La Svizzera al cospetto di un’eventuale depressione europea

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Un contributo di Roberto Weitnauer
Il Fondo Monetario Internazionale l’ha detto molto chiaramente pochi giorni fa: forse l’Europa non ce la farà.

L’Fmi stesso è attualmente al centro di una bufera, dopo che l’advisor per l’Europa ha rassegnato le dimissioni, affermando che il fondo avrebbe a lungo occultato le difficoltà dell’Unione, portandola sul bordo del baratro. Non sappiamo se questo sia l’inizio della fine per l’euro. Draghi afferma perentorio che la valuta comune è irreversibile e che l’Europa ce la farà, ma l’allerta è davvero massimo. Alcuni analisti parlano già di “tempesta perfetta”, alludendo a una concomitanza di cause devastanti in stile anni ‘30.

Come si porrà la Svizzera al cospetto di un eventuale tracollo europeo? Ci sono fattori primari che concorrono a fortificare la sua condizione e altri che la minacciano gravemente. Cominciamo dagli aspetti positivi più semplici, ossia dal punto di vista commerciale. L’elemento più rilevante è costituito dallo spostamento del baricentro degli affari verso le economie emergenti; il fenomeno è per la Svizzera proporzionalmente più marcato e redditizio che per altre nazioni occidentali.


Roberto Weitnauer (foto in alto a sinistra) vive fra Poschiavo e Milano. Ingegnere idraulico e già attivo nel marketing industriale, è uno studioso appassionato di questioni scientifiche e di “sistemi”. Il sistema economico-finanziario è un tipico “sistema retroattivo”.


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Il nostro paese conta diverse multinazionali che operano da tempo in giro per il mondo, usufruendo di minori costi di produzione ed evitando l’aggravio del cambio. Inoltre, il “made in Switzerland” inizia ad andare forte in Asia (orologi, ma non solo). Va annoverato al proposito il recente successo ottenuto in Cina dalla delegazione capeggiata dal consigliere federale Schneider-Ammann. Sono stati piantati i primi paletti per un accordo di libero scambio. È un passo cruciale per il nostro futuro.

La Cina e altri paesi in forte sviluppo richiederanno più prodotti e servizi nostrani di quanto la Svizzera ne importerà dalle nuove economie. E questo ci porta a un secondo elemento positivo significativo: la condizione congiunturale della Svizzera, dipendente appunto anche dalle esportazioni. Qualche accenno tecnico è a questo riguardo d’obbligo.

La grave malattia dei Piigs, i paesi più deboli dell’eurozona, è notoriamente il debito pubblico, maturato in decenni di cattiva gestione. La Svizzera è indebita più o meno stabilmente di circa 4 franchi ogni 10 franchi di ricchezza annua creata. Si tratta di una percentuale bassa, controllata dalla Costituzione, facilmente sostenibile e tre volte inferiore a quella dell’Italia, ad esempio. Una nazione che ogni anno si arricchisca di due volte e mezza la sua esposizione non pone particolari rischi a chi su di essa voglia scommettere. È questo un fattore di stabilità che limita i tassi, facilitando gli investimenti e i relativi ritorni.

Se tuttavia ci fermassimo a questa valutazione saremmo miopi; per fortuna, il vantaggio della Svizzera è più sostanziale. Per capirlo basta un’equazione: il surplus annuo di risparmio pubblico e privato di una nazione deve bilanciare la variazione del suo saldo import/export. Se non è così il Pil (la ricchezza creata) cala ed è recessione. Ora, l’andamento del commercio estero dei Piigs non è affatto favorevole, il che significa che per promuovere l’economia i loro cittadini dovrebbero consumare e le aziende investire, cosa che però non succede nelle crisi, quando l’intero settore privato tende al risparmio.

Resta una scappatoia: dovrebbe essere lo stato a stimolare l’economia, mettendo a disposizione nuove risorse. Per i paesi deboli questo implica fare ancora deficit e quindi incrementare lo stock del debito. Intendiamoci, la via è percorribile, persino auspicabile, posto che si sappia tenere la rotta. Peccato che la signora Merkel non si fidi delle bussole dei Piigs, temendo che il loro disavanzo finisca per rispecchiare sprechi e non sia di supporto al Pil. L’ordine tassativo (fiscal compact) è dunque: tirare la cinghia.

Ci si chiede a questo punto come potranno mai crescere i paesi in difficoltà se li si mette ancora di più in difficoltà. In effetti, si tratta di un dilemma drammatico: o deficit e Pil, ammesso che funzioni, oppure austerità e recessione, sperando nella fine di una notte buia in cui diverse nazioni perdono la sovranità nazionale. Va detto che nemmeno i tedeschi hanno un debito pubblico basso (85%). Ecco però il punto: i tedeschi hanno condizioni di import/export piuttosto buone. Questa è la loro valvola di sfogo e spiega (non necessariamente giustifica) perché pretendano maggiori virtù dalle economie comunitarie.

Torniamo a noi. Ebbene, anche l’economia elvetica è contraddistinta da un buon andamento dei saldi import/export. Probabilmente, ciò si deve all’abitudine degli svizzeri di cavarsela senza risorse endogene e quindi guardando fuori per sopravvivere. Come inoltre si diceva, l’indebitamento pubblico (Confederazione, cantoni e comuni) è limitato. Grazie a questi due fattori, i nostri margini per controllare la crescita sono nel complesso ancora più ampi di quelli tedeschi.


Si può aggiungere al quadro positivo anche il cosiddetto “debito pubblico implicito”, anch’esso basso per la Svizzera. Si tratta dell’esposizione che uno stato può accusare negli anni per costi strutturali più prevedibili e meno legati al mercato, come quelli per l’assistenza sociale, la sanità o le pensioni. E qui la Germania, apparentemente così virtuosa, non è messa bene.

Se queste sono buone notizie per la nostra competitività generale non si possono sottacere le minacce incombenti. Prima di tutto, una recessione grave dell’Unione avrebbe un impatto mondiale con un generale innalzamento di tutti i rischi finanziari e una conseguente diminuzione degli investimenti. In secondo luogo, un danno economico dei nostri vicini si ripercuoterebbe immancabilmente sul commercio con la Confederazione. In terza istanza, per quanto la Banca di Berna parli di risorse difensive illimitate, l’onere richiesto per contenere il valore del franco diverrebbe logorante e potrebbe implicare una guerra dei cambi. Infine, il nostro paese subirebbe attriti fiscali ancora maggiori con nazioni terze, a cominciare dagli Usa.

A proposito di Usa, ricordiamo che se l’Europa non si trova già di fronte a una grande depressione è solo grazie alla politica monetaria espansiva della Fed e alle centinaia di miliardi di dollari iniettati nel sistema dal governo a stelle e strisce. C’è però il rovescio della medaglia: queste manovre potrebbero causare un’iperinflazione generalizzata. S’intuisce che ciò metterebbe ancora di più sotto pressione il franco svizzero.

Se tutte le citate minacce dovessero persistere negli anni i nostri vantaggi verrebbero forse erosi, dal momento che l’economia elvetica, per quanto espansa dalle multinazionali oltre confine, ha dimensioni relative e quindi risulta più influenzabile dal contesto internazionale. Oggi più che mai sarebbe per la Confederazione fuorviante puntare sulla debolezza degli altri.

Gli errori degli europei, che hanno voluto fare concorrenza al dollaro senza poter contare su una vera federazione, sono pericolosi per l’intero globo terracqueo. Sono forse errori più gravi di quelli imputati agli americani e alla loro finanza anabolizzata. Nondimeno, mentre gli altri entrano in recessione e malgrado alcuni settori in flessione (come il turismo), noi cresciamo ancora quasi all’1%. Quanto durerà?

La Svizzera deve essere ancora una volta lungimirante, com’è tipico della sua tradizione. Non è però facile esserlo in condizioni d’instabilità, per giunta globalizzate. Paradossalmente, il compito che hanno di fronte i nostri governanti e chi li consiglia è quello di riuscire a non pagare troppo cara la stabilità economica. Questo è un film nuovo, inteso come colossal, ma la trama non è proprio inedita.


Roberto Weitnauer