Poschiavo Viva
Il Popolo sovrano ha deciso: ha detto no al carbone di REPOWER.
E i suoi massimi dirigenti hanno subito precisato che il no popolare non condiziona gli investimenti futuri della società (quindi l’imponente campagna si riduce a soldi gettati al vento…), ma comunque confidano nell’alta politica, affinché s’impegni a mitigare gli effetti della decisione.
Affermazioni di questo genere si sentono spesso: dopo il rifiuto popolare della candidatura olimpica, certi gruppi d’interesse hanno subito postulato la rielaborazione della stessa per la prossima scadenza. Non appena il Popolo svizzero ha accettato l’iniziativa sulle residenze secondarie, alcune cerchie di oppositori hanno prontamente affermato che non era un tema da sottoporre al Popolo. In quanto, il cittadino non sarebbe in grado di valutare le circostanze e poi decidere nel modo giusto (evidentemente una votazione ha un risultato “giusto” solo quando rispecchia le opinioni di quei settori…). Ma i problemi erano conosciuti da decenni, eppure nessuno ha mosso un dito.
Pertanto, viene da chiedersi in che genere di democrazia viviamo, se le decisioni popolari, che concernono temi “sgraditi”, vengono continuamente messe in dubbio, mitigate, aggiustate, amalgamate. Quando le decisioni democratiche toccano degli interessi particolari, la nostra democrazia diretta non è più un requisito irrinunciabile, un emblema del sistema svizzero. Non costituisce più un metodo legittimo per impostare il nostro futuro. E spesso, sono gli stessi che esaltano l’indipendenza civile e la lungimiranza del Popolo quando vincono, mentre biasimano “l’ignoranza” o la mancanza di una coscienza solidale in caso di sconfitta.
In queste occasioni il ragionamento può anche raffinarsi, assumere un aspetto quasi scientifico e diventare pressoché concreto. Allora, affiora il concetto che i centri imporrebbero alla periferia dei sacrifici ingiusti, si lamenta la mancanza di solidarietà verso le regioni di montagna, che automaticamente si reputano periferiche. Ma il concetto di periferia adottato è quindi soltanto geografico e perciò riduttivo. Piuttosto, la periferia è laddove le decisioni democratiche sono calpestate e l’interesse comune disatteso. Non vi è peggior periferia di una comunità civile incapace di formulare obiettivi propri e di promuoverli adeguatamente attraverso le istituzioni democratiche.
Non basta aggrapparsi a un treno in corsa e poi lamentarsi se improvvisamente si ferma. A quel punto non si ha più nessuna possibilità per procedere, poiché le rotaie risultano ostruite dallo stesso convoglio in avaria. Invece di lamentarsi o sperare in un colpo di genio della politica, magari per cogliere poche briciole, sarebbe più coerente e propositivo percepire in tempo i chiari segnali della base democratica e agire d’anticipo. Perché non possiamo continuare a “riscaldare” vecchie soluzioni oppure modelli economici superati, tantomeno quando viene a mancare la sostenibilità ambientale. Nei Grigioni, una larga cerchia politica non ha ancora compreso questa problematica, mentre sempre più spesso resta ai cittadini il compito di definire le linee correttive.
Ma alle nostre latitudini, purtroppo, né il potere politico né quello economico sono ormai in grado di proporre dei concetti ragionevoli e previdenti. Così aumenta la marginalità, l’irrilevanza e, in questo modo, continueremo a servire proprio i centri politici ed economici, senza nemmeno accorgercene. Ormai è inevitabile che la pressione sulle regioni periferiche aumenterà costantemente. Forse è giunto il momento per riflettere soprattutto sul nostro futuro e chiederci, perché non siamo in grado di valorizzare il nostro potenziale e rafforzare la nostra posizione? Aspettiamo che qualcuno risolva i nostri problemi o sarebbe finalmente il momento d’assumere le proprie responsabilità?











