L’opinione di Dino Beti
Riceviamo e pubblichiamo il testo di Dino Beti. L’autore si assume la responsabilità dei contenuti. Persone coinvolte godono del diritto di replica. La Redazione.
Un palazzo fantasma quella “Casa deBassus” della Mostra estiva nel Palazzo Mengotti! Un castello in aria sorto dalle fantasticherie dei suoi curatori (storici e non). Per poter dare ai ventisette Nobili bavaresi quel “Benvenuti a Casa deBassus”, distorcono avventatamente la verità. Per di più sono fuorvianti verso i visitatori della Mostra, arrogandosi di decretare che “oggi la chiamiamo Palazzo deBassus-Mengotti”. Non possono ignorare, quei curatori, che al Borgo non c’è mai stato edificio di quel nome. Fatti ed atti storici lo provano, documentati ed ineludibilmente chiari! Ma loro non esitano a travisare pure quelli.
In realtà, quando, nel 1966, 1968 e 1976, le famiglie Mengotti e Isepponi, proprietarie della “Grande Casa sita al No195 al ponte di SanGiovanni”, la venderono (per un totale 167’000 franchi) all’Ente Museo Poschiavo, erano già più di duecento anni che la gente conosceva quell’edificio con nessun altro nome che “Palazzo (Casa) Mengotti”. Gli iniziatori e promotori del Museo quel nome l’avevano praticato già da bambini. Conoscevano i documenti autorevoli relativi all’edificio. Erano profondamente rispettosi del bene immateriale altrui. Giammai si sarebbero permessi di modificare fosse anche di un solo iota quello storico, autentico “Palazzo Mengotti”! Nemmeno a scopo pubblicitario…

I curatori (del Museo e della Mostra), disgraziatamente, non l’intendono più così. Avevano già, nel 2000, iniettato arbitrariamente l’estraneo “deBassus” nel nome originario della Casa, inventando, con pretesti architettonici, quell’artificiale “palazzo deBassus-Mengotti”, titolo fuorviante della rispettiva monografia sulla “loro” storia dell’edificio, pubblicizzata senza riserbo. Vi lasciavano, comunque, sopravvivere almeno il legittimo “Mengotti”. Ora però, la loro Mostra, senza rispetto, ne sopprime anche quello. Con la finzione “Casa deBassus” usurpa i beni e le prestazioni delle vecchie famiglie Mengotti e Isepponi. Le deruba del diritto acquisito di essere ricordate dai visitatori almeno nel nome della casa sede del Museo. Si direbbe un plagio per sgraffignar loro anche quell’unico imponente edificio di cui il personaggio-tema, ai tempi, non poté essere fatto erede da dea fortuna. Che impudenza! Neanche il “barone”, sapendo come stavano le cose, aveva allora avuto l’audacia d’insinuare un “fu palazzo vonBassus”…
Purtroppo, i curatori proseguono con quell’illusionismo espositivo su tutto il percorso della Mostra, la cui intenzione diventa palese fin dall’accesso. È evidente che bramano raffinare le già esistenti “agiografie” del “barone”. La Mostra deve servire ad esaltare ancora, semmai possibile, gli atti del solo “vonBassus”. Pertanto, non vi si scopre nemmeno la più timida osservazione critica al riguardo di ciò che intraprese, o non riuscì il (ripetutamente) “brillante” personaggio! Il quadro idillico così dipinto dalla Mostra si presta pure idealmente ad accogliere quei lontani parenti ed acquisiti, assicurati di un ritorno alla vera culla della loro famiglia poschiavina, per così dire alla “casa paterna” da loro mai conosciuta. Domani, quando le due dozzine di “von-und-zu” bavaresi a olio giaceranno in pace, ben incassati, nello spazacà del Museo, potranno continuare a sentirsi a proprio agio, essendovi mantenuta fino alla fine l’illusione di quella “Casa deBassus”.
Perseguendo quell’intenzione, la Mostra, più narrazione che storiografia, rimane lacunosa su numerosi punti determinanti della storia, come i due contratti fra il Basso e i Mengotti sullo scambio della loro dimora rispettiva: infatti, il sabato 9 novembre 1701, Thomaso Basso (nonno del futuro “barone”), in gravi difficoltà finanziarie, vendette ai Mengotti “la casa della sua habitatione” che la sua famiglia si era costruita 45 anni prima (nota da “residenza oltre il fiume”, schernita “modesta villa di campagna” dagli altri patrizi…). Fu una vendita-permuta, i Mengotti cedendo al Basso la loro casa di abitazione in Cimavilla. La situazione economica dei Basso continuò ad aggravarsi e, appena cinque anni dopo, Thomaso Basso dovette rivendere quella casa a Lorenzo Mengotti. Nei vent’anni seguenti, i Mengotti sottoposero il loro edificio “al ponte di SanGiovanni” a un “massiccio intervento, praticamente duplicandolo con un vasto ampliamento verso nord.” Quella trasformazione gli diede l’aspetto signorile che, dal 1730 in poi, accreditò il nobile nome di “Palazzo (dei) Mengotti”.
I curatori non potevano ignorare quei documenti, inclusi nella loro monografia (pp. 17-25). La Mostra però ne tace persino l’esistenza! Ovvio che, citandoli, la loro narrazione non potrebbe più tentennare sul cognome del “barone” per far credere che il “deBassus” correva le vie del paese già 50 anni prima della sua nascita (1742). Come se quel bavarese “vonBassus” non fosse stato (im)portato a Poschiavo dal giovane Tommaso stesso, “che ci teneva al nome e ai titoli, che sfoggiava tanto in tedesco quanto in italiano.” Questa una delle numerose favole con cui la ditirambica narrazione, mancando dell’esattezza storica, cerca di abbindolare i visitatori riguardo al passaggio del “barone” in terra poschiavina. L’ammirazione che nutrono per il personaggio non ha limiti. Con grandiloquenza, la Mostra proclama che, quando il Baron Thomas Franz Maria von Bassus muore nel 1815 in Bayern, “con lui si chiude una stagione della storia europea”, e di conseguenza, “Poschiavo non è più il centro di una repubblica aristocratica.” L’autentica Poschiavo, tuttavia, quella vera della gente, della vita e dei problemi di tutti i giorni durante il mezzo secolo di dominazione del “barone”, il visitatore dovrà andare a cercarla altrove… La Mostra non vi accenna neanche con una sola parola!
Dino Beti, Poschiavo











