Toto: L’hockey è stato una palestra di vita

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IL BERNINA a colloquio con Antonio Platz
In occasione del cinquantesimo anniversario dell’Hockey Club Poschiavo vi proponiamo una serie di interviste da non perdere ad alcuni dei giocatori più rappresentativi che hanno vestito la maglia giallo-rossa.

Tu eri – perdona, lo sei ancora – un’ala veloce, di peso e con il vizio del gol. Ci sono oggi giocatori dell’HCP che trovi molto simili a te per queste caratteristiche?
Sicuramente sì, ce ne sono molti. Tiziano Crameri e Fabrizio Raselli, direi più di altri, sono due giocatori coi quali più mi identifico… Va però evidenziato che entrambi dispongono di una tecnica di base parecchio migliore di quella che era la mia. L’hockey moderno richiede un misto tra forma atletica perfetta e ottima tecnica di pattinaggio e bastone. In questo senso la pista artificiale ha aiutato molto nella preparazione delle nuove generazioni. Noi, e quelli ancora prima, eravamo dei giocatori diciamo «fatti da sé». Oggi si inizia da piccoli a mettere le basi per diventare dei giocatori completi.

Giocatore, allenatore della prima squadra, allenatore delle giovanili, giocatore dei senior e ancora allenatore dei Traktor. Hai dato tanto all’hockey di Valle. Cosa hai ricevuto in cambio?
Credo che non potrò mai ripagare la società per tutto ciò che mi ha regalato. Dal canto mio ho cercato in qualche maniera, con più o meno successo, di contribuire affinché anche altri giovani potessero godere di quanto mi è stato regalato. È bene precisare che praticare l’hockey su ghiaccio in Valposchiavo non mi ha solamente permesso di svolgere un’attività sportiva a me congeniale, ma mi ha anche offerto la possibilità di conoscere persone con le quali sono cresciuto e che con gli anni sono diventati amici carissimi. Questo è il vero valore aggiunto che, stagione dopo stagione, l’Hockey Club Poschiavo offre alla Valposchiavo.
Se penso a tutti i sacrifici che sono stati fatti ancor prima che io indossassi per la prima volta i pattini, mi rendo conto che i bei momenti trascorsi in compagnia di altri appassionati di hockey sono il frutto di un impegno che non conosce fatiche e che valorizza il sacrificio. Da queste persone, che in parte non ho neppure avuto modo di conoscere, ho imparato quanto importante siano valori come l’onestà, lo spirito cameratesco e l’amore per lo sport. Valori che io ho respirato e che poi ho cercato di trasmettere come giocatore e allenatore.
Grazie all’hockey ho imparato che non puoi prescindere dalle persone che ti stanno accanto. È confortante sapere che puoi commettere degli errori per i quali qualcuno è pronto ad aiutarti a porvi rimedio: un aspetto che tocca tutti gli ambiti della società e che l’hockey da sempre esalta. In tutto ciò posso affermare che comunque mi sono divertito molto e che continuo a farlo.

Ho un ricordo vivo di un match giocato a Zernez, sulla vecchia pista … tanti anni fa. L’allora allenatore Donato “Pupa” Fanconi ti chiese di stare sempre appresso – marcatura a uomo – al folletto engadinese Camichael (un giocatore di un’altra categoria, che sapeva deliziare anche chi era di fede opposta). Lo facesti con diligenza e umiltà. Noi vincemmo se non sbaglio. Da allenatore, chiederesti ad uno dei tuoi giocatori migliori di sacrificarsi come facesti tu?
Non lo vedo oggi come un sacrificio, anzi, lo percepisco come la massima espressione dello spirito di squadra. Svolgere un compito che qualcuno pensò potevo eseguire al meglio per il bene della squadra fu motivo d’orgoglio. Certo, ricordo che lì per lì un po’ mi dispiacque sacrificare il mio ruolo d’attaccante di sfondamento, ma il piacere di poter gioire per la vittoria con i miei compagni fugò ogni delusione.
Non so se come allenatore prenderei una scelta simile… bisognerebbe trovarsi nei panni di «Pupa». È una soluzione che non mi piace molto anche se ne vedo sia il significato sia l’importanza. Sapendo come è andata a finire si può affermare senza timore di essere smentiti e che è stata la scelta giusta. Inoltre la squadra capì e apprezzò – del resto te ne ricordi ancora pure tu – e questo è stato un altro importantissimo riconoscimento che conservo nel cuore.

 

Tu sei un’uomo di cultura. Descrivi in poesia il Toto giocatore usando 5 “aggettivi”.
Sono più un amante della prosa che della poesia… ma farò uno sforzo.
Divertimento – fisico – velocità – rispetto per l’avversario (giocare fino alla fine indipendentemente del risultato, onorando l’impegno di tutti colori che stanno dentro e fuori dal campo) e ovviamente passione.

So che hai sempre preferito il gioco canadese a quello più lezioso che era proprio dell’allora USSR. Velocità, coraggio, poesia, tattica e tecnica di base, atletismo: se ai tuoi due figli maschi ( che forse un giorno giocheranno pure loro ad hockey) dovresti elencare queste componenti per ordine d’importanza, come le ordineresti
Atletismo, tecnica di base, tattica (avere una visione di gioco e sapere a memoria dove si trovano i tuoi compagni e cosa faranno è una prerogativa fondamentale per anticipare le mosse degli avversari), velocità, poesia, coraggio.

Perchè “il coraggio” rimane in fondo alla lista delle tue priorità? Chi guarda l’hockey crede che ce ne voglia molto.
Chi gioca o ha giocato ad hockey sa che quanto accade in campo è molto meno pericoloso di quanto può sembrare a coloro che lo guardano dall’esterno. I contrasti sono infatti parte integrante del gioco e qualsiasi giocatore è sempre all’erta e concentrato su ciò che lo circonda. Per questo motivo ritengo che il coraggio non sia una prerogativa particolarmente necessaria per un giocatore di hockey. È ovvio che però la paura non è una compagna gradita nella pratica del disco su ghiaccio anche perché è quasi sempre una cattiva consigliera… Più del coraggio è dunque molto importante essere ben preparati fisicamente così da poter reagire alle sollecitazioni degli avversari. Torniamo quindi all’importanza dell’atletismo.

Ti ringrazio per il tempo che hai concesso a questa intervista e per regalare ai lettori de IL BERNINA un momento speciale.

Igor Sertori


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