Intervista a Pippo Pollina, cantautore palermitano che vive a Zurigo
IL BERNINA regala a tutti i suoi affezionati lettori, in esclusiva, l’intervista a Pippo Pollina fatta il 18 febbraio 2012, giorno in cui il cantautore si è esibito all’ex-cinema Rio di Poschiavo.
A porre le domande è Birgit Eger, docente alla scuola svizzera a Bergamo. Pippo Pollina offre vari spunti sui quali pensare ad esempio la nostra situazione vantaggiosa di minoranza. Secondo lui noi guardiamo all’Italia con il cuore, ma con la testa siamo rivolti a nord. È bello leggere la sua esperienza a Poschiavo, è felice di ritrovare amici di lunga data. Non voglio svelarvi troppo! Buona lettura…
Ad aprile riceverai il “Kleinkunstpreis”, il premio della scena svizzera a Thun. Che significato ha questo premio per te?
Pollina: Questo premio ha un grande significato perché vedo che il tipo di messaggio che intendevo portare in Svizzera è arrivato. Ed è arrivato presso quella utenza che è la scena culturale della Svizzera tedesca dove vivo da più di vent’anni.
Ed è arrivato talmente tanto che si è scelto di dare un premio ad un italiano che di certo non rappresenta dal punto di vista culturale, sia dal punto di vista linguistico, che dal background ecc. un tipico elemento svizzero per eccellenza. Quindi io ero sorpreso insomma, quando me l’hanno detto. Ho pensato che era uno scherzo, perché ci sono tanti colleghi molto bravi, insomma, che rappresentano molto di più diciamo un elemento culturale elvetico di me.
Canto in italiano, ed anche in siciliano, ma diciamo soprattutto in italiano, che è una lingua della Svizzera, è vero, ma è una lingua comunque marginale oramai della Svizzera, che anche in Svizzera tedesca non è più tanto parlata. Non è più oggetto di grande interesse. Per cui…e l’immigrazione italiana non è più come quella degli anni settanta, non è più quella immigrazione presente, portatrice di una cultura fervida e ricca di spunti interessanti, quindi…
Invece mi ha colpito la motivazione che era scritta in calce all’annuncio del premio, dove si parla di un tentativo di gettare un ponte fra le varie culture. E attraverso tante collaborazioni avvenute con tanti artisti di madrelingua diversa. L’unità e l’impegno civile, ecco queste due cose.
Il ponte che fa un cantautore del tuo livello tra il mondo italiano e quello della lingua tedesca, tra Svizzera e Italia, è fatto meglio di quello di un ambasciatore?
Non ci sono dubbi. Non corro neanche il rischio di sembrare troppo presuntuoso, non sono il tipo… Ma su questo non c’è alcun dubbio, che chi è espressione di una cultura attraverso un’arte rappresenta un modo, un sistema di collegamento che un ambasciatore non riuscirà mai, attraverso la sua politica e attraverso la sua organizzazione, a significare per le due culture. Quindi non ci sono dubbi che il mio lavoro ha una funzione estremamente più importante – con tutto il rispetto – di quello di un ambasciatore. E forse è proprio per quello che non ho alcun contatto con questa gente. E lavoro in maniera assolutamente distinta, non ho rapporti né di tipo economico né di tipo politico-culturale, con l’Italia organizzata. Non mi hanno mai organizzato un concerto, non mi hanno mai riconosciuto, io lavoro con la gente. E ottengo dei risultati che loro non riusciranno mai ad ottenere. Ma questo lo faccio perché la mia è una vocazione, non è un lavoro così, io faccio musica, sono un musicista. Se poi quello che riesco ad ottenere attraverso la mia musica è anche una sensibilizzazione dei popoli, allora sono contento del risultato di un impegno.
Un amico di Poschiavo mi ha detto che qui, come in tutta la zona della Svizzera italiana, politicamente guardano verso nord, ma culturalmente guardano verso sud. E’ così?
Non c’è dubbio. Il motivo è chiaro. Una cosa è il cuore, una cosa è la testa. Il cuore guarda verso sud, la testa guarda verso nord.
Quello che mi piace di questo modo di vedere è che questo amico non l’ha detto come se fosse una cosa schizofrenica, anzi, e come dire, io guardo in tutte e due le direzioni, appunto la testa e il cuore. E’ come una persona che parla due lingue, è una cosa in più.
Qui non sono d’accordo. E capisco anche, probabilmente io se vivessi qui, farei la stessa cosa. Però bisogna dire le cose come stanno e chiamarle con il loro nome, se no si fa diciamo un’ operazione bugiarda. E’ ovvio che per un poschiavino o per uno che abita nel Grigione italiano vi è un’aderenza culturale con l’Italia che è naturale e data dalla lingua, ma data anche dal background culturale. Appartieni culturalmente a quell’area insomma. Ma dal punto di vista economico è meglio appartenere all’altra area, no? Quindi non c’è dubbio che sotto un certo profilo fare parte di una minoranza ti rende anche particolare.

In che senso fare parte di una minoranza ti rende particolare?
Ti rende particolare, perché se tu sei rappresentazione culturale di una minoranza, automaticamente ti si vede. Perché siete in pochi, i romanci sono pochi, quindi ci sono le istituzioni che salvaguardano particolarmente la lingua romancia attraverso una serie di incentivi economici. E’ un po’ la posizione di – che ne so – del Südtirol in Italia. Il Südtirol culturalmente guarda all’Austria, ma politicamente guarda all’Italia. E’ chiaro perché grazie alla loro posizione hanno degli incentivi economici grossissimi, e allora non conviene andare via, come dire, se ritornano alla madre-patria austriaca, sono tirolesi come tutti gli altri e perdono la loro posizione vantaggiosa. Quindi il cuore guarda a nord, e la testa guarda a sud. Da loro è il contrario. E’ questo il punto. Anche qui vale lo stesso discorso.
E la cultura cosa può fare, p.es. la musica?
La cultura può fare tantissimo. Ma bisogna essere in grado di produrre culturalmente qualcosa d’interessante. La cultura è un’espressione dell’umanità, quindi se l’umanità non produce, se l’umanità è arida, anche la cultura diventa arida. Quindi è ovvio che questa crisi d’identità dipende anche da una crisi culturale forte che il mondo italofono ha avuto e continua ad avere.
Quindi stiamo parlando di una crisi di tutto il mondo italofono?
Secondo me si, anche dal punto di vista culturale l’Italia ha prodotto poco o nulla negli ultimi trent’anni. Quindi ecco che anche oltralpe l’immagine che l’Italia ha avuto negli ultimi trent’anni è nettamente scaduta, rispetto a quella che aveva negli anni settanta, dove invece era fortissima, era forse la cultura più importante in Europa.
Come nella tua canzone “ridatemi la musica degli anni settanta”…
Si la musica, ma anche la letteratura, l’architettura, il teatro, tutto quello che c’era in Italia non c’era da nessuna parte in Europa, era la cultura dominante negli anni settanta. Poi l’Italia è stata oggetto di una strategia diciamo di abbassamento di livello intellettuale precisa, politica, nata da una egemonia e da una oligarchia che ha scelto l’Italia per fare certe cose, e quindi tutto è finito. Diciamo che l’intellighenzia italiana non ha saputo reagire a questa situazione. E oggi ci ritroviamo a essere un paese ignorante, un paese che si è perso, che ha bisogno probabilmente di 50 anni per riprendersi. Deve produrre una nuova generazione di persone che sono in grado di riposizionarsi a livello internazionale in maniera interessante per il paese.
Questo potrebbe anche essere una spiegazione perché non sei molto conosciuto in Italia?
Allora io non sono molto conosciuto in Italia, pur avendo il mio pubblico. Devo dire che non mi lamento perché questa è una mia caratteristica, cioè da Siracusa a Bergamo ci sono quelle 100 o 250 persone che stanno aspettando che io torni per venirmi a sentire. E’ così ed è bello per me sapere che in Sardegna, in Puglia, a Roma, ovunque io vada c’è il mio pubblico che mi aspetta. Questo per me è più importante che avere quel successo diciamo così.
Lì la cosa è un po’ più complessa, io non vivo in Italia, ho scelto di non vivere in Italia da 25 anni da questa parte. E quindi l’Italia è un paese che ha bisogno della forte presenza fisica, cioè io dovrei stare là e coltivare rapporti, con i mass media, con i giornalisti, con gli organizzatori dei festival. Allora se io vivessi in Italia, se io avessi vissuto in Italia tutto questo tempo, non c’è dubbio che avrei un’utenza italiana molto molto più significativa rispetto a quella che ho. Ma ho scelto di vivere altrove e quindi di non essere sul territorio. Non vivendo sul territorio – l’Italia è un paese che vive la territorialità – è evidente che io pago questo.
Ma non c’è solo questo elemento, c’è anche l’elemento che la canzone d’autore è un’arte desueta in Italia. E’ un’arte che interessa oramai una minoranza. Gli articoli che io vendo sono articoli che prima erano popolari, negli anni settanta fino a metà degli anni ottanta erano articoli che interessavano il popolo, e oggi interessano un’utenza molto limitata.
Venire in questa zona di confine, cosa significa per te?
Ma di volta in volta è una cosa diversa. Qui il rapporto esiste, e la mia presenza qui è stata fortemente voluta da quest’associazione che voleva assolutamente organizzare un concerto, perché hanno sentito le mie canzoni e miei dischi. volevano assolutamente che io venissi quindi ho capito che dietro c’era un impegno. Infatti si sono impegnati, sicuramente sarà una bella serata oggi. Perché hanno cercato di coinvolgere un po’ di gente con il passaparola, facendo ascoltare… poi con Poschiavo ho un rapporto personale perché durante i primi anni che io vivevo in Svizzera venivo spesso a suonare qua. Perché c’era un gruppo di persone che seguiva la mia musica e abbiamo suonato quattro, cinque volte ogni anno. Poi il rapporto si è esaurito perché questo gruppo di persone si è sciolto, sono andati via, chi a Zurigo chi a Berna, quindi a Poschiavo non era rimasto più nessuno. Questa oggi è l’altra generazione che ha raccolto quel testimone, sono i figli di quelli là che adesso si sono appassionati e mi chiamano. E’ bellissimo! E io vengo suonare nello stesso teatro dove ho suonato vent’anni fa, l’ultima volta a Poschiavo ho suonato vent’anni fa.
Per la prossima volta, la prossima generazione… Spero di no dai. Spero di tornare presto, molto prima. Comunque sono curioso di stasera, vediamo un po’.
Sono curiosa cosa sarà l’eco in Italia (al premio che P.P. riceverà ad aprile di quest’anno), dalla stampa o anche dal mondo della musica, a un messaggio come il tuo. Forse abbiamo bisogno di un contro peso a degli eventi come p.es. Sanremo…
Il problema è il sistema del potere che alimenta sempre. La cultura del sistema nutre se stessa. Quindi tu com’è che puoi fare qualcosa contro? Facendo sapere alla gente che esiste anche dell’altro, no? E questo oggi si può sapere soltanto con i mezzi di comunicazione, che sono in mano a quelle stesse persone che alimentano la loro cultura del potere. Quindi ecco che anche i grandi giornali, i grandi quotidiani che sostengono politicamente altre aree, che non siano quelle diciamo così della destra, in realtà fanno parte dello stesso sistema del potere. Ecco quindi un giornale come la Repubblica che cosa fa, anziché ignorare il festival di Sanremo e dedicarsi ad altro, manda i suoi migliori giornalisti al festival di Sanremo e tutti i giorni c’è anche lì tre pagine sul festival, criticano ma stanno lì. Fanno parte del gioco. Perché anche loro alimentano questa cultura del potere, che serve a dare forza a chi arriva al potere. Allora tu in fondo aspiri ad arrivare al potere per avere tu in mano le redini del gioco.
Purtroppo l’Italia è sempre stata così, come paese. Dove è uno spirito indipendente che eleva diciamo la plebe a popolo, – in Italia c’è la plebe e il popolo, il popolo è un concetto che ha coscienza, invece la plebe è quella massa informe che va dove va il vento. Questo è molto triste, sì. Ed è quello che crea l’equivoco. Perché ad un certo punto non sai più cosa scegliere, sei confuso, c’è confusione. Dici, ma come, anche l’altro… e alla fine dove vai a parare?
Il senso civico, l’impegno da dove nasce? Anche il coraggio per esempio come nella tua canzone “grida no!”
Ma coraggio… penso che ci sono tanti che scrivono canzoni così, magari non hanno la fortuna di pubblicarle. Forse per me è più facile perché sono fuori dai giochi, sai. Quindi io vivo fuori, all’estero, ho la libertà – che viene dal fatto di non doverci vivere, dal mio successo in Italia. Cioè io rispetto ai miei colleghi in Italia ho un vantaggio: avendo successo all’estero, me ne posso fregare altamente se i miei dischi in Italia vendono o non vendono, se faccio concerti o non li faccio, se non viene gente … non me ne frega niente. Quindi ho la libertà di dire e fare quello che voglio, tanto vivo quasi di un’ altro mestiere, no, nel senso che la mia musica all’estero mi aiuta a sovvenzionare la mia musica in Italia. E ha il vantaggio che io ho la libertà di dire quello che voglio. Mentre altri no, altri invece devono fare qui venti concerti l’anno, altrimenti non portano a casa i soldi per vivere. E quindi devono fare attenzione a come dicono, quello che dicono ecc. Io no.
È una fortuna potere vivere in libertà.
Certo, ma non me l’ha regalata nessuno questa fortuna. Non è che lì c’è la dea che arriva dal cielo. Ho fatto un tipo di scelta che in un certo momento poteva anche non essere fortunata, invece è andata bene, e questa cosa oggi mi consente di andare ovunque, me ne frego io, di tutti. Questo è una cosa che sicuramente tanti colleghi in Italia non possono fare.
E quindi nel fare un disco devono pensare: come lo faccio? l’editore, il discografico, lui vuole fare così, mi devo vestire così, ecc. Con tutti pro e contro.
Sono sicura che avremo ancora tanto bisogno di persone come te che parlano di libertà. Grazie per l’intervista.
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