Seconda parte
(di R. Weitnauer)
Esposizione in due parti a cavallo di quanto ci raccontano filosofia, neurofisiologia e psicologia e col contributo di una recente sensazionale ricerca.
Da adolescenti pensiamo spesso che lo scopo ultimo della vita sia quello di essere felici. Si tratta di una convinzione che matura in noi, facendosi largo tra istinto, emozioni e intelletto.
Non è un punto di vista errato, dal momento che nel corso della storia del pensiero esso è stato adottato da diverse scuole filosofiche, sia orientali che occidentali.
D’altro canto, nella filosofia il concetto di felicità assume connotati più complessi di quanto non ci prospetti l’ingenua età adolescenziale. Tanto per cominciare, un conto è decidere di essere felici, un altro è capire in che consista esattamente la felicità e in che modo la si possa raggiungere.
Cerchiamo di farci un quadro coerente e più semplice possibile di tale questione esistenziale. Ovviamente, considerato l’argomento, questo scritto non ha pretese di esaustività.
Sulla scorta di quanto si può ricavare dalle attuali conoscenze, procederemo in due fasi: prima affronteremo il nostro tema dal punto di vista della neurofisiologia, della filosofia e della psicologia. In una seconda sezione prenderemo in esame una ricerca recente e, si può ben dire, incredibile.
La neurofisiologia c’insegna che nella parte più antica e profonda del nostro encefalo esistono veri e propri circuiti del piacere (attivati dalla dopamina). Grossolanamente parlando, essi risultano divisi in una porzione che veicola il desiderio e in una che media la gratificazione.
Il piacere può considerarsi come un sistema biochimico che, tramite sesso, alimenti e affetti, ci aiuta a sopravvivere. Desideriamo ognuna di queste cose e ognuna di esse può gratificarci.
Questi piaceri sono però temporanei. La pedestre e talvolta ossessiva ricerca di essi non è proficua ai fini del nostro benessere; al contrario, essa è il riflesso di uno squilibrio comportamentale. Il nostro cervello come tale la interpreta, mettendo in atto processi di stress e allarme; superati questi senza esiti correttivi, subentrano problemi anche organici.
In sostanza, la felicità non s’identifica affatto con la reiterazione o l’esaltazione del piacere, come possono raccontare, ad esempio, un tossicomane, un bulimico o anche un consumatore estremo di sesso (in mancanza di aspetti relazionali).
L’essere umano evidenzia un’altra brama tipica: la ricerca del potere (simile a quella della ricchezza). Tuttavia, la percezione della nostra autorità (o della nostra facoltà) non è altro alla fine che una forma indiretta di piacere. In particolare, si tratta della gratificazione che riceviamo dal soddisfacimento di desideri di possesso e dall’attuazione del nostro arbitrio.
Come nel caso del piacere diretto, anche qui manca però una valorizzazione della nostra individualità. Ad esempio, l’autorità non assicura lo sviluppo di affetti stabili. Inoltre, anche i piaceri dell’autorità sono temporanei. Questa è la ragione per cui l’esercizio del potere deve continuamente proiettarsi su qualcosa di nuovo, autoalimentandosi, talvolta pericolosamente.
In definitiva, chi cerca solo il piacere dei sensi o chi si nutre della propria autorità non pone le migliori premesse per condurre una vita felice. In alcuni casi diventa addirittura vittima delle proprie pulsioni, maturando dipendenze che, in quanto tali, sono la negazione della libertà.
Passiamo ora velocemente alle elaborazioni filosofiche del concetto di felicità.
Esse sono le più svariate, a cominciare da Platone e Aristotele. Ciò testimonia della complessità dell’argomento, pur essendo la parola ‘felicità’ piuttosto frequente sulle nostre labbra.
Tutti gli approcci filosofici hanno comunque un tratto in comune: travalicano le semplice ricerca del piacere e pongono all’individuo mete più elevate. Persino nell’edonismo, la filosofia che sembra fare leva sul ‘carpe diem’ (cogliere l’attimo, approfittare dell’opportunità, godere del momento), si tratta in realtà di puntare a un aspetto etico del piacere, ciò che viene definito come ‘bene’.
Non sono d’altronde pochi i filosofi che ritengono che persino la felicità sia uno stato d’animo occasionale e fugace e, dunque, non un valore esistenziale.
Quali sono allora i valori cui ambire lungo la via del bene nel corso degli anni?
Possiamo riferirci qui alla splendida sintesi effettuata da Adriano Olivetti, grande imprenditore e intellettuale italiano, stroncato a 59 anni nel 1960 sul treno Milano-Losanna da una trombosi cerebrale.
Egli così si espresse: La bellezza, insieme all’amore, alla verità e alla giustizia, rappresenta un’autentica promozione spirituale. Gli uomini, le ideologie, gli stati che dimenticheranno una sola di queste forze creatrici, non potranno indicare a nessuno il cammino della civiltà.
Per alcuni filosofi l’amore è una categoria derivata, cioè è in qualche modo richiamata dalle altre tre, per altri merita invece una considerazione a sé.
In ogni caso, che si tratti di uno schema filosofico tripolare o quadripolare, esso implica una relazione col prossimo. La verità, la bellezza, la giustizia e l’amore hanno infatti senso solo nell’ambito di una collettività, di un dialogo, di un confronto. Teniamo ora fermi questi aspetti e passiamo alla psicologia.
Il grande neurologo e psichiatra austriaco Viktor Frankl, un sopravvissuto dell’Olocausto, ha illustrato l’essenza dell’infelicità.
Egli scrisse nella seconda metà degli anni ‘40 che la vita può diventare insopportabile più per l’impossibilità di attribuirle un significato che non per le avversità che la segnano. Gran parte dei suicidi possono essere attribuiti in ultima istanza a questo fattore. Ciò è come dire che è la percezione di un’esistenza insensata a darci l’impressione di transitare per una sequela di giorni bui.
Sono queste parole da scolpire nella pietra. Cosa accade se ora le incrociamo con le risultanze filosofiche che abbiamo prima individuato?
Ebbene, se viviamo un’esistenza nella quale coltiviamo l’interesse per la verità, la bellezza, la giustizia e l’amore, poniamo innanzitutto le premesse per relazionarci costruttivamente col prossimo. Inoltre, se questi valori ci suggeriscono degli scopi da perseguire, possiamo dare un significato alla nostra presenza sulla Terra. Ognuno con le proprie risorse.
Nutrire ideali, custodire sogni, fissare scopi, stilare progetti; ecco cosa conta per una vita soddisfacente. Non è importante la meta, ma il cammino, scrisse Paulo Coelho ne ‘Il cammino di Santiago’. Ma per dare senso a un cammino come la vita occorre proprio una meta, anche più mete, focalizzandosi su qualcosa che possa essere vera, giusta, bella, da amare. Il meglio si profila quando lo facciamo insieme ad altri, come ora appureremo…
Seconda parte
Davvero le relazioni possono diventare così rilevanti nella strategia della vita? Si può rispondere a questa domanda con uno studio che ha del sensazionale.
Arriviamo con ciò ai nostri giorni e, nella fattispecie, allo psichiatra statunitense Robert Waldinger della Harvard Medical School. Questi è direttore di un programma di ricerca, assolutamente unico nel suo genere.
Lo scopo dello studio è finalizzato a rispondere a questa domanda: cosa rende la vita di un soggetto significativa, piena, felice e anche sana?
Ci si può intanto chiedere come sia stato possibile condurre una ricerca con pretese così elevate. Vediamo.
Si è dovuto innanzitutto predisporre un campione di persone delle quali seguire le orme, lo stato d’animo e l’oggettiva condizione esistenziale. Lo si è fatto fin dal 1938, riunendo ben 724 soggetti tra bambini e adolescenti.
Il campione era costituito circa per la metà da individui di ambiente borghese o benestante, mentre per l’altra metà erano contemplati soggetti di famiglie che vivevano in condizioni povere o anche di miseria.
Successivamente, si è dovuto trovare un criterio per valutare il grado di benessere mentale conquistato nel tempo e nelle varie circostanze.
Elaborare una statistica in base ai ricordi del passato sarebbe stato fuorviante, poiché la memoria perde i pezzi e, d’altro canto, può risultare molto creativa nel colmare le lacune. Si è optato quindi per un criterio di controllo che non ha precedenti.
Ogni anno, nel corso della loro maturazione e dell’età adulta, i membri del campione sono stati intervistati a fondo; si sono raccolti filmati della loro quotidianità familiare; sono state registrate le loro preoccupazioni, scansionate le attività del loro cervello; si è tenuto traccia dei loro progressi negli studi, poi nella carriera; si è seguito il loro posizionamento sociale, economico e professionale; sono stati esaminati i loro matrimoni, i divorzi, le relazioni in generale; si sono considerate le opinioni di parenti, amici e conoscenti; e così via.
Uno studio così impegnativo corre diversi rischi. Dopo qualche anno i fondi per sostenerlo possono finire, i ricercatori possono essere dirottati altrove, i membri del campione possono decidere di uscire dal controllo. Per non parlare dei decessi prematuri, sempre possibili sia tra i controllati che tra i controllori.
Ma tutto questo, grazie a un mix di perseveranza e fortuna, non è accaduto. Così, lo studio è andato avanti grazie a sette generazioni di studiosi che si sono passati il testimone per 76 lunghi anni! In sostanza, sono state controllate vite intere! Non esiste al mondo una ricerca sulla maturazione e la storia individuale che sia tanto vasta e duratura. Un record.
Dei 724 membri iniziali ne sono oggi rimasti 60, in maggioranza novantenni. Lo studio ha però incluso strada facendo anche le generazioni derivate dagli individui originari e sta ora esaminando circa 2000 bambini discendenti. L’incredibile studio prosegue.
Le statistiche illustrano che, se si chiede ai giovani cosa possa rendere la vita felice, l’80% di loro risponde: accumulare un ricco patrimonio e diventare famosi. L’idea di fondo è che occorra lavorare duramente per conquistare tali traguardi.
Ebbene, anticipiamolo subito, la ricerca illustra che questa convinzione è sostanzialmente errata, sia in riferimento ai mezzi che al fine.
Durante gli anni dello studio pluridecennale alcuni membri del campione sono diventati importanti, uno è persino stato Presidente degli Usa, alcuni si sono arricchiti, alcuni hanno mantenuto il loro status, alcuni hanno perso tutto, alcuni si sono rifugiati nell’alcol, alcuni hanno sviluppato schizofrenia. Qualcuno è passato dalle stelle alle stalle, qualcuno ha seguito il percorso inverso.
Tutti questi destini hanno prodotto varie decine di migliaia di pagine di studio. L’enorme corpo di informazioni ha condotto a questo risultato: non è affatto la celebrità, la ricchezza o il potere a renderci felici. Non è il duro lavoro compiuto per raggiungere quegli obiettivi a risultare appagante.
Cosa allora rende la vita realmente degna di essere vissuta? Sono le relazioni col prossimo, ecco l’inequivocabile sentenza.
È emerso che le persone che sono più collegate con amici, parenti e collettività sono più sane, più felici e vivono più a lungo.
Per converso, la solitudine uccide, è tossica, comporta un declino già dalla mezza età, abbassa le facoltà cerebrali, deprime l’umore e accorcia la vita. Dal rapporto si evince che il 20% degli americani studiati sono soli.
Va notato che la solitudine si vive anche in famiglia. Non è il numero di parenti e amici a non farci sentire soli, ma la qualità dei legami. I conflitti matrimoniali risultano particolarmente devastanti, quasi sempre sono molto peggiori delle condizioni vigenti dopo un divorzio.
Non è il livello del colesterolo nei cinquantenni a predire come sarà la qualità della loro terza età e quanto a lungo vivranno. No, è invece il livello delle loro relazioni più intime. I cinquantenni che nello studio risultavano più soddisfatti dei loro rapporti interpersonali si sono dimostrati poi gli ottantenni più sani e forti, oltre che i più sereni.
I dolori connessi con l’età avanzata sono stati sopportati facilmente dagli individui con buone relazioni alle spalle, mentre negli altri il loro umore compromesso ha amplificato il dolore.
In fondo, il risultato di questa fenomenale ricerca conferma antiche saggezze. Fa allora specie considerare quanto facilmente esse possano essere disattese. Il fatto è che le relazioni umane sono complicate, sono una conquista faticosa, richiedono sacrificio, impegno, flessibilità, accettazione e idee chiare. Non si tratta insomma di lusinghe semplici, come la fama, i soldi o il potere.
Waldinger, l’attuale direttore del progetto, ha recentemente concluso una sua conferenza, dicendo all’incirca: La cessazione brutale di relazioni lunghe e intime e il rancore hanno sul nostro umore un potenziale distruttivo terrificante. Non sarà mai abbastanza chiaro quanto possa fare bene all’animo e alla salute chiamare al telefono una persona con cui da anni si erano rotti i ponti.
Siamo giunti alla fine di questo articolo.
Devo ammettere che, dopo aver raccolto il materiale discusso nelle precedenti righe, non posso fare a meno di chiedermi come sto vivendo.
E voi? Voi che leggete, come avete speso gli ultimi anni? Dove avete maggiormente profuso le vostre energie?
Roberto Weitnauer















