenza immediata ne è stata l’accelerazione dell’esodo rurale verso la città e rispettiva caduta dell’attività primaria, l’abbandono di insediamenti temporanei che lasciano posto all’avanzata del bosco, il cambiamento di utilizzo del patrimonio edificato, la disordinata crescita edilizia, ma soprattutto la cancellazione fisica degli spazi e delle peculiarità culturali.

In cambio ci troviamo in un ambiente sempre meno abitabile: rifiuti, CO2, fiumi prosciugati, laghi sterili, cascate mute, insediamenti abbandonati, villaggi squarciati dal traffico. Il comportamento utilitaristico ha ridisegnato il paese trascinandoci in una convivenza impari in cui uno è sempre più padrone e l’altro sempre più servo. A questo punto dobbiamo almeno provare a rimettere in gioco quello che ritenevamo punto d’arrivo e chiederci se ne è valsa la pena uscire da uno stato naturale per contrarre un matrimonio improprio e magari anche infausto.


Nando Iseppi

Docente di italiano e di storia alla Scuola cantonale grigione