I segreti degli ‘scigheri’ svelati dalla scienza

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La nebbia agli irti colli piovigginando sale…
(di R. Weitnauer)
Così inizia una famosa poesia di Giosué Carducci. Sembra la descrizione degli ‘scigheri’ che traslano in strisce sui pendii della Valposchiavo. ‘Scigheri’ è un termine dialettale mutuato dal lombardo ‘scighere’ che ha analogo significato. Si allude appunto alla nebbia. E questa è anche l’interpretazione prevalente di chi abita in Valle. Ma davvero gli ‘scigheri’ sono comune nebbia?

Non è esattamente così secondo l’approccio scientifico. Gli ‘scigheri’ corrispondono certamente a umidità condensata, come nel caso della caligine nelle basse pianure o delle nubi alle quote elevate. Tuttavia, la loro genesi sui fianchi montani ha una propria peculiarità. Siamo di fronte a un’interessante manifestazione della natura che non è solo fisica, ma anche biologica. Essa è tipica di molte regioni ricoperte di vegetazione, specie di quelle ricche di fogliame ampio e di alberi.

Gli ‘scigheri’ sono quasi sempre a fasce o striati e sono la conseguenza della cosiddetta ‘evapotraspirazione’. Questa parola è una composizione di ‘evaporazione’ e ‘traspirazione’, due processi distinti che si combinano, determinando un trasferimento idrico dal terreno verso l’atmosfera; l’inverso delle precipitazioni. Mentre l’evaporazione dipende da questioni fisiche (termodinamiche), la traspirazione è connessa con la vita delle piante e i loro ritmi stagionali. Ciò spiega per quale motivo le strisce degli ‘scigheri’ siano più frequenti in certi periodi dell’anno, poco sovrapponibili a quelli in cui nelle pianure si formano le nebbie.

Scigheri autunnali a mezza costa sul versante ovest della Valposchiavo all’altezza di Privilasco

 

Sull’evaporazione diretta dal suolo non è il caso di spendere troppe parole, dato che chiunque ha almeno una vaga idea di cosa si tratti. Per la traspirazione è forse diverso. Per semplificare il discorso, pensiamo intanto al vapore che esce dalla nostra bocca nelle fredde giornate invernali. Come per ogni altro animale, il nostro metabolismo (reazioni biochimiche di crescita e mantenimento) si basa sulla respirazione. L’acqua, insieme alla CO2, è un prodotto di scarto di questo processo e viene espulsa dalle vie aeree. L’umidità del fiato caldo condensa appena entra in contatto con l’aria gelida esterna. Ecco allora che si nota il tipico vapore.

Attenzione, però: gli ‘scigheri’ non sono il respiro dei boschi. Il metabolismo delle piante si basa sullo sfruttamento della luce solare. Il processo è inverso a quello respiratorio: qui l’acqua e la CO2 sono gli alimenti principali, non gli scarti. In realtà, anche le piante respirano, ma in misura minore; solo di notte, in assenza di fotosintesi, rilasciano un po’ di acqua e CO2. Il punto, però, è che l’acqua di una pianta non può essere consumata tutta nella fotosintesi, giacché serve anche ad assicurare all’organismo le corrette condizioni fisiologiche; il che vale anche per noi. Piante e animali (e funghi) sono accomunati dal fatto che le reazioni biologiche avvengono sempre in ambiente acquoso.

Qui arriviamo alla traspirazione vegetale. Qualunque cellula deve smaltire l’acqua in eccesso. Gli animali superiori ottengono il risultato, facendo pipì. Le piante superiori cedono il surplus idrico attraverso un sistema vascolare che termina sulle foglie. Queste ultime possiedono aperture, dette ‘stomi’, che consentono lo scambio gassoso con l’esterno (ossigeno, CO2, vapore). Agli ‘scigheri’ che aleggiano sui pendii concorre insomma la pipì vaporizzata delle piante, per così dire.

Scigheri autunnali in dissolvenza sul versante est della Valposchiavo all’altezza del Lago

 

In condizioni di carenza idrica le piante stressate rilasciano un ormone che chiude gli stomi; la pianta non traspira. Lo stesso vale in assenza di luce: la CO2 prodotta dalla respirazione vegetale non è consumata dalla fotosintesi e infarcisce i tessuti vegetali, tenendo chiusi gli stomi. In effetti, di notte gli ‘scigheri’ sono rari. Col sole tutto cambia e le piante ricche di riserve piovane sbuffano come ciminiere. Se però l’irraggiamento diurno diventa rilevante l’aria si scalda e finisce per assorbire l’umidità ceduta che resta così invisibile. Nelle foreste tropicali, ad esempio, la traspirazione mattutina porta a una condensazione massiccia che impedisce la vista del cielo, ma poi il vapore si dissolve.

L’evapotraspirazione è tanto più pronunciata quanto più l’aria è secca, quanto più il terreno e lo strato vegetale sono pregni d’acqua, quanto più fa caldo o agisce l’irraggiamento e quanto più attivo è il metabolismo delle piante. Tuttavia, gli ‘scigheri’ si costituiscono solo se il vapore esalato condensa. Ciò non avviene necessariamente quando l’evapotraspirazione raggiunge dei picchi, bensì quando l’aumento del contenuto idrico generale dell’aria e l’abbassamento della temperatura regionale portano il tasso di umidità sopra i boschi al 100%. Nella Valposchiavo succede più spesso d’autunno, ma talora anche nelle giornate più fredde e piovose delle belle stagioni.

La traspirazione diminuisce parecchio quando la pianta va in riposo, cioè quando esce dalla fase in cui la fotosintesi e il metabolismo sono sostenuti. Ad esempio, gli abeti, i larici o i pini cembri della Valposchiavo vanno a nanna nella stagione fredda con ritmi che dipendono anche dalle condizioni climatiche e dalla quota (gli alberi che crescono in alto hanno periodi vegetativi brevi). Ciò abbassa la probabilità che in pieno inverno si abbiano sui pendii consistenti ‘scigheri’.

Nebbia invernale che aleggia su Miralago

 

Come la nebbia della poesia, anche gli ‘scigheri’ possono salire, posto che non si esauriscano prima. L’acqua presente nelle piante vince la gravità, supera resistenze interne ed è infine espulsa dalle foglie, aghiformi o larghe. Questo cammino richiede energia. Grazie alla fotosintesi, la pianta ha le risorse per funzionare come una pompa idraulica. L’umidità fuoriuscita è dunque carica di calorie e genera un vapore ascendente, visibile se condensato.

Abbandonato il bosco sottostante, l’effluvio si disperde. Da sotto, la sorgente forestale continua però a rilasciare umidità. Il risultato è che gli ‘scigheri’ sembrano indolenti strisce montanti, mentre in realtà sono continuamente rinnovate. Procedendo verso la sommità dei rilievi, i boschi risultano più radi e meno estesi e così il loro contributo è minore. I banchi di ‘scigheri’ si assottigliano, si frastagliano e poi si dissolvono. Condizioni di ricondensazione dell’umidità regionale si hanno eventualmente solo a quote più elevate e fredde, ma allora si tratta di nubi.

Nebbia invernale sul Lago di Poschiavo vista da Miralago

 

Talvolta l’evapotraspirazione contribuisce insieme ad altre condizioni locali a sviluppare il fenomeno del ‘mare di nuvole’. Sopra intere vallate si forma un materasso di vapore che è tanto opprimente se vissuto dall’interno, quanto meraviglioso se osservato dall’alto. Salendo sui monti, capita di attraversare la coltre condensata e di sbucare improvvisamente al sole. L’inversione termica (più caldo in quota che in basso) favorisce tali formazioni.

Lo spettacolare “mare di nuvole” del monte Fuji, in Giappone

 

In conclusione, la poesia di Carducci ci offre un’immagine romantica della nebbia che sale i pendii sopra il mare urlante. La scienza non è da meno, perché ci fa ricordare che il vapore condensato è anche ‘scigheri’, ossia il riflesso di una presenza biologica: è la vita delle piante, senza le quali non potremmo esistere.

Roberto Weitnauer