Non vaccinarsi comporta la ricomparsa di alcune malattie
(di R. Weitnauer)
Per ragioni economiche e sanitarie, nessuno stato raccomanda o impone vaccinazioni a pioggia contro qualunque tipo di malattia infettiva. Infatti, il bilancio rischio/beneficio di una vaccinazione non è uguale per tutti.
Così, ad esempio, per un tossicodipendente o un emofiliaco la vaccinazione contro l’epatite B è più indicata che per altri. Analogamente, chi lavora vicino a fognature e impianti di depurazione farà bene a vaccinarsi contro l’epatite A.
Ci sono poi le controindicazioni. Così, un vaccino potrebbe essere pericoloso per chi è in cura con cortisonici ad alto dosaggio o assume farmaci che influiscono sul sistema immunitario. Analogamente, chi è allergico a una delle componenti del vaccino (ad esempio, le proteine dell’uovo) non dovrebbe ricorrere alla profilassi. Naturalmente, chi ha già una malattia infettiva (come anche la semplice influenza stagionale) in fase acuta non deve vaccinarsi.
Quelli appena citati sono solo esempi di condizioni specifiche delle quali il medico curante e il paziente devono essere consapevoli. Poca consapevolezza su questo piano hanno invece i Mav. Un loro errore tipico è infatti quello di segnalare come effetto avverso di una vaccinazione un danno organico che ad essa segue nel tempo. La successione temporale e la correlazione causale sono due cose distinte. In altre parole, moltissime manifestazioni patologiche registrate dai Mav sono state provocate da cause diverse dal vaccino.
Purtroppo, per colpa dell’influenza dei Mav sono ricomparse in diversi paesi industrializzati malattie come la difterite, il morbillo, gli orecchioni e la pertosse. Si tratta di fatti inquietanti, perché i nuovi contagi seguono spesso un andamento poco controllabile, causando costi sociali e pericoli per la salute pubblica.
Ad esempio, il morbillo ha una cosiddetta soglia d’immunità di gruppo pari al 90%. Questo significa che finché più di nove persone su dieci sono immunizzate la malattia non ha modo di diffondersi facilmente nella popolazione. Tuttavia, se a essere immuni sono meno di nove persone su dieci le altre vengono infettate con grande rapidità; una scintilla diventa un incendio.
A proposito di incendi, l’influenza spagnola, diffusa dal 1917, risultò letale in pochi anni per 50 milioni di europei, circa 1/20 dei contagiati. Ma non va presa sottogamba nemmeno una comune influenza stagionale (il cui virus è della stessa famiglia di quello della spagnola), giacché essa porta al decesso in media due persone su mille.
Previo parere medico, la vaccinazione stagionale dovrebbe diventare routinaria per gli anziani, i soggetti immunodepressi, gli individui in sovrappeso, i bambini piccoli nati prematuri (dal sesto mese per i primi due cicli vaccinali), le persone affette da malattie cardiovascolari, respiratorie o metaboliche (come il diabete), le donne incinte (dal quarto mese di gestazione), il personale a contatto frequente con lattanti o con soggetti a rischio (come i precedenti).

La preparazione di un vaccino stagionale si basa per lo più su quanto accade negli emisferi opposti del pianeta. Quando in uno è estate nell’altro è inverno e la popolazione, maggiormente minata dal freddo, si trova esposta a un superiore rischio di contagio, anticipando quindi la storia infettiva di altre latitudini. L’intervallo di mesi concede alle aziende farmaceutiche la possibilità di approntare i vaccini.
Non sempre i ricercatori riescono a individuare per tempo i ceppi che poi si diffonderanno. Alcuni hanno infatti uno sviluppo repentino. Senza contare che tra l’isolamento del virus e la vaccinazione i codici genetici possono mutare imprevedibilmente. Ciò spiega perché l’inoculazione non copra del tutto il rischio di contagio stagionale.
Può dunque capitare di ammalarsi anche se ci si è vaccinati, specie se si è anziani. La malattia ha però un decorso più blando. Si consideri inoltre che occorre almeno una dozzina di giorni dopo l’inoculazione prima che il sistema immunitario si attrezzi a dovere.
Poiché la vaccinazione è una scelta che ricade sulla collettività, non è lecito argomentare secondo il principio ‘sono fatti miei’. Ai contagi è esposto soprattutto chi è impossibilitato a vaccinarsi per ragioni mediche, chi accusa carenze immunitarie, chi è trapiantato o chi risulta sotto chemioterapia. La salute pubblica è un concetto complesso non solo in senso scientifico, ma anche morale.
Chi ha dubbi (che sono sempre una cosa sana) parli col proprio medico. Ci sono aspetti particolari che non è possibile evadere in un breve scritto divulgativo e che solo chi esercita quella professione può chiarire al paziente.
È sempre bene riuscire a ragionare con la propria testa, ma ciò non deve qui essere confuso con un atteggiamento del tipo ‘fai da te’, specie se si rischia di gravare sulla salute dei figli o di minoranze a rischio.
Roberto Weitnauer
Nota: Per questo articolo divulgativo l’autore si è rifatto a documentazione specialistica e a un precedente lavoro sviluppato col supporto di personale operativo in campo medico, biologico ed epidemiologico.
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