Assemblea Repower 2013
Commento, con approfondimento sul progetto Lagobianco, a cura di Roberto Weitnauer. Anni di sofferenza – Crollo del titolo – Lagobianco in forse – Cattiverie e buonismo e molto altro ancora. Un articolo dettagliato che cerca di far luce sull’attuale situazione di Repower.
Anni di sofferenza
L’apertura dell’assemblea 2013 di Repower non è certo stata musica per le orecchie degli azionisti. Il presidente Eduard Rikli ha infatti subito definito lo spazio commerciale che l’azienda grigionese può oggi sfruttare con un mesto “quel che resta del mercato”. D’altra parte, si è trattato solo di un’ufficializzazione di quanto ormai tutti i portatori d’interesse legati a Repower conoscono da tempo: non è periodo di vacche grasse e la sofferenza sembra destinata a durare ancora per anni, come avverte senza mezzi termini anche il Ceo Kurt Bobst.
I dati illustrati in sala mostrano un margine operativo (profitti prima di interessi e imposte) pari a 81 milioni di CHF, 38% meno dell’anno precedente. Sulla base dei dati di bilancio ufficiali (patrimonio netto e quota propria), deriva una redditività (ROI) del 3.5%. Si tratta di un valore che per il settore di competenza certo non brilla, ma che è comunque positivo. Il fatto è che nel 2011 esso era pari al 5.5%. L’impresa ha dunque perso colpi in redditività, segnando un allarmante cambio di marcia.
Il crollo del titolo
Se la stima della redditività sulla carta può considerarsi sommaria, un inequivocabile grafico campeggiava sulla parete della sala, rispecchiando l’opinione negativa che di Repower hanno gli investitori. Infatti, dal culmine del 2011 a oggi il valore dell’azione nominale è sceso da 360 CHF a poco più di 130 CHF, mentre l’indice borsistico SPI è aumentato nello stesso periodo circa del 30%. La perdita del titolo, maggiore di quella della redditività, è in pratica uno scivolone. Come al solito, sono le prospettive che tolgono la fiducia agli investitori.
Sull’idroelettrico, che compone quasi la metà della produzione e delle partecipazioni di Repower, le proiezioni sono cupe. Se l’impresa ha assorbito il colpo del settore è perché ha da anni diversificato la propria attività. Infatti, buoni profitti provengono soprattutto dalla vendita di gas in Italia; e anche il business romeno appare sano. L’efficace gestione operativa al cospetto delle difficoltà, sottolineata da Rikli con elogio a Bobst, spiega l’alzata di mani plebiscitaria quando in sala si è trattato di avallare le varie decisioni del C.d.A. Come dire che la borsa nutre attualmente poca fiducia in Repower, ma che gli azionisti (con un flottante distribuito dell’8%), seppure duramente colpiti, non hanno dubbi sulle capacità del management dell’impresa.
I colpi inferti dalla svolta energetica
Quale sia il problema che trasforma il commercio energetico in “quel che resta del mercato” l’abbiamo chiarito nel nostro giornale in altra sede (si veda qui alla voce “Il problema degli incentivi”): si tratta della disparità stabilita dagli incentivi statali elargiti per le energie alternative i quali compromettono l’attrattività dell’idroelettrico. Uno svantaggio competitivo diventa ancor più critico quando la domanda cala; e questo è esattamente quanto sta verificandosi nell’Europa travolta dalla crisi, come si rammarica Bobst. A danno si aggiunge danno.
Le aziende utility sono talvolta anticicliche, cioè vanno benino quando il resto va male. Affinché si comportino in questo modo virtuoso occorre certezza nella pianificazione. Oggi è invece proprio l’insicurezza a dominare. Tuttavia, chi è sovvenzionato riesce a rinsaldarsi anche in un mercato ballerino. Dopotutto, cosa c’è di meglio di avere alle spalle una garanzia statale? Male che vada si chiude la baracca, ma prima di allora si fanno utili senza troppi sforzi in un regime di tariffazione abbassato artificialmente che ostacola chi, per quanto efficiente, le sovvenzioni non le ha.

All’assemblea Bobst ha rievocato la necessità di un regolatore che ponga finalmente uguali condizioni per tutti ed impedisca che le regole cambino durante il “gioco”. In particolare, Repower si è lamentata della svolta energetica avviata in Svizzera con la decisione federale di abbandonare definitivamente il nucleare con tante promesse e buoni propositi, ma ben poca guida. Secondo Bobst il lato ecologico che ha ispirato la svolta rischia di questo passo di essere inficiato da quello economico, proprio ciò che si voleva evitare. Già, perché di “gioco” non si tratta, rincara il management, alludendo anche ai posti di lavoro.
Lagobianco in forse
Facciamo rapidamente il punto della situazione. Le incognite sulla sostenibilità del post-nucleare riguardano l’aumento dei costi di generazione elettrica. Una delle soluzioni prospettate dagli analisti di tutto il mondo è lo stoccaggio dell’energia verde solare ed eolica nei momenti in cui essa risultasse in eccesso rispetto alla richiesta della rete. Le centrali di pompaggio offrono sul pianeta le maggiori possibilità di accumulo e compensazione di energia. Il progetto Lagobianco, seppure sorto dalle ceneri di un’antica ambizione tecnica di Repower (progetto 95 a suo tempo bocciato dagli ambientalisti), ben si attaglia alla moderna esigenza. Almeno sulla carta.

Ecco però che dalla carta si deve oggi passare alla cruda realtà: il veloce dilagare delle sovvenzioni (agli altri) mina la rentabilità della grande opera. Come se non bastasse, nel frattempo il preventivo dell’opera è lievitato da 1.5 a 2.5 miliardi di CHF, soprattutto a causa delle condizioni geologiche riscontrate nel fianco montano e del maggiore costo dei materiali di rinforzo richiesti. 1000 milioni di CHF in più (quasi +70%) sono un salasso. Com’è stato chiaramente ricordato in aula e come tutti sanno, il progetto è oggi in forse.
Quel “forse” vuol dire che non si farà? Lagobianco resta il progetto più importante per Repower, ha confermato il presidente al giornale “Südostschweiz” due giorni dopo l’assemblea. Rikli si dice convinto che l’accumulo mediante ripompaggio guadagnerà in futuro sempre più importanza. Lo scopo primario dell’impresa, aggiunge, è ora quello di ottenere le concessioni da Coira entro l’anno in corso. La decisione ultima verrà presa entro il 2016. Sin qui è dunque storia recente, annunci ufficiali compresi.
Altri l’impianto ce l’hanno già
Di primo acchito suona un po’ strano che l’opera sia messa in forse e che, nel contempo, l’azienda prema per queste benedette concessioni, continuamente rinviate. Repower dice che a Coira hanno molto da fare; sarà senz’altro così, ma la discrepanza c’invita a un paio di riflessioni spicce. Pochi paragrafi più sotto chiuderemo la quadra, ovviamente senza pretese di chiaroveggenza, una pratica del tempo delle streghe in cui forse troppi si sono cimentati in Valle. Ma è anche vero che l’azienda non si sbottona più di tanto.
Per cominciare, consideriamo che se già esistesse un impianto di pompaggio Repower potrebbe anche senza sovvenzioni (ri)aumentare la redditività per molti anni, grazie alle installazioni solari ed eoliche a inevitabile erogazione discontinua, sempre più presenti sul suolo europeo. Purtroppo per Repower, l’impianto non c’è. Capita così che le stesse condizioni “verdi” che ne potrebbero garantire l’elevata resa operativa stiano ora ostacolandone la realizzazione. La situazione è vagamente paragonabile all’auto col serbatoio in riserva che affronta la salita di un colle. Superata la cima, la vettura procederà con un consumo minimo, ma non è detto che riesca a raggiungere quel limite.

Non è finita. È infatti verosimile che chi in Europa è prossimo alla sommità del colle, ovvero chi già possiede una stazione di sollevamento, si adopri alacremente per piazzarsi sul mercato, un po’ come chi entra presto al cinema e si siede nei posti migliori. Teniamo presente che l’opera non risulta redditizia se la frequenza e i volumi di pompaggio non sono sufficienti; e questo può capitare se ci pensano altri a pompare, forti di contratti di fornitura già stipulati a medio o lungo termine. Inoltre, quando la domanda elettrica si deprime, come adesso in Europa, i posti a sedere al cinema si riducono. Ci si può anche pigiare uno contro l’altro, ma chi tardi arriva male alloggia. Tradotto per Repower, ciò significa che quanti più offerenti di energia stoccata si presenteranno sul mercato in contrazione, tanto minore è il delta di prezzo globale ch’essa potrà sfruttare tra pompaggio e deflusso.
Le carte da giocare
In termini di marketing strategico tutto questo erige una classica barriera in entrata: per inserirsi efficacemente con l’idroelettrico nel commercio verde occorrono dimensioni impiantistiche notevoli, prontezza esecutiva e quindi disponibilità di nutriti capitali a breve. La condizione incrementa il rischio d’impresa. Repower potrebbe giudicarlo insostenibile a fronte dei minori introiti e delle incertezze di questa fase storica internazionale.
In definitiva, s’intuisce perché Rikli speri di ottenere al più presto il responso cantonale. Se Coira dirà “niet” entro l’anno, allora Repower saprà subito di che morte deve morire Lagobianco. Vale all’incirca lo stesso se la decisione verrà rimandata alle calende greche, dato che l’attesa e l’immobilismo hanno ora un costo molto elevato. Nel primo caso Repower si pronuncerà con un “obbedisco”, nel secondo con un “non potevamo aspettare oltre”. L’azienda si svincolerà dalle pastoie del passato e seguirà qualche nuova rotta.
Se invece gli organi cantonali tra pochi mesi emetteranno luce verde la patata bollente passerà a Repower che stabilirà se giocare le proprie carte su un tavolo difficile dove le mosse avvengono molto in fretta e le regole, purtroppo, potrebbero oscillare come il pallone Jabulani dei mondiali di calcio 2010. Ovviamente, non si può al proposito dimenticare che il Cantone possiede circa il 60% di Repower. Seppure le competenze siano formalmente separate, quando decide Coira è inevitabilmente un po’ come se decidesse Via Da Clalt.
Cattiverie e buonismo
Ammettiamo che l’impianto non si costruirà. Naturalmente, per chi ha votato contro si tratterebbe di un’eventualità auspicabile. In tale ipotesi si potrebbero formulare alcuni quesiti “cattivi”, dettati dal senno di poi. Per esempio: quanto ha speso Repower per Lagobianco, sottovalutando le minacce sorte nei nuovi mercati, prima e dopo Fukushima? Chi è ancora più cattivo si potrebbe chiedere: quanto ha speso Repower per Lagobianco, non riuscendo invece a rilevare per tempo quelle insidie? Dopotutto, se è vero che il prezzo medio dell’energia è passato da 120 a 70 CHF per ogni MWh, è anche vero che il salto si è concentrato nel 2009 e che da allora i valori sono più livellati. Chi è veramente perfido si domanderebbe: oltre ad aver clamorosamente “toppato” il preventivo (figuriamoci il consuntivo), quali redditizi e strategici investimenti alternativi si è lasciata sfuggire Repower in un frangente cruciale?
A voler invece essere benigni si può pensare che l’evoluzione degli incentivi fosse imprevedibile, come la resistenza della roccia montana, e che Repower abbia avuto la sfortuna di trovarsi ad avviare un progetto nel momento sbagliato, ma che abbia d’altra parte colto l’opportunità di chiuderlo per tempo.
Queste sono dunque considerazioni relative all’ipotesi che Lagobianco non si faccia. Siccome però la decisione non è stata presa e forse non verrà presa sino al 2016, sorgono nel frattempo altri interrogativi: concessioni a parte, cosa manca per rompere gli indugi? Forse lo stand-by si giustifica con l’attesa di migliori condizioni di mercato. Quali?
Per elencarle sforziamoci di essere ottimisti: i costi dei materiali diminuiscono, i contratti vengono stipulati nella valuta più conveniente, le condizioni bancarie e le garanzie migliorano, le imprese straniere a secco offrono buoni prezzi, la richiesta elettrica risale, i concorrenti non crescono più di tanto, eccetera. Il rovescio della medaglia è che nell’attesa tutto questo peggiori e che si perdano ulteriori opportunità di fare altro.
Il futuro dell’idroelettrico
Naturalmente, il massimo della vita sarebbe che Repower ottenesse qualche incentivo per l’idroelettrico, visto comunque che si tratta di energia rinnovabile e, per giunta, complementare all’eolico e al solare. Sarebbe come spingere l’auto sul colle con l’aiuto federale. Una fortuna simile farebbe tornare il titolo in auge e potrebbe implicare riassunzioni. Il continuo martellare dell’azienda sul proprio svantaggio competitivo, più che una giustificazione per la flessione accusata o un mero lamento, sembra costituire una tattica di persuasione indirizzata verso le autorità governative, considerate finora latitanti in termini di armonizzazione del mercato (ne abbiamo riferito anche qui alla voce “La proposta di Repower per un mercato meglio regolato”).
Il tema ricade sullo stesso Cantone, dato che si tratta di rimunerare la sua partecipazione nell’azienda. La Confederazione non dovrebbe essere molto invogliata a concedere aiuti da queste parti dopo il rifiuto delle Olimpiadi, ma è anche vero che quella era un’altra storia. Berna deve soppesare quante altre imprese idroelettriche svizzere si trovano nelle condizioni di Repower e quanto pesi tra i decisori il clima dei nuovi mercati. Non c’è comunque dubbio che l’idroelettrico sia fondamentale per la politica energetica nazionale.
In Italia, ad esempio, l’idroelettrico usufruisce di sovvenzioni dal primo gennaio 2013 (con un sistema a tariffa e la scomparsa dei vecchi certificati verdi). Attenzione, però: per motivi ambientali risultano favoriti quasi solo i mini-impianti. In effetti, in Italia e in altre nazioni europee a un’opera da 1000 MW come quella valposchiavina non si darebbe forse la concessione. Per motivi analoghi, in Svizzera sono attualmente sovvenzionati impianti idroelettrici solo fino a 1 MW, in previsione fino a 10 MW. Nell’idroelettrico il vento tira verso le generazioni distribuite. Possiamo ammettere che Berna decida diversamente entro un paio d’anni? La domanda è aperta.
Nuove scelte strategiche
Repower, a detta del management, continua a perseguire le sue mire d’integrazione verticale (ne abbiamo riferito qui alla voce “Il futuro di Repower”) e di attività mirate. Di cambio di paradigma per adeguarsi alle nuove tendenze non si è parlato durante l’assemblea. Quando anzi un interlocutore, criticando la centrale a carbone di Saline Joniche, ha fatto presente che il mondo sta cambiando (il che non significa che uno non debba pensare con la propria testa), che le crisi sono un’opportunità (questo è verissimo) e che tutti gli operatori puntano sull’energia alternativa (questo non è vero) la risposta dei vertici di Repower è stata fredda. Più che di un quesito si è d’altronde trattato di un’invettiva.

In generale, presidente e Ceo erano perfettamente preparati a far abortire immediatamente qualunque tentativo polemico da parte di possibili agitatori in possesso di un paio di azioni utilizzate solo per interloquire criticamente in assemblea. Certo, anche volendo, in mancanza di risorse da investire le strategie non si possono modificare più di tanto. Eppure, l’impressione è che proprio qui caschi l’asino, al di là degli intenti di Repower relativi a “soluzioni innovative” o “attività mirate”.
Gravi accuse
A proposito di polemiche, non sono mancate le accuse a Repower per l’eccessiva esposizione al rischio di malaffare nella gestione del progetto calabrese. Prima dell’apertura dell’assemblea è stato distribuito un foglio con indicazioni molto precise e nomi di personaggi ritenuti poco raccomandabili. Nello stampato si cita un rapporto negativo stilato addirittura dal ministro degli Interni italiano Anna Maria Cancellieri (oggi alla Giustizia) e si pretendono le dimissioni immediate di parte del management SEI-Repower di Saline Joniche. Poiché il foglio distribuito non reca il nominativo di chi l’ha prodotto, non riteniamo di doverne pubblicare copia. La risposta di Repower è stata tanto tranchant quanto scontata: se qualcuno ha prove di connivenza con organizzazioni malavitose come la Ndrangheta può sempre procedere a una denuncia.

L’insistenza sul punto da parte dei pochi critici è stata sopra le righe per toni e contenuti. Interessante al proposito è però che Repower abbia allora ripetutamente sottolineato che la centrale calabrese è attualmente solo un progetto. Si può interpretare la precisazione in due modi contrapposti: Repower scarica il fastidio di inutili diatribe che vertono sull’aria fritta, in quanto non c’è ancora nulla di concreto in senso gestionale, oppure l’azienda nutre effettivamente qualche perplessità in proposito. Nel secondo caso, forse più che la Ndrangheta, potrebbe essere il rapporto con le autorità italiane a preoccupare, viste le poco rassicuranti condizioni del Paese sul piano economico, politico, giuridico e valutario. Le aziende che portano investimenti in Italia sono oggi mosche bianche.
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Immagine in evidenza da repower.com












