La Valposchiavo e la Valtellina sono due terre confinanti, con molti tratti simili (dal dialetto, alla cucina, all’ambiente naturale) e qualche differenza importante. La storia, la religione, l’economia e soprattutto l’appartenenza a due nazioni diverse e distinte. Sebbene gli animali, le acque e le montagne non se ne curino, una linea immaginaria separa la Svizzera dall’Italia e la sua presenza diventa concreta alla dogana di Campocologno (o di Piattamala, perché cambia nome a seconda del lato dalla quale si guarda).
In realtà, fatte salve le differenze, fatte salve le sporadiche code e le domande (“qualcosa da dichiarare?”) nel tempo quel confine per le persone si è fatto sempre più morbido, permettendo di passare da un lato all’altro. Per cosa? Per mille ragioni: andare a mangiare in un ristorante diverso, fare degli acquisti, andare in montagna da un’altra parte, uscire in un locale la sera, visitare amici e parenti, andare verso il mare o le città italiane. E anche da parte italiana è diventato il transito quotidiano di migliaia di lavoratori fontalieri e non, di turisti diretti qui o in Engadina, di persone che arrivano a compiere acquisti particolari o a occuparsi dei propri interessi presso le banche e ovviamente c’è anche l’interminabile processione estiva e autunnale verso Livigno attraverso il Passo della Forcola.
Tralasciando lo spinoso tema di Livigno (del quale non sono personalmente molto appassionato), la frontiera è, insomma, un concetto che la mia generazione aveva rimosso dalla testa e quella successiva non aveva mai nemmeno percepito. Aperta giorno e notte, con le guardie svizzere e i doganieri italiani che spesso conoscono a memoria chi passa più di sovente. Bastava il rispetto di poche regole per poter transitare quando ci pareva, senza problemi e senza dover più di tanto rendere conto a nessuno.
Finché, un giorno, arrivò la pandemia. E tutto cambiò.
Tra le molte stranezze di questo 2020/21 c’è stato il ritorno, nella nostra esperienza anche quotidiana, del concetto di frontiera, in modo prepotente. Il Confine di Stato è di colpo tornato rigido, quasi faticoso, una barriera che a tratti è stato proibito sorpassare. Un blocco, vero e proprio. E il disorientamento di regole che, specie da parte italiana, cambiavano di continuo. Nei momenti più duri la frontiera era diventata quasi impermeabile: non si poteva passare da nessuno dei due lati. Persino il treno rosso era sospeso o quasi sempre malinconicamente vuoto nel tratto tra Campocologno e Tirano. Non si poteva passare: tranne chi lo faceva per motivi di lavoro, che sempre è stato autorizzato al transito. Lo dico da frontaliere italiano: in qualche momento, mentre in Valtellina (e un po’ in tutta Italia) non si poteva andare fuori dal proprio comune se non per necessità e mentre nemmeno si poteva visitare i propri affetti all’interno del territorio comunale, era strano prendere l’auto e guidare da Ponte in Valtellina (nel mio caso) a Poschiavo. Ti sentivi quasi una specie di privilegiato, per certi versi, perché potevi prendere una boccata d’aria e frequentare un luogo diverso. Ci rendevamo conto, noi transfrontalieri, di essere praticamente i soli a transitare sul confine. Da parte mia, poi, devo dire che è stato strano vedere anche l’alternanza delle misure di sicurezza e confinamento. I ristoranti e i bar che chiudevano prima da un lato e poi dall’altro.
Uso il passato con fiducia, perché spero che tutto questo sia finalmente alle spalle.
Che cosa abbiamo perso in quel periodo? La possibilità di acquisti oltrefrontiera, di una passeggiata, di una visita agli amici? Per me, da entrambi i lati, molto di più. Abbiamo perso un pezzo della nostra libertà. Probabilmente ne sarà valsa la pena se, come sembra, il Coronavirus è finalmente sul punto di andarsene. Mi piacerebbe, però, che tutti questi eventi restassero per noi come un monito. Nessuna conquista, nessuna libertà, neanche quella di movimento è mai completamente scontata, acquisita, e, forse, dovremmo apprezzarla di più quando la possediamo.
Maurizio Zucchi
















La frontiera tornerà ad essere un ponte che collega due realtà vicine e amiche come la Valtellina e la Valposchiavo.
Nando Nussio