“Show and don’t tell”, un laboratorio di architettura letteraria

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Modellare lo spazio anche con le parole – Foto e Video
(di E. Bontognali)
Dal 9 al 12 dicembre si è svolto presso il CTL a Poschiavo un laboratorio di architettura letteraria LabLitArch. Ideatore dell’evento è l’architetto Matteo Pericoli che, dopo molteplici tappe in varie parti del mondo, approda a Poschiavo grazie a Josy Battaglia.

L’evento incuriosisce e sono gli stessi Matteo Pericoli e Josy Battaglia a rispondere alle nostre domande.

Un laboratorio d’architettura letteraria non è una cosa evidente, né tantomeno comune. Da cosa nasce questa idea?
È vero – risponde Pericoli – ma credo che l’anomalia stia proprio qui, nel fatto che non se ne parli più spesso. Leggendo, io ho sempre avuto la sensazione tangibile di trovarmi in un posto dove sono stato messo dalla struttura del testo. E ad un certo punto mi sono chiesto se le idee strutturali di un racconto non avessero molto più in comune con le idee architettoniche che nascono prima di costruire un edificio. Gli architetti di grande passione e talento non fanno altro che modellare lo spazio e questo ci è suggerito dal linguaggio dell’architettura, quindi muri, finestre, porte, scale.
Poi un giorno ho avuto l’idea di chiedere agli studenti della scuola Holden di Torino, quindi appassionati di scrittura e letteratura, di raccontare un testo non con le parole, bensì costruendolo. Togliendo tutte le parole, vedere cosa rimane e poi riproducendolo in un plastico. E il risultato si è rivelato sorprendente.

 

 

Qui ci sono partecipanti che vengono dall’Irlanda, da Israele, dall’Italia e ovviamente di qua. Perché proporre LabLitArch proprio a Poschiavo?
Ho conosciuto Matteo quando frequentavo la scuola Holden a Torino – questa volta è Josy Battaglia a risponderci – dove ho partecipato a un suo corso di architettura letteraria. L’idea di portarlo a Poschiavo è nata però recentemente, quando con Cassiano Luminati del Polo Poschiavo e Silvia Jost del Dipartimento Federale dell’Ambiente, dei Trasporti, dell’Energia e delle Comunicazioni si voleva organizzare qualcosa nel contesto della Giornata Internazionale della Montagna. Qualcosa che avesse un legame con l’architettura. Da qui l’idea di invitare Matteo Pericoli. Abbiamo diffuso la notizia di questo laboratorio è si è annunciata gente da varie parti del mondo. Oltre ai partecipanti ci sono anche sei studenti di architettura che ci aiutano nella costruzione del plastico.

 

 

Chi ha più difficoltà in questa sfida: l’architetto o il lettore insaziabile?
Tutti – così Pericoli. Il primo impatto del lettore è di pensare che non sarà in grado di manipolare lo spazio, perché spesso si crede che l’architettura sia una disciplina degli esperti, mentre tutti siamo esperti in architettura, come tutti siamo lettori. Lo spazio di un edificio, la posizione dei muri, la luce che entra dalle finestre, ma anche le sensazioni riguardo a un testo che stiamo leggendo le percepiamo in modo subliminale. Le idee letterarie prima di diventare un’opera e le idee architettoniche prima di trasformarsi in una costruzione sono la stessa cosa.

 


Cerco di immaginarmi come potrebbero essere i plastici di un giallo scandinavo e di un romanzo storico. Esistono delle regole?
Non esiste cosa giusta o cosa sbagliata. C’è però una grande differenza sia nell’architettura che nella scrittura tra l’essere letterari e l’essere letterali. “Show and don’t tell”, dice un detto anglosassone. La sfida è quindi riuscire a capire cosa troveremmo, se riuscissimo a spogliare definitivamente il testo delle sue parole. L’obiettivo è mostrare senza spiegare.