NO ad una Legge che significa perdita di valori ed impoverimento dei Comuni

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L’opinione di Nicoletta Noi-Togni
Dal rinnovo della Costituzione cantonale del 2004, nel Cantone dei Grigioni, l’apparato istituzionale ha subito parecchie riforme, in parte necessarie, in parte discutibili.

Ultimamente però la frenesia innovatrice ha fatto registrare parossismi inaccettabili. Giungendo al capitolo  – detto ultimo, ma non ci credo – della riforma territoriale. Una riforma portata avanti in modo subdolo dal Governo e sostenute da un Parlamento che in parte non ha voluto approfondire ed in parte ha sposato la linea dell’Esecutivo per vantaggi propri. Dal 2011 mi sono accorta di questo “gioco” e nel 2012 mi sono posta contro la revisione parziale della Costituzione cantonale che oltretutto smentiva certi intenti della Costituzione del 2004. Quello per esempio di istituire Regioni quali veri e propri organi dello Stato, dotati di un Esecutivo e di un Legislativo e guidati da una presidenza eletta democraticamente alle urne. Regioni autorevoli insomma che potessero occuparsi delle problematiche intercomunali come la sanità, la scuola, la cultura, il piano direttore deputato allo sviluppo del territorio, la promozioni di progetti secondo la legge federale sulla politica regionale. Temi questi difficili da portare avanti da un solo Comune. E tutti temi che si sono portati avanti nella Regione Mesolcina a partire dal 2007, anche se la popolazione forse di questo poco si è accorta restando questi temi prevalentemente interni.

Ebbene, con la votazione del prossimo 30 novembre, tutto ciò cade. Cade, oltre quanto sopra, l’intendimento della Costituzione del 2004 sapientemente insidiato dalle revisione del 2012. Un cambiamento quello votato dal popolo il 23 settembre del 2012 ottenuto con la promessa di una Legge di applicazione che avrebbe lasciato libertà alle Regioni di organizzarsi come il loro stato richiedeva. Il Gran Consiglio aveva creduto nel giugno 2012 a questa promessa e accolto la proposta con 93 voti su 4 contrari (ero tra quest’ultimi!).  Il Governo elaborava quindi la Legge sulla riforma del territorio e ben 2/3 di coloro ai quali veniva sottoposta (Comuni, enti vari, Regioni, partiti) si dichiaravano non d’accordo. Imperterrito il Governo portava la Legge in Gran Consiglio (aprile 2014) dove però solo 13 deputati avevano il coraggio di respingerla. Persino la proposta di mantenere la promessa e dare libertà alla Regioni di organizzarsi sul proprio territorio veniva bocciata. Perché? Come mai la maggioranza oltre smentire le sue stesse istanze comunali era contraria persino al valore libertà? Non volevano i deputati “perdere la faccia” avendo fino a quel momento accettato quanto proposto dal Governo?

Oggi le risposte ci sono: chi è in favore di questa Legge proviene prevalentemente dai centri urbani del cantone e non ha nessun interesse per le nostre regioni, è sostenuto dalle cerchie economiche e può quindi permettersi una campagna per il SI che non si possono permettere i referendisti, opera con termini non differenziati ma accattivanti quali “snello” ed “efficiente” che se andrebbero bene per una campagna di cura estetica mal si addicono all’apparato di uno Stato che vuole conservare qualche principio democratico. Le conseguenze per noi di un SI? Ebbene, sono più gravi di quanto si possa supporre. Oltre all’infrazione ideale di valori quali democrazia (l’organo Regione in divenire non avrà un Legislativo), e libertà (l’organizzazione deve essere per tutte le Regioni uguale, abbiano esse 2 Comuni o 30 Comuni, siano esse di città o di valle, uno Statuto standard è già elaborato dal Cantone), e serietà (c’è la Legge ma manca il progetto, la superficialità e l’indefinitezza lasciano aperte domande importanti delle quali i Comuni da soli non potranno occuparsi) e costerà finanziariamente molto agli stessi Comuni. I Municipi degli stessi dovranno infatti assumersi, oltre al lavoro comunale (per il quale sono stati eletti nei loro Comuni) anche quello regionale. E dato che non è pensabile occuparsi allo stesso tempo di piano direttore, sanità, scuola, cultura, progetti della Confederazione, aderire alle continue richieste del Cantone, ecc. dovranno rivolgersi permanentemente ad enti privati e questo avrà un costo veramente alto. Questo lavoro non sarà possibile neppure passando dalla politica comunale di milizia a quella professionale che poi apre un altro capitolo di discussione. Apprezzo molto il lavoro dei nostri sindaci e municipali e non vorrei in nessun caso che, per superlavoro comunale e regionale, dovessero rinunciare ai loro mandati. Per questo e per l’inadeguatezza di questa Legge sette dei nostri Comuni hanno aderito al Referendum: sono Roveredo, San Vittore, Leggia, Verdabbio, Soazza, Lostallo e Santa Maria. Li ringrazio perché questa Legge significa tra l’altro una perdita di valori e diritti acquisiti negli anni. Un NO è la giusta risposta!

 

Nicoletta Noi-Togni