L’opinione del consigliere nazionale Candinas
Ancora una volta l’ASNI, rispettivamente l’UDC, torna a sottoporre ai cittadini un oggetto relativo a uno dei suoi temi prediletti: i diritti popolari.
A detta dei promotori dell’iniziativa, questi devono essere ulteriormente ampliati per rafforzare la nostra autonomia. Una proposta a prima vista accattivante, ma cosa chiedono esattamente gli iniziativisti? L’iniziativa vuole introdurre l’obbligo di sottoporre al voto popolare quattro tipologie di trattati definiti “importanti”. Si tratta, in primo luogo, degli accordi che introducono un’unificazione multilaterale del diritto in settori ritenuti importanti. Secondariamente, dei trattati che obbligano la Svizzera a trasporre future disposizioni contenenti norme di diritto in settori importanti. Terzo, degli accordi che delegano competenze giurisdizionali a istituzioni internazionali o estere nei settori più importanti. Quarto, dei trattati che comportano nuove spese uniche per oltre 1 miliardo di franchi o nuove spese ricorrenti per più di 100 milioni di franchi l’anno.
Se accettata dai cittadini, l’iniziativa provocherebbe un notevole incremento degli oggetti da sottoporre a referendum obbligatorio. Oggi un accordo internazionale è posto in votazione popolare a seguito della riuscita di un referendum facoltativo (per il quale vanno raccolte almeno 50’000 firme in 100 giorni). Con l’approvazione dell’iniziativa dell’ASNI il popolo sarebbe chiamato ad esprimersi sulla sottoscrizione della quasi totalità degli accordi internazionali, ovvero su quelli ritenuti “più importanti”. Tuttavia, la definizione di questi “settori importanti” sembra non essere chiara al 100% nemmeno agli stessi iniziativisti.
Dobbiamo quindi seriamente chiederci: di quanti e quali diritti popolari necessita il nostro Paese? Dall’introduzione del referendum facoltativo nel 1867 (ma già dal 1848 con il referendum costituzionale) i diritti popolari sono stati continuamente aggiornati e adattati alla volontà dei cittadini. L’iniziativa chiede ora che tutti i trattati internazionali, come possono essere per esempio il “Protocollo su acqua e salute della Convenzione del 1992 sulla protezione e l’utilizzazione dei corsi d’acqua transfrontalieri e dei laghi internazionali” oppure la “Convenzione internazionale per la protezione delle novità vegetali e la modifica della legge federale sulla protezione delle novità vegetali”, vengano sottoposti a referendum obbligatorio. Una proposta, a mio parere, eccessiva e inutile. Infatti, già oggi gli accordi internazionali possono essere sottoposti al giudizio del popolo ricorrendo al referendum facoltativo. Ovvero, nel caso in cui almeno 50‘000 cittadini o otto Cantoni lo ritengano necessario. Lo scoglio della raccolta firme è facilmente superabile per qualsiasi partito o associazione attivi su piano nazionale, proprio come sono l’UDC e l’ASNI. Anche i movimenti giovanili sono in grado di raccogliere le sottoscrizioni necessarie per la riuscita di un referendum.
Gli scrutini implicano costi non indifferenti per Confederazione, Cantoni e Comuni. Contenere il ricorso allo strumento del referendum e di conseguenza il numero delle votazioni popolari è quindi nel pieno interesse dei cittadini-contribuenti. Infine, elemento ancora più importante, non è certo estendendo all’eccesso il numero di votazioni popolari che la democrazia diretta potrà guadagnare nuova forza e credibilità. I diritti popolari servono a legittimare – e quando ritenuto opportuno a correggere – le decisioni del Parlamento. I diritti popolari non sono stati concepiti come strumenti elettorali e non vanno banalizzati. Il prossimo 17 giugno diciamo quindi NO all’iniziativa “Accordi internazionali decida il popolo”.











