Giornata della lettura ad alta voce: ascolta i racconti di Josy Battaglia

    1
    541

    La prima Giornata svizzera della lettura ad alta voce ha luogo oggi, mercoledì 23 maggio 2018. In questo giorno, nel nostro Paese si svolgono numerose attività di lettura scolastica, pubblica o privata. Anche Il Bernina ha voluto partecipare a questo significativo evento. Vi proponiamo, infatti, due testi di Josy Battaglia letti e interpretati da Paolo Cortinovis. A loro vanno i nostri più sentiti ringraziamenti!

     

    Come se non si fossero mai incontrati

    Accadde all’improvviso e durò meno di un minuto. Alcuni erano svenuti, mentre le grida di altri si erano bloccate in gola. Sospesi, aspettando l’inevitabile momento dello schianto. Qualcuno aveva ancora un po’ di forza per urlare. Urlare e basta. Federico se ne stava lì per aria, penzolante dal sedile, trattenuto lassù dalla cintura che teneva sempre allacciata ogni volta che volava. In sottofondo una colonna sonora insopportabile. Il velivolo in caduta libera che bucava l’aria. Per alcuni brevi secondi lo sguardo di Federico incrociò quello di una ragazza, la stessa che aveva notato poco prima del decollo. Quando l’aveva notata per la prima volta, aveva pensato che sarebbe stato bello rivolgergli la parola, anche solo per chiederle dove
    andava, e cosa volesse mai raggiungere nella vita. Non l’avrebbe fatto, come non l’aveva fatto decine di altre volte, mancando innumerevoli appuntamenti col destino, e ancor più negando la coincidenza, che rende il calcolo un dettaglio al quale si può tranquillamente rinunciare. Ora erano lì, pochi istanti ancora, e poi sarebbe stato come se non si fossero mai incontrati.
    Nessuno a cui raccontarlo, nessuno più ad ascoltare.

    Ecco cosa ricordò Federico in quel momento:

    Il freddo del cannocchiale che poggia sulla palpebra dell’occhio destro. L’occhio sinistro chiuso a stento e oscurato dalla palpebra tremante. Non ha mai sparato prima di allora, ma l’ha visto fare tante volte nei film. Con un fucile ad aria compressa si spara perlopiù ai gatti. Niente gatti all’orizzonte. Si può sparare alla prima cosa in movimento che si poserà sulla traiettoria. Eccolo.
    Un pettirosso, anzi un passero, chissenefrega.
    Bene al centro, braccio fermo. Indice che fa forza sul grilletto senza farlo
    scattare.
    Chi spara non ha tempo per pensare.
    Ci sta solo una veloce, precaria, sensazione.
    Federico sa che non lo prenderà mai e che in ogni caso è troppo distante. La cosa da fare è usare il fucile ad aria compressa tanto invidato al fratello e finalmente finito nelle sue mani.
    Usarlo, sparare, usarlo, sparare ancora un’altra volta, pallino dentro, carico.

    Sistemarsi a terra come un cecchino che spara da un tetto: JFK, Bruce Willis, Full Metal Jacket, Vietnam, Sarajevo, Iraq.
    Clint Easwood.
    Las Vegas.
    Facile. Si prende, si carica, si spara.
    Fermo, fermo solo un attimo, bravo, al centro, fermo così, non ti muovere, ancora un secondo e … pam!
    La goffaggine nel tentativo di nascondere il trascurato rinculo del fucile che ha fatto sbattere il cannocchiale sull’arcata sopraccigliare. L’imbarazzo nel rendersi conto che non c’è bisogno di nascondere nulla, perché nessuno ti ha visto.
    Poi un disturbo, l’imprevisto.
    Di colpo ha capito di aver colpito la preda, che se ne sta lì ferma, a terra, sanguinante dal capo. L’indadeguatezza. Tiene in mano un’arma ora, che fino a quel momento era stata solo giocattolo.
    Sperare che ce la faccia ancora a volare.
    La vergogna.
    Non volerà più, ormai è chiaro.

    Andare avanti sempre, comunque e nonostante tutto.

    Prende l’uccellino sanguinante da terra e lo stringe per un attimo fra le mani.
    Lo guarda come se lo stesse liberando da una gabbia.
    Lo getta nel vuoto dal tetto della casa.
    Non guarda oltre. Si gira e mentre se ne va, se lo immagina che cade a testa in giù senza poterci più fare nulla.
    Nessuno li ha visti.
    Pochi secondi e sarà come se non si fossero mai incontrati.

     

    Sabbiadoro

    Sono stufo.
    Saranno alcune ore che siamo in auto, e non ci siamo ancora fermati. Papà dice che ci fermeremo presto, e quando lo dice, mamma lo guarda per alcuni secondi. È molto concentrato. Tiene le mani sul volante, e di tanto in tanto tende le braccia e raddrizza la schiena. Ha tutto sotto controllo. Spegne l’aria fresca ogni volta che entriamo in una galleria, poi la riavvia. I fari sono sempre accesi. Regola lo specchietto retrovisore e così lo vedo negli occhi. Aspetto un suo segnale qualsiasi per potergli sorridere. Lui guarda di nuovo avanti, e io sorrido comunque. Matilde dorme sul sedile, vicino a me. Quando si sveglierà farà un gran casino e sarà ancora peggio. Sento caldo, ma non dico niente. Tengo il tempo contando i secondi che passano fra un totoc e l’altro. Totoc fa l’auto quando passa sopra le giunture dell’asfalto, e ogni volta penso che a furia di continuare così, Matilde si sveglierà. Ogni volta penso che è stato il totoc decisivo.

    All’autogrill papà dice che lui resta vicino all’auto, che non si sa mai, e che un suo amico gli ha detto che a un suo cugino è successa una cosa, una volta. Mamma sbuffa e ci porta dentro da sola. Matilde non è ancora sveglia del tutto. Al bar ci dicono che non possiamo stare, dobbiamo spostarci più in là, ai tavolini. Un uomo e una donna invece rimangono lì, senza dire nulla. Poi lui finisce il caffè e appoggia la tazza. Accarezza il braccio alla donna, lei gli sorride. I due escono dall’autogrill ridendo, mentre io vedo mio padre sullo sfondo che si guarda in giro, come se cercasse qualcosa.
    Mamma mi chiede:

    “Sei contento che ci siamo fermati?” Io la guardo e non rispondo.

    L’hotel non è così male, pensavo peggio. Alla reception mi accorgo di un odore forte; puzza. Mamma annusa come fosse un segugio, e si guarda in giro nervosamente. A un certo punto, da un corridoio spunta un cane gigante senza padrone.

    “Lui è Tito”, dice una donna dietro di noi.

    “Piacere, Vanin. Siamo lieti di accogliervi nel nostro hotel”, aggiunge allungando la mano ai miei.

    Papà chiama l’ascensore e fa entrare prima noi.

    “Vi raggiungo a piedi” dice.

    Dalla finestrella dell’ascensore lo vedo che parla con la signora del cane. Lei sorride e fa segno di sì con la testa.

    L’hotel dista almeno un chilometro a piedi dal mare. La mattina siamo pronti di sotto per andare in spiaggia. Aspettiamo papà. Sembriamo gente che sta lasciando casa per sempre. Ci portiamo appresso di tutto. Matilde sbuffa e mamma parla sottovoce con se stessa, e ogni tanto guarda in su, verso il cielo. Dalla strada si sente un rumore continuo, vanno tutti al mare oggi. Non piove.

    Ieri sera ho sentito mamma e papà che litigavano. Litigavano forte, che mi son chiesto come faceva Matilde a dormire in camera loro. Son usciti sul balcone e ho sentito tutto. Si vede che han tenuto dentro tutto per tanto tempo e ora, che son in vacanza, sono scoppiati come un palloncino con dentro troppa aria. Mancava poco per vedere finalmente il mare, ho pensato.

    Mamma s’è stufata di aspettare e mi ha detto di guardare Matilde finché torna. Matilde fa quel che vuole, la seguo in piscina. Tanto la signora della reception ci ha visti e dirà a mamma che siamo là. Si siede sul bordo e mi guarda. È una rompiscatole, ma se cade in piscina mi butto a salvarla. Tocca a me, suo fratello, e a chi altrosennò?

    “Tu pensi che papà ci vuole bene?”

    “Cosa dici Mati?” le rispondo seccato.

    “Perché fa così allora?”

    “Penso che sia per via di mamma. Lei non ci voleva venire qua.”

    “E perché ci siamo venuti allora” insiste Matilde.

    “Chiedilo a papà” gli rispondo seccato.

    Convinta Matilde che quello non è un posto dove stare, torniamo davanti all’albergo. Vediamo la freccia dell’ascensore che segna verso il basso. Guardiamo e aspettiamo. Esce una coppia, avranno l’età di mamma e papà, forse più giovani. Ridono, poi smettono. Lui canticchia, lei gli prende la mano, escono e se ne vanno. Io e Matilde li seguiamo con lo sguardo, poi ci giriamo di nuovo ed ecco papà.

    “Pronti? Allora si parte…” dice lui come se nulla fosse.

    “Si parte senza mamma?” chiedo io.

    “Mamma dov’è?” aggiunge Matilde.

    “Mamma non viene” dice papà.

    La borsa di mamma la porto io, e non so nemmeno perché. Forse ci raggiunge più tardi. Mi piacerebbe. Mati fischietta e scalcia le pigne per strada. Poi non fischietta per un po’ e diventa seria.

    “Perché si chiama Sabbiadoro?” chiede guardando me.

    “Non lo so, Mati. Non lo so.”

    Gira la testa all’insù, verso papà, senza dire niente. Matilde torna a guardare avanti tirando calci alle pigne. Ha smesso di fischiettare. Facciamo cento metri in silenzio.

    “Lo chiedevo sempre anch’io al nonno, quando ci portava qui da piccoli, ma non lo sapeva nemmeno lui” dice papà.

    “E ora il nonno dov’è’?” chiede lei.

    “Non lo so, Mati. Non lo so” risponde lui.

    Poi aggiunge: “Ma lo senti l’odore dei pini, Mati? Lo sentite? Di pini e di mare, come una volta, quello è sempre lo stesso”.

    Poi prende Matilde per mano, e l’altra la poggia sulla mia spalla, accarezzandomi lentamente dietro al collo, mentre i sandali ai piedi continuano a fare flip flop.

    1 COMMENTO