La propaganda UDC è riuscita a incutere paura

0
24

L’UDC ha le sue ragioni, ma devono passare per la via bilaterale (di R. Weitnauer)
Elezioni federali 2015. I titoli dei media europei riportano che ha vinto il populismo. Ci sta, anche se il Consiglio degli Stati mitigherà la preponderanza UDC in camera bassa. Corrono i paragoni tra l’ultradestra elvetica e i movimenti euroscettici e anti-asilo che serpeggiano nell’UE. E anche questo ci sta.


C’è però una differenza. Ad esempio, se per Marine Le Pen lanciare invettive dentro all’Europarlamento è normale amministrazione, quello che afferma Magdalena Martullo-Blocher in campagna elettorale, se mantenuto, deve poi fare i conti con i rapporti tra Svizzera e UE.
Tempo fa a Brusio, Cristoph Blocher assicurava che il defilarsi della Svizzera dagli accordi europei fosse una cosa senz’altro possibile. Per il momento i fatti mostrano altro. L’irrigidimento europeo a seguito della votazione del 9 febbraio è preoccupante. E adesso la Svizzera rincara la dose.

Il nostro è un paese strano: c’è da un lato una grande proiezione all’esterno e, dall’altro, atteggiamenti un po’ provinciali e chiusi. Storicamente, i passi alpini sono stati visti sia come promettenti vie di scambio sia come baluardi da difendere con l’aiuto dell’orografia. In questa dicotomia mai risolta, l’eurocrisi e la migrazione pongono l’accento sul secondo aspetto, mentre partiti come l’UDC si sfregano le mani.

La propaganda UDC è riuscita a incutere paura: quello di domenica è stato un ‘no’ emotivo a profughi e relazioni con la zoppicante UE. Il protezionismo proposto appare però obsoleto e illusorio. La Svizzera di oggi non deve più, come un tempo, relazionarsi a un contesto europeo frammentato, bensì a un gigante in formazione di mezzo miliardo di abitanti, potenziale prima economia mondiale.
C’è poco da fare, la Svizzera si trova di fronte a un gradino cruciale: deve decidere se rinunciare a una porzione di sovranità per difendere i propri interessi economici. L’UDC nei suoi proclami afferma di battersi per una politica estera aperta al mondo, ma rifiuta la via bilaterale. Proprio quest’ultima offre però l’unica possibilità di trovare un compromesso tra l’assimilazione di regole europee e la conservazione del modello elvetico tradizionale, ‘Sonderfall’ nel bel mezzo del vecchio continente.

Il nazionalismo politico cozza contro l’internazionalismo economico. Già, perché la Svizzera è povera di risorse naturali e dipende in modo vitale dalle esportazioni (2/3 verso UE) e da intelligenti rapporti commerciali e di sviluppo con altri paesi. È da questo che nasce il nostro benessere. Una disfatta dell’UE significherebbe la nostra fine. È buffo considerare come alcuni svizzeri non si rendano conto di essere europei fino al midollo e di appartenere a una tra le nazioni più globalizzate.

 

La Svizzera si è resa utile nel mondo, forse sognando poco, ma cercando pragmaticamente di armonizzare differenti interessi. Essa esercita il proprio potere politico all’estero in modo discreto, mediante operazioni di pace riconducibili alla sua tradizione umanitaria. Ad esempio, nei soli Balcani sono stati investiti in venti anni più di un miliardo di franchi.
Kofi Annan (ex segretario ONU) disse una volta: la Svizzera combatte in una categoria superiore al suo peso. Sono parole lusinghiere. La mediazione elvetica è da tutti riconosciuta come di prim’ordine. L’irrigidimento che oggi l’UDC propugna mina, però, il delicato tessuto di partnership internazionali, limitando lo spazio di manovra della diplomazia.

La Svizzera non ha garanzie speciali, sebbene alcuni suoi cittadini la diano per sicura come la Via Lattea. Essa è stata utile, ma non è necessaria al resto del mondo. E nemmeno lo è la sua neutralità che ci piace considerare come una religione. La neutralità avrà ancora senso soltanto se verrà riconosciuta da altre nazioni in frangenti estremi, come quello migratorio. Ma allora dovrà essere tutt’altro che indifferenza o isolazionismo.

L’UDC ha le sue ragioni, ma devono passare per la via bilaterale. Il rischio è di essere tagliati fuori. L’adesione all’UE? È da valutare: sentirsi europei non significa aderire all’UE. Ma bisogna essere realisti: occorrerà piegarsi un po’ per non spezzarsi. Solo così la Svizzera potrà discutere ancora della sua diversità, neutralità e identità.

Roberto Weitnauer