La sesta moneta di Roberto Nussio
Un nuovo interessante spunto di discussione ai lettori de IL BERNINA.
Ai tempi del “laissez faire”
Quando ventiquattrenne incominciai a lavorare in un ufficio, ebbi la fortuna di trovarmi subito bene. È vero, l’ufficio era poco illuminato e pieno di scartoffie e fascicoli (mi pare di ricordare ancora l’odore della carta e il movimento lento dei vari impiegati tra scrivanie e scaffali) ma fui affidato ad un impiegato gentile, sveglio e dalla battuta facile. Conosceva per bene la sua materia e si esprimeva in modo chiaro (l’unico in ufficio) sia in italiano sia in tedesco. In pochi giorni mi spiegò cosa dovessi fare e come. Mi parve di volare: dovevo svolgere un lavoro di segretariato. Volle il caso che il mio “mentore”, si fosse ammalato mentre la sua segretaria, che in qualche modo stavo imparando a rimpiazzare, si trovasse in vacanza.
Il lavoro, a quei tempi ed in quel specifico reparto, era ritmato dai giorni della settimana: dal lunedì al giovedì a mezzogiorno a preparare delle proposte per la direzione mentre il giorno dopo s’informavano i clienti delle decisioni prese. Per quanto mi riguarda, come la persona a cui ero affidato, solo in italiano. Per la lingua tedesca, invece, il lavoro ricadeva su di un mio giovane amico che per motivi simili rimpiazzava il responsabile dell’informazione verso la clientela tedescofona. Con una differenza: i casi in tedesco erano almeno il triplo di quelli in italiano. Pure lui, poveraccio, senza il suo superiore e con la segretaria in ferie.
Così, di punto in bianco, eccoci messi alla prova! La motivazione era alle stelle:” Vi facciamo vedere noi di che stoffa siamo fatti!” Con una macchina da scrivere e carta copiativa, altro che copia e incolla, eravamo diventati velocissimi ad inserire dati anagrafici, richieste, decisioni e condizioni, battendo sui tasti come dei forsennati. Sapevamo il perché e non ci interessava mostrare delle torri di Pisa fatte da fascicoli a prova di essere oberati di lavoro. Da soli, dopo una settimana, da mercoledì pomeriggio, aiutandoci di nascosto, finivamo il lavoro e si chiedeva al capo ufficio se c’era dell’altro (che non c’era per la divisione rigida dei flussi di lavoro): e giù a vivere di rendita. Con una scusa qualsiasi, ci eclissavamo in un bar ben frequentato della città vecchia a civettare con le ragazze che s’incontravano: il massimo del piacere e della soddisfazione. Prima il dovere e quindi…
Naturalmente, ci beccarono (quel ficcanaso invidioso di un responsabile della posta aziendale, ci palesò) e fummo subito convocati dal capo del personale. Ci presentammo mogi nel suo grande ufficio luminoso. Rivedo ancora gli occhi neri trapassarmi dall’alto in basso sotto le grosse ciglia nere e appena sopra l’orlo degli occhiali. Appena ci furono chieste delle spiegazioni, con una certa prontezza di spirito e sfacciataggine, rispondemmo con una domanda: “Siete soddisfatti del nostro lavoro? Siete a conoscenza del fatto che malgrado chiediamo dei nuovi compiti il capo ufficio non ci ascolta, ligio com’è alla sua organizzazione interna”? Più si andava avanti con l’argomento, più ci si accorgeva che gli occhi del capo del personale ci guardavano sempre meno in cagnesco. Anzi! Stufo di doverci sentire, ci consigliò di non frequentare più il famoso bar, ma una bettola poco frequentata della città vecchia (con i migliori Nussgipfel tanto per incominciare; per il resto ci avremmo pensato dopo!).
Ci siamo guardati negli occhi: salvi! Il sermone fu riservato al nostro capo ufficio il quale, conseguentemente, cambiò da subito il suo atteggiamento nei nostri confronti. In meglio. Fummo aiutati dal merito (e forse dalla simpatia verso la nostra gioventù) e da un capo del personale intelligente e pragmatico. La stessa sera, davanti ad un boccale di birra, facemmo le nostre riflessioni in modo risentito.
Porca miseria, senza segretarie! In due si faceva lo stesso lavoro di quattro e il nostro salario era il più basso. Bastava per pagare una camera, un semplice pasto al ristorante, le imposte e la benzina per andare a casa il sabato con un catorcio che segnava 200000 sul contachilometri. Come praticanti (pochi soldi ma grande elasticità nel passare da un ufficio all’altro a “rubare “ il mestiere) ci toccavano solo due settimane di ferie, concesse quando tutti gli altri le avevano già consumate. Ci si doveva nascondere a fumare nel bagno a finestra aperta, e tutte le mattine c’era da riverire con il dovuto rispetto, il capo dipartimento. Proprio lui che puzzava di sudore e di toscano e teneva per sé tutte le informazioni, che aveva organizzato l’ufficio nel peggiore dei modi: statico, senza usare le varie capacità presenti, senza istruirci dovutamente e senza darci una qualifica di quanto si era prestato (al di fuori di qualche rimbrotto). Lui che mai ci dette un obiettivo da raggiungere (che non fosse quello di essere pronti con le scartoffie entro il giovedì sera). Sì, proprio lui, che si gongolava durante le pause di come fosse capace e scaltro con la clientela (che mai nessuno in ufficio ha potuto verificare, fosse anche per imparare come fare o non). Lo stesso che ci costringeva a scrivere al cliente che: “La lodevole Direzione ecc., aveva concesso ecc.” Come se fosse un dono degli dei e non un affare che ci fruttava dei margini di guadagno che non avremmo mai più visto. Insomma: imbestialiti e delusi ma decisi a non mollare l’obiettivo che ci eravamo dati: imparare come funziona un’amministrazione e crearci una rete di conoscenze. Ce ne andammo pochi mesi dopo, però tutti i nostri colleghi, in quest’ufficio, ci rimasero. Alcuni fino al pensionamento.
Ai tempi della meritocrazia
Come in ogni tempo, può capitare di avere un eccesso di autostima e di pensare di essere tra i migliori sulla piazza. Allo stesso tempo però si tentenna al confronto con gli altri, se arrivano solo conferme di comodo, al posto di quelle schiette e ragionate. Quest’ultime possono provenire da persone di cui si ha direttamente a che fare tramite l’attività, difficilmente arrivano da collaboratori o da colleghi, relativamente sicure se le senti dai tuoi superiori, da rifletterci, se scaturite da coloro a cui non vai a genio.
È dunque importante, che i riscontri sul tuo lavoro (al fine di fare dei passi in avanti), siano comunicati con una certa metodologia comune, che si parli delle tue attitudini, dei tuoi comportamenti sul lavoro, della tua disponibilità e dei tuoi successi (e insuccessi). Possono essere delle valutazioni interne all’organizzazione oppure esterne, se la stessa, per motivi discrezionali, lo preferisce. Il tuo lavoro ha finalmente uno spazio, dove sai di poterti muovere, con dei contorni chiari e ben definiti che dovrai difendere! Di sicuro non ti trovi solo, ma in un ambiente con degli obiettivi che tendono a incontrarsi con quelli degli altri a favore della causa comune.
Può trattarsi di dover portare avanti un programma entro un dato tempo, di finire un certo numero di operazioni, di adottare dei modi, di una cifra da raggiungere, oppure un incarico speciale che sta a pennello alle tue capacità, magari una rottura di scatole (che però porti avanti per spirito di gruppo.) I tuoi risultati saranno comunque sempre da paragonare, sul lungo, a quelli ottenuti dall’arte tua.
Un buon capo è trasparente nel suo intento. Comunica quanto ci si aspetta da lui (affinché si diventi un tutto), ne traccia la direzione e ne fissa i limiti. Sfrutta i talenti valorizzando chi li possiede, stimola gli insicuri, incita tutti, li forma, rispettivamente propone loro, in modo mirato, di continuare l’istruzione. Crea i presupposti per imparare dagli sbagli (e per primo comunica i propri per evitarli agli altri) e bacchetta chi trae facile vantaggio con dei comportamenti sleali verso i propri colleghi. Accetta e facilita le proposte che favoriscono la finalità del lavoro e segue passo dopo passo, come un buon allenatore sul campo, il raggiungimento sperato del traguardo.
Certo, non basta appagare solo l’orgoglio. Anche il conto economico deve aver la sua parte. È giusto e corretto che il risultato valutato e discusso, abbia un seguito nel salario. Nel corso degli anni, infatti, si possono creare delle disparità evidenti tra i vari collaboratori. Ad esempio, l’età e la fedeltà sul lavoro dovranno cedere il passo a delle valutazioni che premino maggiormente chi dà di più, miete maggior successo oppure mette sulla bilancia grande esperienza a cui poter attingere.
Il mondo non è diventato perfetto, laddove si applica la meritocrazia. È però meno ingiusto di una volta: ti sono date le possibilità ed i margini per migliorare la tua posizione economica ed il tuo status nel tuo ambito (qualunque tu sia!) e puoi pensare, che il tuo lavoro è pagato in modo onesto. E dal punto di vista dei vantaggi organizzativi, economici e di qualità del lavoro?
La storia è vecchia: enunciata da Confucio cinque secoli a.C, adottata da una dinastia cinese tre secoli più in là (per le cariche di comando nel proprio esercito), la meritocrazia è viva e vegeta. Nei settori più disparati e a livello mondiale. Va di pari passo con la qualità del lavoro, delle finanze e della efficienza organizzativa.
Questa è la sesta moneta.
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