Tredeschin, o il diritto a nascere, andare, tornare (senza sapere come si fa)

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A Poschiavo il 18 luglio, la compagnia della Nova Fundaziun Origen ha restituito alla fiaba di Tredeschin tutta la sua forza espressiva ambivalente: un racconto che non insegna ma espone. In scena, l’ingenua avventura dell’ultimo di tredici fratelli di una famiglia engadinese diventa una riflessione teatrale sul desiderio di vivere e sull’impreparazione strutturale alla vita.

Tredeschin vuole nascere, vuole vedere il mondo, vuole partire. Non è un antieroe, ma non è nemmeno un modello. È ostinato ma anche ingenuo; coraggioso e inconsapevole. Gira il mondo senza portarsi dietro nulla se non un po’ di incoscienza. Non ha piani, ma tanto slancio. E se riesce ad avere la meglio è più per fortuna che per astuzia. In lui non c’è calcolo: c’è un’energia infantile che disturba e sovverte il concatenamento causale delle cose “come dovrebbero andare” e come le vedono gli adulti.

Lo spettacolo di Origen – tra lingue che si confondono (romancio, tedesco, italiano, francese e inglese), canto e corpo, maschere e ritmo – costruisce un ambiente sospeso, dove la fiaba non viene mai spiegata, ma attraversata. Non c’è psicologia, né pathos, né morale. Ma rimane una sorta di spaesamento che invita al pensiero.

Così il protagonista, accolto infine a corte come ospite d’onore, rifiuta l’invito a fermarsi e decide di tornare in Engadina, dov’è casa sua. Non per nobiltà d’animo, ma perché – come per la partenza – il ritorno è istintivo quanto la fuga. È un gesto che non chiude, ma richiude. Tredeschin non cresce: semplicemente compie un ciclo, e in questo gesto circolare si condensa tutta la sua esuberante quanto significativa logica di vita.

Con questo lavoro, Origen conferma un’idea di teatro che sa interrogare. E ci ricorda che esistono viaggi senza mappa, ma che il nostro passaggio, sugli altri, ha sempre un impatto.