Egli continua a vivere nel cuore di coloro che lo conobbero
È passato un quarto di secolo da quel fatidico 20 settembre 1987 in cui Rinaldo Boldini, il teologo, il professore, l’educatore, il redattore, il presidente, il collega, l’amico è venuto a mancare lontano dai suoi, mentre sui luoghi dei primi cristiani “vicino a Efeso in Turchia, intendeva approfondire le sue conoscenze sull’apostolo Paolo”, uno dei massimi maestri dell’umanità.
Una circostanza evidenziata sulla stampa di allora, e a ragione, se è vero che, come vuole la saggezza popolare, ognuno muore come è vissuto.
Nella sua vita infatti egli si dedicò continuamente allo studio, alla ricerca, all’insegnamento, all’educazione, al servizio del prossimo. Non sempre scelse la via più convenzionale e comoda, come conferma il suo ultimo viaggio. Ma sempre onesto con se stesso, fu altrettanto sincero con chi gli era vicino, studenti e colleghi, amici e conoscenti, i quali sotto la scorza alquanto ruvida e robusta, seppero apprezzare il suo buon cuore e i suoi retti intendimenti. Così, anche dopo tanti anni, egli continua a vivere nel cuore di coloro che lo conobbero, che ricorrevano a lui per le questioni più disparate.
Anche quando avrà chiuso gli occhi l’ultimo dei suoi discepoli e amici di San Bernardino, del collegio Papio di Ascona, della Scuola Magistrale di Coira, che furono i campi principali della sua attività, provvederanno le sue opere e i frutti dei suoi studi e delle sue ricerche a testimoniare il suo passaggio su questo lembo di terra che è la Mesolcina, i Grigioni, la Svizzera italiana. Anzitutto la sua brillante tesi di dottorato diretta dal professor Mario Apollonio all’Università Cattolica di Milano, “Giangiacomo Bodmer, e Pietro di Calepio – Incontro della scuola svizzera con il pensiero estetico italiano”, «di chiara ascendenza crociana, e che già in nuce contiene quei concetti fondamentali ai quali Boldini si ispirerà in tutta la sua vasta attività di studioso e di letterato: il rapporto e l’incontro degli influssi germanici e latini», come scrisse P. Parachini. Lo ricorderanno tante trasmissioni radiofoniche e innumerevoli altre pubblicazioni, che ogni lettore interessato troverà in rete. In particolare “Una vita per quattro valli”, la biografia del fondatore della PGI, il professor A. M. Zendralli, libro che l’autore non ebbe la soddisfazione di vedere stampato, perché uscito postumo. Testimonieranno del suo lavoro le 28 annate dei Quaderni Grigionitaliani, che diresse con amore e perizia dal 1959 alla morte. Parleranno di Rinaldo gli enti da lui fondati: la Sezione Moesana della PGI messa in essere nel 1943 e, impresa di inestimabile valore per la storia e la cultura locale, il Museo Moesano, che vide la luce il 31 marzo 1948. Non lo dimenticherà il sodalizio della PGI, al quale ha dato l’impronta della sua forte personalità specialmente durante i dieci anni della sua presidenza centrale, dal 1958 al 1967.
Gli interessi del collega Rinaldo spaziavano ben al di là dei ristretti confini del Grigioni italiano, ma il suo preminente impegno fu la promozione della lingua e cultura italiana nei Grigioni, per cui fu insignito fra l’altro del premio Italia nel 1970 e di quello di riconoscimento del Cantone dei Grigioni l’anno stesso della sua morte. E mi sia consentito un ricordo personale: il sottoscritto ebbe il mesto incarico di prenderlo in consegna a nome della consorte Maria Teresa.
È passato un quarto di secolo dalla scomparsa di Rinaldo Boldini e le nuove generazioni non possono conoscerlo. Ma è giusto che anche esse sappiano che è esistito un uomo come lui, che ha caratterizzato un’epoca della Scuola Magistrale di Coira, della stampa scritta e parlata, della cultura del Grigioni Italiano e del sodalizio della PGI, in tempi in cui il lavoro culturale era basato quasi esclusivamente sul volontariato.











