Buona la produzione anche se i problemi non mancano (di P. Pola)
Un’escursione nelle selve castanili di Campocologno, in compagnia dell’ingegnere forestale Gilbert Berchier e del prof. Paolo Culatti, tecnico del servizio fitosanitario della Regione Lombardia, ha permesso una verifica in loco dello stato di salute dei nostri castagneti, colpiti negli scorsi anni dall’invasione del cinipide galligeno.
Dopo alcune stagioni difficili causa il propagarsi dell’imenottero, quest’anno, il raccolto del prelibato frutto autunnale è tornato a livelli soddisfacenti sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo. L’avvento del cinipide del castagno (Dryocosmus kuriphilus), insetto dell’ordine degli imenotteri originario della Cina, ha provocato negli ultimi 3-4 anni una drastica riduzione della produzione di castagne, mettendo addirittura a rischio il raccolto nell’intera bassa valle.

Le prime segnalazioni in Europa di questa specie di vespa risalgono al 2002, anno in cui si sono registrati i primi avvistamenti nella provincia di Cuneo. L’insetto si è poi propagato a macchia d’olio, arrivando dapprima in Ticino, quindi in Bregaglia e nei boschi della Valtellina, fino ad invadere le nostre zone. La sua diffusione è stata molto rapida anche grazie all’assenza di antagonisti naturali in grado di contenerne l’avanzata.
Il cinipide non provoca la morte del castagno. Come spiegato dal prof. Culatti, la sua azione si limita ad attaccare i germogli causando un’alterazione della situazione ormonale all’interno della pianta. L’alterazione si manifesta attraverso la formazione di galle, veri e propri ingrossamenti tondeggianti, che si trovano su tutti gli organi verdi della stessa. La presenza di queste bolle ostacola la trasmissione della linfa, dissecando di conseguenza la parte che si trova al di sopra della galla.

Ma cos’ha potuto arrestare l’invasione del cinipide e causarne la sua improvvisa sparizione? “Intanto occorre precisare che il cinipide è ancora presente – afferma il prof. Culatti – però è arrivato anche il suo antagonista e quindi andrà lentamente calando come entità di popolazione. Il cinipide ha ormai preso possesso dei nostri boschi e non sparirà più del tutto. Grazie all’intervento dell’antagonista, rimarrà però entro soglie accettabili di popolazione. Il Torymus sinensis – questo il suo nome – si ciba della giovane larva del cinipide e il suo ciclo è perfettamente coordinato con quello della vespa del castagno. Esso è predisposto per far sì che il proprio esemplare adulto sia presente quando cominciano ad ingrossarsi le nuove galle. Il Torymus sinensis è in grado di deporre l’uovo nella cella dove si trova la larva del cinipide in via di sviluppo e, a sua volta, la larva antagonista si ciberà di quella del cinipide. Il Torymus sinensis proviene a sua volta dall’Oriente e il suo primo lancio, in Valtellina, è stato effettuato nel 2012″.

Al prof. Culatti è pure stato chiesto di esprimere un giudizio generale sullo stato di salute delle nostre selve, per quanto egli abbia potuto constatare durante la visita nei boschi di Campocologno. Il giudizio risulta essere tutto sommato soddisfacente, anche se si può constatare una grande differenza fra selve coltivate e ben curate e altre in completo abbandono. In queste ultime è purtroppo diffuso il cancro del castagno, alla resa dei conti molto più pericoloso del cinipide: “Il cancro, purtroppo, può far seccare e quindi morire la pianta, cosa che il cinipide non è invece in grado di fare. Da questo punto di vista si può quindi affermare che attualmente è molto più preoccupante il cancro. In generale ho pure constatato un elevato quantitativo di piante molto vecchie, in parte bisognose di essere sostituite. Se si trovano in buona salute esse possono comunque ancora fornire un’eccellente produzione”.
Interpellato anche in merito alle conseguenze di un’estate secca sulla salute del castagno, il prof. Culatti si è così espresso: “La siccità incide senz’altro, in quanto gran parte delle selve sono state piantate dai nostri avi su terreni sassosi, in cui non erano possibili altre coltivazioni. La tropicalizzazione del clima influisce sulla capacità delle piante di avvalersi di uno sviluppo corretto, pertanto, in periodi secchi, sarebbe opportuno irrigare”.












