Reddito di base incondizionato: una scelta per ora o per il futuro?

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Cittadini chiamati ad esprimersi il 5 giugno
(di R. Weitnauer)
Secondo le proiezioni, la votazione sul reddito di base incondizionato vedrà una sconfitta dei promotori, già avversati da Consiglio e Parlamento.

 

Per una parte della popolazione, a quanto sembra consistente, l’iniziativa risulta utopica, ingenua e deleteria. Essa sarebbe infatti ingiustificata per rapporto alle coperture finanziarie richieste, nonché foriera di guadagni facili che porterebbero a una deriva assistenzialistica, danneggiando la competitività della Svizzera e inquinando il mercato.
Si tratta di preoccupazioni legittime. Nondimeno, il contenuto della proposta dovrebbe costituire un importante elemento di riflessione per chi osserva le economie occidentali su una scala di tempo abbastanza lunga da realizzare come il mondo stia mutando.
Alcuni divari di reddito si stanno eccessivamente acuendo, la povertà s’insinua pericolosamente nelle società moderne, la tecnologia tende ad aumentare la disoccupazione in tutti i paesi, creando strati sociali che non consumano e quindi non alimentano l’economia.
L’idea è che la Confederazione, insieme a strade, illuminazioni o sicurezza, si adoperi per offrire a ciascuno una risorsa economica, ponendo un piede nel futuro occidentale.

Il ‘reddito di cittadinanza universale’ (RCU), come altrimenti è definito dagli economisti il sistema sociale proposto, non va confuso con indennizzi di disoccupazione o altri aiuti economici.
In effetti, questi ultimi, largamente adottati dalle nazioni europee, rispondono alle raccomandazioni formulate sin dal 1992 dal Consiglio delle Comunità Europee (92/441 CEE) che, sostanzialmente, mirano ad assicurare un reddito minimo garantito al cittadino. Tale diritto è concesso in vari casi anche laddove questi non possa più pretendere un sussidio di disoccupazione o altri aiuti.
L’iniziativa in voto il 5 giugno va oltre: quel minimo esistenziale deve essere un diritto inalienabile di ogni svizzero, indipendentemente dal suo status.
Il RCU è certamente un elemento di rottura col passato. I primi visionari che l’hanno concepito sono stati biasimati, eppure oggi la loro proposta è sempre più discussa da politici ed economisti.
Per essere armoniosamente adottato, il RCU non dovrebbe semplicemente aggiungersi agli attuali supporti pensati per la sussistenza e la dignità dei più bisognosi. Esso implica infatti un ripensamento del modello sociale classico. I promotori dell’iniziativa non indicano però una via precisa. Questa, nel caso, dovrà trovarla il Parlamento svizzero.
Agli occhi di molti ciò appare probabilmente come un difetto. La popolazione vuole decidere su soluzioni, non su problemi da risolvere. E, così, finisce per preferire il sistema vecchio al problema nuovo.

Come la pensano all’estero? Gli schieramenti politici non sono così ovvi come si potrebbe pensare.
Per fare un esempio, prendiamo gli Usa, dove al mito del ‘self made man’ fanno da contraltare 56 milioni di persone sotto la soglia della povertà. Qui il welfare non è un esempio virtuoso. Il RCU si è posto come una possibile correzione del patto sociale tra Stato e cittadini.
Il senatore democratico Bernie Sanders simpatizza per il RCU. Al contrario, Hillary Clinton, pure democratica, lo critica. Marco Rubio, senatore repubblicano, lo accoglie al punto di averlo proposto come elemento cardine del suo programma fiscale per il 2015. In genere, i repubblicani, da sempre fiduciosi nel libero mercato, ritengono che un RCU diminuirebbe l’ingerenza del governo nell’esistenza di cittadini e imprese.
In quanto al paventato disincentivo al lavoro che causerebbe il RCU, negli Usa le indagini attestano che si tratta di un timore infondato: con il RCU la formazione viene completata con voti migliori e le ore di lavoro non si spostano di una virgola (con l’eccezione delle donne in periodo di maternità). Gli studi svizzeri forniscono analoghe risultanze.

Una delle convinzioni che sottostanno al concetto di RCU è che una collettività in cui operino validi ammortizzatori sociali sia nel complesso più florida. Convinzione sana.
È però inevitabile che il finanziamento richiesto da un RCU sia ingente. Per la Svizzera si tratterebbe, a conti fatti, di reperire un saldo finale di 25 miliardi di CHF/anno (qualora si ragionasse su un importo pro capite mensile di 2500 CHF per gli adulti e di 625 CHF per i minori).
Come ritagliarsi questa copertura con tagli, tasse, debito o altro è appunto un aspetto ancora oscuro. Si potrebbe stampare una parte del fabbisogno, ma allora si provocherebbe inflazione, visto che la copertura equivale a 8 punti di Iva.
D’altronde, i conservatori sottolineano che un RCU semplificherebbe enormemente il welfare, facendo risparmiare negli Usa 1000 miliardi di dollari. Minimizzati sarebbero pure i casi di abusi, truffa e spreco.

Insomma, le modalità di applicazione e l’impatto di un RCU sono difficili da prevedere.
Ciò non toglie che veri e propri RCU siano già in programma o addirittura in corso di attuazione in Finlandia, a Utrecht (Paesi Bassi), nell’Ontario (Canada) o anche in Bolivia, tanto per citare degli esempi. In Gran Bretagna cresce l’interesse per un programma pilota da attuare su scala cittadina.
Sarà interessante saggiare gli esiti di quelle esperienze. L’iniziativa del 5 giugno è prematura per la Svizzera e lacunosa nella presentazione? Molti lo dicono. È però probabile che, a prescindere dal voto, di questo modello sociale si parlerà ancora.

Roberto Weitnauer


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