Nel 2025 il Parco nazionale svizzero festeggia il suo 111° anniversario, confermandosi non solo come la più antica area protetta delle Alpi, ma anche come simbolo vivo dell’impegno per la salvaguardia della biodiversità e per la ricerca scientifica d’eccellenza. In questa occasione abbiamo incontrato Marco Zanetti, valposchiavino di Le Prese, veterinario, ambientalista e membro della Commissione federale del Parco nazionale, nominato in rappresentanza di Pro Natura Svizzera. Con lui abbiamo parlato di sfide ambientali, convivenza con i grandi predatori, scienza, educazione e del legame profondo tra la nostra valle e questo straordinario laboratorio vivente della natura. Un’intervista che è anche un invito a riflettere sul ruolo che ognuno di noi può e deve giocare per il futuro del nostro territorio.

Marco, da valposchiavino e membro della Commissione federale del Parco nazionale svizzero, che significato ha per te rappresentare la nostra regione in un organo così importante?
Ritengo la nomina e la presenza nella commissione federale un grande privilegio. Sono stato scelto come uno dei tre membri di Pro Natura Svizzera, ente fondatore del Parco, presenti nella commissione.
I membri/e provengono da tutta la Svizzera e sono stati scelti/e in modo da rappresentare le varie sensibilità e competenze richieste dall’ente nominante, il Consiglio Federale.
Il fatto che io sia di lingua madre italiana certamente ha avuto un ruolo. Porto in commissione un pezzo di latinità, le mie esperienze di vita professionale, dell’attività politica a livello comunale e nelle varie associazioni ecologiste in cui milito.
Le mie origini poschiavine hanno plasmato la mia vita e la mia formazione professionale in medicina veterinaria.
Come viene tenuto conto del punto di vista delle regioni di confine come la Valposchiavo nelle decisioni strategiche del Parco?
Essendo il territorio del Parco protetto nella sua totalità dal punto di vista ecologico è una entità a se stante. Nel Parco si studiano l’evoluzione della flora e della fauna e del territorio in generale; importanti sono pure gli effetti esterni delle attività antropiche che influenzano la dinamica evolutiva di questo preziosissimo territorio.
Il fatto che la Valposchiavo sia una Valle Bio può solo esser un esempio efficace e un atto utilissimo a preservare al meglio il nostro territorio.
Grazie ai fondatori del Parco e alla loro lungimiranza si è potuto vedere e studiare, nell’arco di 100 e più anni, questa evoluzione.
I risultati di queste ricerche vengono divulgati e si possono traslare sul resto del territorio nazionale, in modo particolare sull’arco alpino.
Il Parco nazionale festeggia il 111° anniversario come simbolo della protezione della natura in Svizzera. Quali sono oggi, secondo te, le principali sfide per mantenere intatta questa riserva?
Completando quanto detto sopra, ci troviamo davanti ad una enorme sfida perché le attività antropiche hanno accelerato in modo vertiginoso, rispetto ai tempi lenti della Natura, i cambiamenti climatici: l’aumento della temperatura, lo scioglimento del Permafrost, la salita in altitudine del bosco cambieranno di sicuro il Parco e modificheranno le abitudini dei suoi abitanti sia animali che vegetali.
Uno dei casi più gravi è stata la contaminazione dello Spöl con PCB. Come giudichi la reazione delle autorità e quali insegnamenti sono stati tratti da questo disastro ambientale?
E’ notizia di questi giorni che inizieranno i preparativi per il risanamento del fiume, mettendo in salvo tutti pesci, poi si procederà nel difficile lavoro di risanamento.
Sarà un cantiere molto impegnativo, in cui non mancheranno le difficoltà nella sua realizzazione pratica, con la rimozione di uno strato importante del letto fluviale in un ambiente difficile e delicato.
Dall’increscioso inquinamento sono ormai passati quasi 10 anni, troppi a mio modo di vedere.
Più volte mi sono sentito frustrato per i tempi “politici” e per la sensazione che gli interessi economici tendessero a sopraffare il valore della Natura.
Insegnamenti: sarà il tempo che ci dirà se abbiamo imparato qualcosa. In futuro si dovrà lavorare con più coscienza ecologica e bisognerà mettere in pratica il Principio di Precauzione nell’usare nuove sostanze, che in futuro potrebbero causare danni alla Natura e all’Uomo, forse sì.
Sono però titubante nell’affermare che abbiamo imparato la lezione. Il problema delle microplastiche riscontrate nei grandi laghi svizzeri e pure nei laghetti alpini mi rendono prudente nell’esser ottimista.
Ma la speranza è l’ultima a morire.
Il dibattito sull’abbattimento del branco di lupi fuori dal Parco ha diviso l’opinione pubblica. Tu cosa pensi della posizione del PNS su questo tema e come si può promuovere una convivenza più equilibrata tra uomo e grandi predatori?
Ho partecipato alla presa di decisione della posizione del PNS quindi concordo; come sono allineato al parere della commissione scientifica del Parco che consigliava una riduzione dell’effettivo dei lupi, ma non l’eradicazione dell’intero branco.
Ritengo sia stato un grave errore abbattere il branco. La coppia Alfa doveva esser risparmiata.
Come conseguenza a quanto accaduto si è deciso di mettere in piedi un progetto a lungo respiro denominato “Gestione futura del grandi predatori“ con la partecipazione di tutti gli interessati alla problematica, a tutti i livelli, da svolgere nei prossimi tre anni.
Un fatto è però chiaro: dobbiamo trovare “un modus operandi“, che possa portare ad una convivenza. Il proclama dal tenore “noi o il lupo“ non ha senso. Il lupo è tornato e ci rimarrà.
I fronti estremi dovranno venir smussati. Non dobbiamo assolutamente innescare un conflitto “città-montagna“ perché non ci saranno vincitori: entrambi abbiamo bisogno l’uno dell’altro.
Il PNS è anche una piattaforma per la ricerca scientifica. Ci puoi raccontare quali progetti ti hanno colpito maggiormente negli ultimi anni?
Tutti i progetti in cui ci sono gli animali, ma soprattutto quello iniziato alcuni anni fa sull’influsso del lupo verso gli ungulati, l’equilibrio o meno nello sfruttamento delle zone pascolabili, il cambiamento botanico dei pascoli e l’influsso sulla tutela del bosco.
Malgrado si sapesse da anni che il lupo era sulla via del ritorno nelle Alpi, risalendo gli Appennini, non ci siamo preparati. Ci sono molte conoscenze, ma non molte sul suo comportamento e questa era un’occasione eccezionale per spiegare a tutti, con studi concreti, che il lupo fa parte di quegli animali indispensabili, per instaurare l’equilibrio tra ungulati, tra prede e predatori e favorire così la biodiversità. Tutto questo è stato brutalmente interrotto dall’improvvida decisione di sterminare il branco del Fuorn.
Nell’arte del vivere si dovrebbe possedere una bella sana dose di curiosità, molta umiltà nel riconoscere i nostri limiti, perseveranza nel cammino verso le mete e tanta resilienza nelle avversità; e questo succede anche nel campo scientifico e soprattutto nella ricerca.
Il lupo nel Parco tornerà velocemente e si ricomincerà il lavoro brutalmente interrotto.
Che ruolo ha la tecnologia – come le fototrappole con intelligenza artificiale – nella gestione futura del Parco?
Ha un ruolo molto importante, facilita e completa il lavoro dei ricercatori, la raccolta, la classificazione, l’archiviazione, l’elaborazione dei dati.
E’ utile non solo nel riconoscimento dei singoli animali, ma anche nella misurazione dei ghiacciai detritici (Blockgletscher), nel monitoraggio delle frane e scoscendimenti vari, la rilevazione di tutti i mutamenti del territorio e molto altro.
Premesso, però, che l’intelligenza artificiale rimanga sotto il controllo dell’intelligenza dell’uomo e non il contrario.
Pensi che la Valposchiavo potrebbe trarre vantaggio da una collaborazione più stretta con il PNS, ad esempio in termini di turismo sostenibile o educazione ambientale?
Ne sono certo. Anche se la Valle è meravigliosa dal punto di vista paesaggistico, una visita al nostro Parco è qualcosa di speciale, ti dà una sensazione di ancestralità, di spazi grandi, di libertà e di tanto silenzio… e poi sentire il gipeto volare è qualcosa di speciale.
Entrambi mi sembra che abbiano la stessa sensibilità ambientale; per questo potrebbero collaborare per mitigare ed imparare a non farsi sommergere dal sovraturismo e cercare di non soccombere al proprio successo.
Non si fa solo ricerca e protezione nel Parco. La divulgazione e l’educazione ambientale è un altro pilastro importantissimo della sua missione.
Mi auguro che tutte le scuole di ogni ordine della Valle possano visitarlo, conoscerlo.
Nella casa del Parco a Zernez c’è la possibilità di visionare tutto lo spaccato delle attività, con un reparto apposito per gli allievi e studenti, per vedere ed imparare “a far ricerca”.
Il Parco appartiene a tutti noi e tutti noi possiamo fare dei gesti tangibili per preservarlo, conoscendolo meglio.
A più di un secolo dalla sua fondazione, il Parco continua a evolversi. Quale futuro immagini per il Parco nazionale svizzero nei prossimi 20 anni?
Credo che tra 20 anni non sarà uguale a come lo si vede adesso.
Venti anni sono veramente un lasso di tempo corto per causare in natura degli stravolgimenti a meno che succedano eventi catastrofici.
Come scritto sopra, però, sono molto preoccupato per quanto sia veloce, più veloce di quanto previsto, il percorso tumultuoso dei cambiamenti climatici.
Nelle Alpi, l’aumento della temperatura ha già superato i 2,5 gradi, lo scioglimento dei ghiacciai; nel Parco ci sono numerosi ghiacciai detritici e lo scioglimento del Permafrost è sotto gli occhi di tutti, con tutte le conseguenze del caso.
Ci sarà l’innalzamento del limite del bosco. Questo ridurrà la superficie di pascolo e come conseguenza si genererà una forte competizione tra erbivori (stambecchi, canosci e cervi), con gravi conseguenze anche dal punto di vista sanitario (penso per esempio alle parassitosi). Se scarseggerà il cibo, anche la qualità del latte materno diminuirà e quindi i piccoli cresceranno meno vigorosi e avranno più difficoltà a superare l’inverno, anche se probabilmente saranno leggermente più miti e corti. Il ruolo dei grandi predatori diventerà ancora più importante per stabilire un equilibrio, preservare la salute degli erbivori e rallentare l’erosione del territorio.
Non posso anche escludere che una parte di questa popolazione erbivora uscirà dal Parco portandosi appresso i predatori causando ulteriori problemi.
I forti temporali causeranno una maggiore erosione del terreno; certi sentieri, certi itinerari diverranno impraticabili.
I periodi di siccità saranno più lunghi e il pericolo d’incendi aumenterà.
Nevicherà di meno e forse ci saranno problemi con i deflussi dei ruscelli e dei fiumi.
Ma dopo questa visione, che potrebbe sembrare pessimistica, posso affermare che la Natura continuerà il suo cammino e il Parco muterà, ma continuerà ancora ad esistere.
Per mitigare questi cambiamenti dobbiamo agire nel presente e accelerare nell’azione politica per tamponare gli effetti devastanti di questa deriva, decarbonizzando al più presto la nostra società e cambiando i nostri paradigmi, cessando di promuovere una società ingiusta e senza solidarietà, votata al massimo profitto, senza nessun rispetto per il nostro Pianeta.
Abbiamo tutte le conoscenze e i mezzi per fare fronte a questa emergenza. Ci vuole solo più volontà nell’agire.
Mi auguro per il bene delle future generazioni che lo si faccia, il tempo stringe.

















