Matteo 21,1-11
Sermone del 3 dicembre 2023
Quando furono vicini a Gerusalemme e furono giunti a Betfage, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: “Andate nella borgata che è di fronte a voi; subito troverete un’asina legata e un puledro con essa; scioglieteli e conduceteli da me. E se qualcuno vi dice qualcosa, direte che il Signore ne ha bisogno e subito li manderà”. […]
I discepoli andarono e fecero come Gesù aveva loro ordinato; condussero l’asina e il puledro, vi misero sopra i loro mantelli e Gesù vi si pose a sedere. La maggior parte della folla stese i mantelli sulla via; altri tagliavano dei rami dagli alberi e li stendevano sulla via.
La folla gridava: “Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nei luoghi altissimi!”.
Essendo egli entrato in Gerusalemme, tutta la città fu messa in agitazione e si diceva: “Chi è costui?”. E le folle dicevano: “Questi è Gesù, il profeta che è da Nazaret di Galilea”. (Matteo 21,1-11)
Questo brano di Matteo lo ascoltiamo solitamente poco prima di Pasqua, la Domenica delle Plame. Oggi lo ascoltiamo in occasione della prima Domenica d’Avvento. In questo racconto l’evangelista ci dice come Gesù ha deciso di entrare a Gerusalemme, come decide di entrare nel nostro mondo: Gesù si presenta come umile re in groppa a un asino. Osservando questa scena, non possiamo non ricordare le parole da lui pronunciate, qualche anno prima, in una delle beatitudini: «Beati i mansueti, perché erediteranno la terra» (Matteo 5,5).
Il modo in cui Gesù entra in Gerusalemme riassume e realizza l’affermazione delle beatitudini. Il suo è un gesto inequivocabile: per entrare in città, non sceglie un cavallo, simbolo di guerra e di valore militare, bensì un asino, modesto animale da fatica, che non serve a combattere, che non è utile a togliere la vita agli altri. L’asino serve a portare pesi, a fare modesti lavori agricoli. Seduto in groppa all’asino, Gesù può ripetere: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi […] perché io sono mansueto e umile di cuore» (Matteo 11,28-29). Lo stile con cui Gesù entra a Gerusalemme significa che egli ha rinunciato alla forza, alla violenza, alla prevaricazione: rinuncia al potere mondano per realizzare la potenza dell’amore.
Se guardiamo alla storia del cristianesimo, certamente possiamo trovare molte prove del fatto che l’invito di Gesù a essere mansueti, umili, a seguire il suo esempio di re in groppa a un asino, è stato disatteso. Molte volte, cristiane e cristiani hanno preferito scegliere la via della forza e della violenza, piuttosto che quella dell’umiltà.
Ma possiamo anche trovare molte prove del fatto che l’invito di Gesù è stato seguito, messo in pratica, anche a costo di grandi sacrifici: i protestanti radicali detti anabattisti hanno accettato di morire pur di non uccidere; gli appartenenti al movimento pacifista cristiano dei quaccheri hanno rifiutato di levarsi il cappello davanti al re; nel Terzo Reich alcune migliaia di credenti hanno preferito andare nei lager piuttosto che militare nella Wehrmacht; i militanti per i diritti civili degli afroamericani, discepoli di Martin Luther King, si sono opposti con metodi nonviolenti alle cariche della polizia. E dunque possiamo dire che tra le virtù propagate nella storia del cristianesimo, l’umiltà non riveste l’ultimo posto in ordine di importanza.
Potremmo fermarci qui. E non sarebbe sbagliato. Ribadendo che la via dell’evangelo è la via dell’umiltà. Ma forse è necessaria qualche ulteriore riflessione. Perché oggi c’è chi si chiede se quella dell’umiltà sia ancora una via proponibile, e se l’insegnamento di un certo modello di umiltà non abbia prodotto, a volte, anche dei guasti.
L’umiltà insegnava infatti ad accettare il proprio ruolo, a obbedire e a tacere. L’umile si riconosceva inferiore e non si ribellava. Solo la persona umile aveva un corretto rapporto con Dio e con tutti gli altri superiori di questa terra. La virtù dell’umiltà ha perciò portato spesso alla soggezione e all’accettazione della dipendenza. Le persone umili – e molte volte sono state le donne – sono state le vittime preferite di tutti i potenti, di tutti i patriarcati, in tutte le epoche, fino a oggi. L’umiltà è stata spesso utilizzata per spezzare ogni forma di resistenza, di opposizione, di critica. Non c’è perciò da meravigliarsi se oggi l’umiltà sia difficile da accettare.
Che cosa fare di fronte a queste obiezioni? Decidiamo che oggi l’umiltà è una virtù da dimenticare? Da superare, da abbandonare ai nostalgici del passato, ai conservatori? O possiamo in qualche modo recuperarla? Possiamo riuscire, anche oggi, a trovare un atteggiamento che sia lontano dalle vecchie sicurezze presuntuose e oppressive, e lontano anche dalla disperazione? E questa terza via, tra i due estremi, potrebbe forse essere quella di una nuova umiltà?
I tratti di questa moderna umiltà potrebbero essere la capacità di sorridere di sé e degli altri, con l’indulgenza di un necessario distacco, e con una dose di sana ironia. Non avere fretta di giudicare, di attribuire voti di merito, premi per i successi e condanne per i fallimenti.
«Non giudicare» potrebbe essere il punto di partenza della nuova umiltà, un punto di partenza evangelico, ma spesso dimenticato dai cristiani. Essere umili fa rima allora con sorridere e con il coltivare l’ironia: non il sarcasmo, però, e nemmeno il disprezzo. Fa rima anche con ridere.
Si ride poco, ci si meraviglia di chi osa ridere. Ride l’ingenuo, il superficiale, il matto. Bisogna ridare al riso il suo valore di rottura, di comunicazione, di attribuzione di senso alle cose della vita. C’è il riso che risuona nel convento del Nome della rosa di Umberto Eco, quel riso che deve rimanere segreto perché altrimenti l’autorità perde il suo potere. Il riso della folla che scopre la nudità dell’imperatore che sfila convinto di avere indosso vestiti preziosi. Il riso di Gesù, mentre entra a Gerusalemme in groppa a un asino, facendosi beffe della forza militare dei potenti che all’epoca controllano Gerusalemme.
Riso, sorriso, ironia, umiltà. Una certa sottile, profonda e umile ironia fa parte di una grande tradizione biblica: basti pensare a quella ebraica. Non a caso l’ebreo Primo Levi ha indicato nella «salvazione del riso» uno dei filoni della salvezza.
Pastore Paolo Tognina












