L’epidemia di coronavirus dichiaratasi a fine 2019 in Cina si è progressivamente estesa all’intero pianeta, costringendo i governi di tutto il mondo, Svizzera compresa, ad adottare drastiche misure. Il 16 marzo il Consiglio federale ha proclamato la «situazione straordinaria» ai sensi della legge sulle epidemie e disposto con l’ordinanza 2 COVID-19 restrizioni significative alle attività economiche e alla vita sociale. Avendo raggiunto il loro scopo, ossia consentire una notevole riduzione del numero di nuovi contagi, i provvedimenti vengono ora gradualmente allentati.
Le misure imposte hanno avuto un pesante impatto sull’economia. La disoccupazione è aumentata e le richieste di lavoro ridotto hanno raggiunto un livello record. Anche le previsioni congiunturali hanno dovuto essere corrette nettamente verso il basso. Il gruppo di esperti della Confederazione incaricato delle previsioni congiunturali prevede un calo del 6,7% del PIL per il 2020, e solo una lenta ripresa per il 2021.
Settore dei servizi particolarmente toccato
È opportuno esaminare più da vicino i settori e i rami d’attività direttamente toccati dalla crisi. Per quanto riguarda il settore primario l’agricoltura dovrebbe riuscire a reggere relativamente bene la crisi. L’approvvigionamento di alimenti e di foraggi soddisfa i fabbisogni di base ed è stato solo moderatamente limitato dalle misure adottate dal Consiglio federale. Tuttavia, anche gli agricoltori subiscono l’impatto della chiusura di determinati mercati o degli ostacoli ai processi produttivi.
Maggiori difficoltà sono previste per l’industria e le attività manifatturiere. L’attività sui cantieri è stata in parte sospesa o resa più difficile dalle regole di distanziamento sociale. Inoltre, in alcuni comparti le esportazioni hanno subito una forte contrazione e vi sono difficoltà di approvvigionamento di materiali importati dall’estero. I dati aggiornati sulle importazioni e le esportazioni mostrano un crollo storico: se in marzo le esportazioni hanno segnato un leggero aumento ascrivibile al settore chimico-farmaceutico, in aprile hanno subito un tonfo dell’11,9% in termini destagionalizzati. Le perdite più ingenti hanno riguardato il settore della bigiotteria e gioielleria e quello dell’orologeria, che hanno segnato una flessione di oltre il 70% (complessivamente -1,6 mia di franchi). A subire un crollo più marcato sono tuttavia le importazioni, che sono calate del 21,9% in termini destagionalizzati. Nell’aprile 2020 la bilancia commerciale ha chiuso con un’eccedenza record di 4,3 miliardi di franchi. È probabile che nei prossimi mesi l’industria si troverà ad affrontare una situazione di grande difficoltà. Stando tuttavia ad alcune stime (p. es. analisi UBS), a medio termine l’industria dovrebbe mostrarsi più robusta di altri settori economici. È comunque difficile formulare previsioni precise perché molto dipenderà dalla situazione economica all’estero.

Settore dei servizi particolarmente toccato
È opportuno esaminare più da vicino i settori e i rami d’attività direttamente toccati dalla crisi. Per quanto riguarda il settore primario l’agricoltura dovrebbe riuscire a reggere relativamente bene la crisi. L’approvvigionamento di alimenti e di foraggi soddisfa i fabbisogni di base ed è stato solo moderatamente limitato dalle misure adottate dal Consiglio federale. Tuttavia, anche gli agricoltori subiscono l’impatto della chiusura di determinati mercati o degli ostacoli ai processi produttivi.
Maggiori difficoltà sono previste per l’industria e le attività manifatturiere. L’attività sui cantieri è stata in parte sospesa o resa più difficile dalle regole di distanziamento sociale. Inoltre, in alcuni comparti le esportazioni hanno subito una forte contrazione e vi sono difficoltà di approvvigionamento di materiali importati dall’estero. I dati aggiornati sulle importazioni e le esportazioni mostrano un crollo storico: se in marzo le esportazioni hanno segnato un leggero aumento ascrivibile al settore chimico-farmaceutico, in aprile hanno subito un tonfo dell’11,9% in termini destagionalizzati. Le perdite più ingenti hanno riguardato il settore della bigiotteria e gioielleria e quello dell’orologeria, che hanno segnato una flessione di oltre il 70% (complessivamente -1,6 mia di franchi). A subire un crollo più marcato sono tuttavia le importazioni, che sono calate del 21,9% in termini destagionalizzati. Nell’aprile 2020 la bilancia commerciale ha chiuso con un’eccedenza record di 4,3 miliardi di franchi. È probabile che nei prossimi mesi l’industria si troverà ad affrontare una situazione di grande difficoltà. Stando tuttavia ad alcune stime (p. es. analisi UBS), a medio termine l’industria dovrebbe mostrarsi più robusta di altri settori economici. È comunque difficile formulare previsioni precise perché molto dipenderà dalla situazione economica all’estero.
Per lo meno a breve e medio termine, a risentire in misura ancora maggiore della crisi sarà molto probabilmente il settore dei servizi. Diverse analisi mostrano che la maggior parte dei rami d’attività fortemente colpiti rientrano proprio in questo settore.
- Commercio al dettaglio: il commercio al dettaglio è stato duramente colpito dalle misure introdotte dall’ordinanza 2 COVID-19. Molti commercianti sono stati costretti a chiudere i loro negozi e solo le attività «essenziali» (p. es. alimentari, farmacie) hanno potuto essere mantenute. Non sorprende quindi che il lockdown, compensato in parte dal commercio online, abbia provocato ingenti perdite. La situazione è particolarmente critica per i negozi di articoli e tessili per la casa e i negozi fai da te (ferramenta, vernici ecc.), che hanno visto il loro fatturato crollare di circa il 30% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. Parallelamente, vi sono anche comparti del commercio al dettaglio che hanno tratto vantaggio dalla crisi, come quello degli alimentari o delle apparecchiature informatiche e di comunicazione (p. es. elettronica di consumo). In marzo 2020 il fatturato di tutto il settore del commercio al dettaglio è sceso solo del 6% rispetto all’anno prima.
- Cultura e intrattenimento: anche cinema, musei, biblioteche e altre strutture di questo tipo hanno dovuto chiudere per effetto delle misure disposte dall’ordinanza 2 COVID-19 e i grandi eventi culturali in programma sono stati annullati. Vista l’impossibilità di limitare in altro modo i danni, l’impatto del lockdown sul settore è relativamente pesante.
- Ristorazione: le limitazioni imposte dall’ordinanza 2 COVID-19 hanno interessato ristoranti, bar, discoteche e attività connesse. In poche settimane le perdite di fatturato hanno raggiunto diverse centinaia di milioni di franchi. Per molti esercizi, la possibilità offerta dalle vendite di cibo da asporto e dalle consegne a domicilio permette di limitare leggermente i danni. È inoltre prevedibile che anche dopo l’allentamento delle misure il settore continuerà ad essere in difficoltà, p. es. a causa delle regole di distanziamento e delle prescrizioni igieniche che impediranno al fatturato di tornare ai livelli consueti.
- Servizi di alloggio: anche se non sono stati costretti a chiudere in seguito alle misure previste dall’ordinanza 2 COVID-19, gli alberghi e le strutture affini devono far fronte a un massiccio calo del numero di ospiti. Il crollo è dovuto non da ultimo al fatto che molti Stati hanno sconsigliato ai propri cittadini di andare in vacanza (sia nel proprio Paese che all’estero) e che la Svizzera ha disposto un divieto di entrata ai cittadini stranieri. Il calo è stato così consistente da spingere molte strutture a chiudere.
- Settore dei viaggi: nemmeno il settore dei viaggi (incluse le compagnie aeree) è stato costretto a chiudere, anche se ha subito un duro contraccolpo. Le limitazioni imposte al traffico aereo nazionale e internazionale e la raccomandazione generale di rinunciare ai viaggi hanno provocato un’ondata di cancellazioni. Allo stesso tempo, le nuove prenotazioni sono crollate.
Tra i settori fortemente colpiti dalla crisi coronavirus vi sono anche i trasporti, l’educazione e l’istruzione, i media (a stampa) e i servizi alla persona.
Le stime della SECO consentono di farsi un’idea dell’entità della contrazione del valore aggiunto dovuta alla crisi. I dati mostrano che nell’aprile 2020 molti dei settori menzionati hanno dovuto far fronte a una perdita di valore aggiunto compresa tra l’80 e il 100%. Nell’arco dell’anno tale perdita risulterà ridimensionata, ma resterà comunque consistente, e nei settori più colpiti (p. es. servizi di alloggio e ristorazione) si attesterà tra il 15 e il 35%.
Avenir Suisse ha analizzato i livelli di autofinanziamento e di liquidità dei settori fortemente colpiti per valutare la loro resilienza. L’analisi rivela che molte aziende dispongono di sufficienti liquidità solo grazie a crediti garantiti dalla Confederazione e che soprattutto il settore dei servizi di alloggio e quello dei viaggi dispongono di riserve di capitale proprio limitate.
Excursus: grandi differenze nella possibilità di telelavoro
Un recente studio dell’Università di Basilea ha analizzato in che misura gli addetti di un settore possono svolgere il loro lavoro da casa.
Nei settori in cui l’attività lavorativa comprende molti compiti amministrativi o creativi la percentuale di addetti che possono lavorare almeno in parte da casa raggiunge il 90% (si pensi al settore finanziario e assicurativo o all’informatica). In altri rami dell’economia, invece, questa possibilità non c’è, p. es. nella ristorazione, nel settore alberghiero e nell’edilizia. Questo è dovuto alla grande importanza che il contatto personale o la presenza fisica ricoprono in queste attività. Di conseguenza, le aziende maggiormente in difficoltà a causa dell’emergenza COVID-19 sono soprattutto quelle che possono ricorrere solo marginalmente al telelavoro.
Anche da questo punto di vista si osservano differenze a livello regionale: nelle regioni rurali l’incidenza delle professioni che meno si prestano al telelavoro è maggiore.

Regioni di montagna gravemente colpite
L’elenco dei settori particolarmente colpiti suggerisce che l’impatto della crisi coronavirus varia a seconda della regione e della tipologia di spazio (spazio tipo). Come mostra l’analisi delle strutture economiche regionali, in alcuni casi il mix settoriale (quota dei singoli settori economici sull’occupazione totale) delle aree rurali e di quelle urbane è molto diverso. Se si considera il numero di addetti la cui azienda (stabilimento) ha dovuto chiudere per effetto dell’ordinanza 2 COVID-19, si constata che le regioni di montagna sono maggiormente colpite rispetto ad altre regioni. Questo si spiega per il fatto che in queste regioni l’importanza dei settori legati al turismo sull’occupazione risulta superiore alla media (vedi excursus seguente). Inoltre, nelle regioni di montagna la struttura economica è relativamente meno diversificata. Non sorprende quindi che il Vallese e i Grigioni figurino tra i Cantoni più colpiti.

Basandosi unicamente su queste osservazioni, si dovrebbe concludere che le regioni rurali nel loro insieme sono più toccate dalle misure introdotte dall’ordinanza 2 COVID-19 rispetto a quelle urbane. L’analisi fondata sui cinque spazi tipo di regiosuisse mostra però che non è così: da un lato i settori legati al turismo (p. es. servizi di alloggio e ristorazione) hanno una maggiore incidenza occupazionale nelle aree rurali, dall’altro nelle città vi sono più persone che lavorano in altri settori fortemente colpiti dalla crisi (p. es. cultura e intrattenimento o commercio al dettaglio). A livello svizzero non si osservano quindi differenze sostanziali tra città e campagna e la vulnerabilità di una regione dipende piuttosto dalla struttura settoriale locale.

Excursus: turismo messo a dura prova dalla crisi coronavirus
Molti dei settori duramente colpiti dalle ripercussioni delle misure anti coronavirus sono legati al turismo. La crisi ha avuto un grave impatto sul numero dei pernottamenti, che nel marzo 2020 hanno subito un crollo del 62% rispetto all’anno precedente. Va ricordato peraltro che nello stesso periodo del 2019 si era registrato un leggero aumento.

La flessione più marcata si è verificata nelle grandi città (-67%) e nelle città (-63%), ma ha interessato anche le regioni rurali, dove il calo ha raggiunto circa il -58%. Il cedimento maggiore nelle città è imputabile da un lato alla quasi paralisi del turismo d’affari e congressuale, dall’altro alla cancellazione pressoché totale delle prenotazioni da parte degli ospiti stranieri, che tipicamente generano una percentuale di pernottamenti più elevata nelle regioni urbane. Anche i risultati di un’inchiesta condotta presso gli operatori turistici dalla HES-SO indicano che i tassi di cancellazione delle prenotazioni per i mesi di maggio e giugno sono più elevati nelle aree urbane rispetto a quelle di montagna. Il calo dei pernottamenti in termini assoluti è più forte nelle città.
Poiché però nelle regioni di montagna l’incidenza del turismo sull’occupazione e sulla creazione di valore aggiunto è maggiore che nelle città, le conseguenze della crisi coronavirus risultano più gravi nelle aree montane. Non si intravede un rapido miglioramento della situazione. Si calcola che in aprile il fatturato del settore alberghiero abbia subito un crollo del 90% e presumibilmente le cifre si manterranno ad un livello basso anche nei prossimi mesi. Si prevede addirittura che per una piena ripresa siano necessari diversi anni. Questa valutazione si basa sulle esperienze maturate durante la crisi finanziaria. La speranza è che la prossima estate la domanda interna cresca, compensando almeno in parte il calo delle presenze straniere. Anche per i mesi successivi le previsioni sono caratterizzate da grande incertezza. La situazione diventerebbe particolarmente critica se un’altra ondata di contagi compromettesse la stagione invernale.

Record di richieste di lavoro ridotto
Nota: non è escluso che nella distribuzione cantonale delle richieste di lavoro ridotto descritta in questo sottocapitolo vi siano errori di attribuzione (possibile fonte di errore: tutte le richieste di un’azienda sono state attribuite a un unico Cantone, anche se l’azienda possiede stabilimenti in più Cantoni). I dati corrispondono allo stato attuale delle conoscenze, con riserva di modifiche.
La crisi non è limitata ai settori direttamente costretti a chiudere per effetto dell’ordinanza 2 COVID-19, ma ha conseguenze molto più ampie. Lo dimostrano le richieste di indennità per lavoro ridotto, il cui numero ha raggiunto un livello record, di gran lunga superiore a quello registrato durante la crisi finanziaria. Per il mese di aprile, l’indennità per lavoro ridotto è stata chiesta per quasi il 40% degli occupati (1,9 milioni di addetti) in Svizzera. Anche il numero delle ore di lavoro perse dichiarato dalle aziende è molto elevato. In circa la metà dei settori, le aziende che hanno presentato una richiesta hanno indicato una perdita di lavoro pari in media all’80%. Inoltre, quasi tutte le aziende che hanno richiesto il lavoro ridotto lo hanno fatto per il periodo massimo attualmente consentito, pari a 6 mesi. Ciò nonostante, o forse proprio a causa di queste cifre elevate, stando ai dati della SECO il tasso di approvazione delle richieste è attualmente superiore al 95%.
La presentazione o l’approvazione di una richiesta di lavoro ridotto non significa che le aziende interessate lo introducano effettivamente per i loro dipendenti, ma solo che possono farlo. Saranno disponibili dati precisi sull’entità effettiva delle indennità per lavoro ridotto fruite solo nei prossimi mesi. Tuttavia, se già solo il 10% degli 1,9 milioni di addetti per i quali è stato richiesto il lavoro ridotto a fine aprile beneficia dell’indennità, si tratterebbe di un numero superiore a quello registrato durante la crisi finanziaria. In quell’occasione 90 000 addetti avevano usufruito del lavoro ridotto.

L’analisi per Cantone della percentuale di addetti per i quali è stato chiesto il lavoro ridotto evidenzia ancora una volta quanto le regioni di montagna siano gravemente colpite dalla crisi. Rispetto alla cartina precedente che mostrava la percentuale di addetti toccati dalle misure disposte dall’ordinanza 2 COVID-19 del Consiglio federale, si notano però alcune differenze. Se si considerano le richieste di lavoro ridotto, la Svizzera nordoccidentale, per esempio, sembra essere relativamente più colpita dalla crisi. Questo per vari motivi. Nel Cantone del Giura, i comparti in maggiore difficoltà sono quelli più toccati dal crollo delle esportazioni, primi fra tutti l’orologeria e l’industria metallurgica. Il settore della ristorazione e dei servizi di alloggio, invece, totalizza solo circa il 5% delle richieste di lavoro ridotto. Anche nel Cantone di Neuchâtel l’industria e l’edilizia sono gravemente colpite e rappresentano quasi la metà delle richieste di lavoro ridotto. In Ticino, Cantone che ha adottato le misure più stringenti contro la diffusione del coronavirus, la percentuale di addetti coinvolti raggiunge quasi il 50%, il che significa che è stato chiesto il lavoro ridotto per un dipendente su due. I settori maggiormente in difficoltà sono l’edilizia, il commercio e la ristorazione.
Excursus: elevata percentuale di frontalieri in alcune delle regioni più colpite
Grigioni, Ticino e Giura, dove l’impatto della crisi è stato particolarmente forte, sono tutti Cantoni con un’incidenza di lavoratori frontalieri rispetto all’occupazione totale superiore alla media. La decisione del Consiglio federale di non chiudere le frontiere ai pendolari transfrontalieri ha permesso di evitare che queste regioni subissero contraccolpi ancora più gravi per le attività economiche.

Disoccupazione in aumento
L’elevato numero di richieste di lavoro ridotto lascia supporre che in seguito alla crisi coronavirus anche la disoccupazione aumenterà. Normalmente, la disoccupazione scende in primavera per effetto della piena ripresa dell’attività in vari settori dopo la stagione invernale (p. es. edilizia). Invece del consueto calo, quest’anno le cifre della disoccupazione sono cresciute in tutto il Paese, tanto che a fine aprile il 3,3% della forza lavoro – ossia 153 000 persone – era iscritto a un ufficio di collocamento (URC). A titolo comparativo, nell’aprile 2019 la percentuale era del 2,3%. A contribuire maggiormente all’incremento sono i servizi di alloggio e di ristorazione.

Rispetto alla percentuale di addetti la cui azienda (stabilimento) ha dovuto chiudere per effetto dell’ordinanza 2 COVID-19 o al numero di richieste di lavoro ridotto, l’aumento della disoccupazione osservato finora sembra essere moderato. Questo indica che la disoccupazione parziale (lavoro ridotto) e i prestiti garantiti dalla Confederazione sono stati finora in grado di scongiurare un’ondata di licenziamenti.
L’analisi per regione mostra un quadro simile a quello descritto in precedenza: le regioni di montagna – primi fra tutti i Cantoni dei Grigioni e del Vallese – registrano un aumento della disoccupazione superiore alla media, che come da previsioni interessa soprattutto i settori legati al turismo.

Colpisce però anche l’aumento dei tassi di disoccupazione osservato nella Svizzera romanda, in particolare per quanto riguarda il settore delle costruzioni. Questo potrebbe essere riconducibile al fatto che, p. es., i Cantoni di Ginevra e Vaud hanno disposto il fermo dei cantieri. Comparativamente, i Cantoni della Svizzera centrale e nordorientale hanno registrato solo un incremento moderato della disoccupazione.
Dal confronto tra città e campagna emergono ancora una volta solo differenze relativamente contenute. Il tasso di disoccupazione è aumentato maggiormente nei centri rurali, con una crescita di 1,1 punti percentuali, mentre l’aumento è stato più debole nei comuni periurbani (+0,5%). Globalmente, tuttavia, nessuno degli spazi tipo considerati si scosta nettamente dagli altri.

Prospettive incerte
L’analisi mostra che, a causa della loro forte dipendenza dal turismo, le regioni di montagna sono più colpite delle altre dalla crisi coronavirus. Si prevede che in queste regioni la ripresa inizierà solo a medio termine, perché il turismo, soprattutto quello transfrontaliero, ripartirà a pieno ritmo solo tra qualche anno.
Anche la Svizzera occidentale risente più di altre regioni della crisi. Oltre ai settori della ristorazione, dei servizi di alloggio e del commercio al dettaglio, ad essere particolarmente colpiti sono l’industria e l’edilizia. Non si sa quando e con che velocità questi settori recupereranno terreno. Se nella ristorazione e nei servizi di alloggio tutto dipenderà da quanto rapidamente potranno essere allentate le regole di distanziamento sociale e da quando i consumi ritroveranno i livelli consueti, nell’industria fortemente orientata all’esportazione, sarà determinante il ritmo della ripresa all’estero. Le previsioni sono difficili anche per il settore dell’edilizia: c’è il rischio che i progetti attualmente previsti vengano accantonati, provocando un calo della domanda a medio termine.
È molto probabile che nei prossimi mesi la situazione economica estremamente difficile si protragga, causando un ulteriore incremento della disoccupazione, un calo delle esportazioni e una perdita di valore aggiunto. Non è possibile prevedere attualmente con precisione fino a quando le conseguenze della crisi si faranno sentire e a quanto ammonteranno i danni per l’economia. Questo dipende in larga misura dalla rapidità con cui le misure adottate possono essere allentate e da come il progressivo ritorno alla normalità influirà sull’ulteriore diffusione del virus. Il fatto che il Centro di ricerche congiunturali del Politecnico federale di Zurigo (KOF) e la SECO prevedano una crescita del PIL superiore al 5% già nel 2021, lascia ben sperare.
regiosuisse












