Io e te, così diversi?

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Un articolo sulle diversità, apparso sulla rivista Seiinvalle, a cura di Michela Nussio
Ma perché l’altro ci sembra spesso così diverso da ‘noi’? Perché gli uomini, ovunque nel mondo, vedono i propri vicini diversi da sé?

Mi raccontava tempo fa un siciliano, antropologo e professore universitario a Bologna: “Il vicino è sempre più “terrone” di noi. Si comincia dal nord, gli abitanti della regione vicina sono sempre i “terroni”. E si va giù, giù per lo Stivale, fino ad arrivare al sud. Per quelli del Lazio sono i campani, per i campani sono i calabresi, per i calabresi sono i siciliani.“ E io: “E per i siciliani, per voi?” “I calabresi, ovviamente!”, rispose sorridendo.

Su che basi ‘noi’ci differenziamo dagli ‘altri’? È attorno ad una cultura comune che viene costruita l’identità, il senso di appartenenza. Ma che cosa è la cultura? Tylor (1), antropologo inglese, nel 1871 la definiva in questo modo: “La cultura […] è quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume, e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo come membro di una società“. Già da diversi anni gli antropologi continuano a ricordare che ogni gruppo percepisce la propria cultura come pura, differente da quella degli ‘altri’. Non accade questo anche da noi?

Bisogna qui ricordare un fatto importante. A partire dal secondo dopoguerra si assiste a un nuovo razzismo. Se prima le differenziazioni venivano fatte in termini di razza, e dunque in termini biologici, ora questo avviene su base culturale. Ma questa nostra cultura è davvero così incontaminata? L’altro è davvero così differente? Attualmente si assiste a un duplice fenomeno. Da un lato avviene un meticciamento delle culture, come mai era accaduto in scala così grande nella storia, dall’altra un’esaltazione e una protezione delle singole culture locali. Ci si orienta quindi da una parte verso l’internazionale, verso l’omogeneizzazione delle culture, dall’altra verso le proprie origini, le proprie radici.

I gruppi e le loro culture sono da sempre in contatto con quelle dei loro vicini, da sempre avvengono scambi e acquisizioni, anche se per lungo tempo tutto ciò è stato negato. Non esistono quindi confini netti tra una cultura e l’altra, le culture si mescolano. Tipici del senso comune sono le esaltazioni di elementi differenti tra una cultura e un’altra, intesi come ‘confine’ che le separa. L’antropologo norvegese Barth (2) analizzò dall’interno i ‘confini’ tra i diversi gruppi, sottolineando il fatto che malgrado avvengano degli scambi tra i vari gruppi e le rispettive culture, i ‘confini’ vengano comunque percepiti. Sono però gli individui ad identificarsi in un determinato gruppo, a costruire la propria identità, non sono le differenze a creare il ‘confine’ ma gli attori stessi a pensarlo.

Riportando un esempio svizzero, le etichette negative attribuite agli svizzeri tedeschi sono le stesse accollate dagli svizzeri tedeschi ai vicini germanici. Lo stesso si può affermare per quanto concerne i ticinesi: gli stereotipi vengono negati da questi ultimi e attribuiti, invece, ai vicini italiani. Gli individui tendono dunque a definire se stessi in termini positivi e gli ‘altri’ in termini negativi.

Il confine tra ‘noi’ e gli ‘altri’ è però spesso caratterizzato da differenze che possono essere anche inventate: spesso per definire la propria identità il gruppo si mette in opposizione agli ‘altri’ e viceversa. Marco Aime (3), antropologo italiano, a tal proposito aggiunge “non si tratterebbe di un fatto grave se le nostre categorie mentali rimanessero puri esercizi di stile e di pensiero. Poiché però ogni nostra forma di pensiero si traduce in azione, diventano determinanti i rapporti di forza. Questo può diventare drammatico quando il “separatore” è più forte dei “separati”.” Pensiamo solo ai casi più estremi, come agli ebrei e al loro sterminio.

Jean-Loup Amselle (4) , antropologo francese, ci suggerisce un cambiamento di prospettiva. La logica statica dei gruppi con una cultura incontaminata può essere sostituita con quella che lui chiama “logica meticcia”. Perché? La visione di culture e la loro categorizzazione, tipica delle scienze naturali, hanno portato a effetti di dominio sulle società considerate inferiori. L’analisi non deve quindi partire dalla differenza, ma dal sincretismo, vanno cercati i meticciamenti che hanno da sempre caratterizzato le culture, anche se questi non sono sempre riconosciuti. Secondo Amselle le culture si mescolano e queste devono essere considerate come un patchwork di patchworks, cioè il collage di tutti i collages anteriori.

Per quanto concerne le identità, in antropologia si parla di costruzioni collettive. È infatti una costruzione simbolica, il prodotto di circostanze storiche, sociali e politiche determinate. Anche se non ce ne accorgiamo, però, l’identità è in continuo mutamento. Noi la percepiamo come statica ma, come afferma l’antropologo italiano Francesco Remotti (5), è in realtà come un’onda che si continua a riformare. L’identità è dunque frutto di una negoziazione da parte degli individui e può cambiare a dipendenza delle situazioni.

Sempre ancora Aime, ci dice come sia importante comprendere la funzione e l’azione dell’identità in relazione al contesto sociale. Questo può infatti variare a seconda delle circostanze. Se parto dalla Valposchiavo verso nord, comincerò nel descrivermi come del mio paese, Brusio, in opposizione a Poschiavo malgrado mia mamma provenga proprio da lì. Di seguito, alla domanda “da dove vieni?”, che sottintende qual è la tua identità, risponderei probabilmente “dalla Valposchiavo” trascurando qualsiasi confine politico ma anche immaginario che divide la parte superiore della valle da quella inferiore, dimenticando di aver urlato anch’io da adolescente durante il derby “confine a Miralago!”. Se dovessi poi spostarmi ancora più a nord, per esempio a Zurigo, è probabile che mi definirei grigionese e anche un po’ montanara. Se dalla stazione centrale dovessi recarmi in treno a Parigi, opterei per un “je suis suisse”. Se invece dovessi prendere il volo per un continente lontano, cancellerei una qualsiasi appartenenza locale o nazionale, definendomi semplicemente europea.

L’altro è proprio così differente da me? O l’altro abita anche un po’ in me?


Michela Nussio di Brusio, Valposchiavo. Studi in scienze etno-antropologiche presso l’Università di Bologna e di antropologia sociale presso le Università di Berna, Neuchâtel e Parigi. Attualmente assistente universitaria a Lugano, collabora da anni saltuariamente con il giornale online valposchiavino “archivio.ilbernina.ch”.

Michela Nussio

(1) Tylor, Edward, Primitive Culture: Researches into the Development of Mythology, Philosophy, Religion, Language, Art and Custom, 1871.

(2) Barth, Fredrik, Ethnic Groups and Boundaries, Little Brown, New York, 1969.

(3) Aime, Marco, Presentazione, in Amselle Jean-Loup, Logiche meticce. Antropologia dell’identità in Africa e altrove, Bollati Boringhieri, Torino, 1999.

(4) Amselle, Jean-Loup, Logiche meticce. Antropologia dell’identità in Africa e altrove, Bollati Boringhieri, Torino, 1999; Connessioni, Bollati Boringhieri, Torino, 2001.

(5) Remotti, Francesco, L’ossessione identitaria, Laterza, Roma, 2010.



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