Prima parte
(di R. Weitnauer)
Esposizione in due parti a cavallo di quanto ci raccontano filosofia, neurofisiologia e psicologia e col contributo di una recente sensazionale ricerca.
Da adolescenti pensiamo spesso che lo scopo ultimo della vita sia quello di essere felici. Si tratta di una convinzione che matura in noi, facendosi largo tra istinto, emozioni e intelletto.
Non è un punto di vista errato, dal momento che nel corso della storia del pensiero esso è stato adottato da diverse scuole filosofiche, sia orientali che occidentali.
D’altro canto, nella filosofia il concetto di felicità assume connotati più complessi di quanto non ci prospetti l’ingenua età adolescenziale. Tanto per cominciare, un conto è decidere di essere felici, un altro è capire in che consista esattamente la felicità e in che modo la si possa raggiungere.
Cerchiamo di farci un quadro coerente e più semplice possibile di tale questione esistenziale. Ovviamente, considerato l’argomento, questo scritto non ha pretese di esaustività.
Sulla scorta di quanto si può ricavare dalle attuali conoscenze, procederemo in due fasi: prima affronteremo il nostro tema dal punto di vista della neurofisiologia, della filosofia e della psicologia. In una seconda sezione prenderemo in esame una ricerca recente e, si può ben dire, incredibile.
La neurofisiologia c’insegna che nella parte più antica e profonda del nostro encefalo esistono veri e propri circuiti del piacere (attivati dalla dopamina). Grossolanamente parlando, essi risultano divisi in una porzione che veicola il desiderio e in una che media la gratificazione.
Il piacere può considerarsi come un sistema biochimico che, tramite sesso, alimenti e affetti, ci aiuta a sopravvivere. Desideriamo ognuna di queste cose e ognuna di esse può gratificarci.
Questi piaceri sono però temporanei. La pedestre e talvolta ossessiva ricerca di essi non è proficua ai fini del nostro benessere; al contrario, essa è il riflesso di uno squilibrio comportamentale. Il nostro cervello come tale la interpreta, mettendo in atto processi di stress e allarme; superati questi senza esiti correttivi, subentrano problemi anche organici.
In sostanza, la felicità non s’identifica affatto con la reiterazione o l’esaltazione del piacere, come possono raccontare, ad esempio, un tossicomane, un bulimico o anche un consumatore estremo di sesso (in mancanza di aspetti relazionali).
L’essere umano evidenzia un’altra brama tipica: la ricerca del potere (simile a quella della ricchezza). Tuttavia, la percezione della nostra autorità (o della nostra facoltà) non è altro alla fine che una forma indiretta di piacere. In particolare, si tratta della gratificazione che riceviamo dal soddisfacimento di desideri di possesso e dall’attuazione del nostro arbitrio.
Come nel caso del piacere diretto, anche qui manca però una valorizzazione della nostra individualità. Ad esempio, l’autorità non assicura lo sviluppo di affetti stabili. Inoltre, anche i piaceri dell’autorità sono temporanei. Questa è la ragione per cui l’esercizio del potere deve continuamente proiettarsi su qualcosa di nuovo, autoalimentandosi, talvolta pericolosamente.
In definitiva, chi cerca solo il piacere dei sensi o chi si nutre della propria autorità non pone le migliori premesse per condurre una vita felice. In alcuni casi diventa addirittura vittima delle proprie pulsioni, maturando dipendenze che, in quanto tali, sono la negazione della libertà.
Passiamo ora velocemente alle elaborazioni filosofiche del concetto di felicità.
Esse sono le più svariate, a cominciare da Platone e Aristotele. Ciò testimonia della complessità dell’argomento, pur essendo la parola ‘felicità’ piuttosto frequente sulle nostre labbra.
Tutti gli approcci filosofici hanno comunque un tratto in comune: travalicano le semplice ricerca del piacere e pongono all’individuo mete più elevate. Persino nell’edonismo, la filosofia che sembra fare leva sul ‘carpe diem’ (cogliere l’attimo, approfittare dell’opportunità, godere del momento), si tratta in realtà di puntare a un aspetto etico del piacere, ciò che viene definito come ‘bene’.
Non sono d’altronde pochi i filosofi che ritengono che persino la felicità sia uno stato d’animo occasionale e fugace e, dunque, non un valore esistenziale.
Quali sono allora i valori cui ambire lungo la via del bene nel corso degli anni?
Possiamo riferirci qui alla splendida sintesi effettuata da Adriano Olivetti, grande imprenditore e intellettuale italiano, stroncato a 59 anni nel 1960 sul treno Milano-Losanna da una trombosi cerebrale.
Egli così si espresse: La bellezza, insieme all’amore, alla verità e alla giustizia, rappresenta un’autentica promozione spirituale. Gli uomini, le ideologie, gli stati che dimenticheranno una sola di queste forze creatrici, non potranno indicare a nessuno il cammino della civiltà.
Per alcuni filosofi l’amore è una categoria derivata, cioè è in qualche modo richiamata dalle altre tre, per altri merita invece una considerazione a sé.
In ogni caso, che si tratti di uno schema filosofico tripolare o quadripolare, esso implica una relazione col prossimo. La verità, la bellezza, la giustizia e l’amore hanno infatti senso solo nell’ambito di una collettività, di un dialogo, di un confronto. Teniamo ora fermi questi aspetti e passiamo alla psicologia.
Il grande neurologo e psichiatra austriaco Viktor Frankl, un sopravvissuto dell’Olocausto, ha illustrato l’essenza dell’infelicità.
Egli scrisse nella seconda metà degli anni ‘40 che la vita può diventare insopportabile più per l’impossibilità di attribuirle un significato che non per le avversità che la segnano. Gran parte dei suicidi possono essere attribuiti in ultima istanza a questo fattore. Ciò è come dire che è la percezione di un’esistenza insensata a darci l’impressione di transitare per una sequela di giorni bui.
Sono queste parole da scolpire nella pietra. Cosa accade se ora le incrociamo con le risultanze filosofiche che abbiamo prima individuato?
Ebbene, se viviamo un’esistenza nella quale coltiviamo l’interesse per la verità, la bellezza, la giustizia e l’amore, poniamo innanzitutto le premesse per relazionarci costruttivamente col prossimo. Inoltre, se questi valori ci suggeriscono degli scopi da perseguire, possiamo dare un significato alla nostra presenza sulla Terra. Ognuno con le proprie risorse.
Nutrire ideali, custodire sogni, fissare scopi, stilare progetti; ecco cosa conta per una vita soddisfacente. Non è importante la meta, ma il cammino, scrisse Paulo Coelho ne ‘Il cammino di Santiago’. Ma per dare senso a un cammino come la vita occorre proprio una meta, anche più mete, focalizzandosi su qualcosa che possa essere vera, giusta, bella, da amare. Il meglio si profila quando lo facciamo insieme ad altri, come ora appureremo…
(domani segue la seconda parte)
Roberto Weitnauer














