Bondo: il 23 agosto 2017 tre milioni di metri cubi di roccia sono franati dal Pizzo Cengalo sino al fondovalle, provocando la morte di otto persone e la distruzione di una dozzina di case.
Nessuno ha apertamente osato accennare ad una “punizione divina”. Diversamente successe dopo la rovinosa frana di Piuro.
Un articolo di Stefano Galli sul numero 63 di CLAVENNA, organo del Centro Studi Storici Valchavennaschi, appena edito, riporta il testo integrale della “Canzone sopra la ruina di Piuro”, scritta da Maria Ruinelli nel Settecento.
Un passo indietro. Il 4 settembre 1618 due avvenimenti, concatenati successivamente da alcuni “benpensanti”, colpirono la Repubblica delle Tre Leghe. A Thusis morì sotto tortura l’arciprete di Sondrio Nicolò Rusca e nella stessa sera dal monte Conto si staccò un’immane frana, calcolata oggi dai 3 ai 5 milioni di metri cubi, che si riversò sull’abitato di Piuro. La cifra probabilmente più attendibile fissa attorno al migliaio il numero dei morti. Oltre alle case e ai palazzi scomparirono sia la chiesa cattolica di San Cassiano, come quella di Santa Maria al Saleggio dei riformati. E con loro i fedeli delle due comunità: la grande maggioranza cattolici, una quarantina i riformati.
«Quanto alle cause – riferisce Guido Scaramellini (1) – la maggior parte di chi ne trattò nel XVII secolo si occupò di motivazioni soprannaturali e pensò all’ira di Dio per la cattiva condotta dei Piuraschi. Mentre i cattolici Borsieri, Baiacca, Stöcklin e Scotti misero in relazione, più o meno esplicitamente, la rovina di Piuro con la morte di Nicolò Rusca. (…) Il pastore protestante Gritti, all’opposto, collegò l’ira divina alle ingiurie arrecate dai cattolici ai riformati di Piuro. Più prudente il Gross: perché Dio avrebbe punito anche la brava gente che pur ci doveva essere a Piuro? Con molta saggezza alcuni autori sospesero il giudizio, ritenendo che cercare le cause significa pretendere di penetrare la volontà divina».
Nell’articolo su CLAVENNA Stefano Galli ricorda che «nella primavera del 1761, Maria Runelli, originaria di Soglio, partecipò alla dottrina presieduta in paese dall’allora ministro evangelico Carlo Menni».
La donna elaborò quindi un poema in versi intitolato appunto “Canzone sopra la ruina di Piuro”, il cui manoscritto oggi è conservato presso l’Archivio Storico della Bregaglia a Palazzo Castelmur di Stampa.
«L’importanza del documento – sostiene Galli – non sta sicuramente nella sensibilità poetica o nell’estro compositivo della poetessa: si tratta di un componimento abbastanza “semplice”, pur riconoscendo all’autrice buone doti lessico-espressive e una cultura sicuramente superiore alla media».
«Nel componimento, a mio parere, merita di essere sottolineato il richiamo ai “castighi divini”, alle vendette celesti e ai presunti peccati capitali commessi dai cattolici piuraschi come causa principale della tragedia».
«Nel versetto n. 11 l’autrice punta il dito sulla “falsa idolatria” di parte cattolica, attribuendo la tragedia all’ira di un vendicativo Dio iconoclasta. Risulta oltremodo curioso quanto l’autrice scrive nel sonetto successivo: “La fede riformata, parola del Signore, poch’era la in quel luogo stimata”».
Quasi obbligata al versetto 15 la citazione dalla Genesi di Gomorra e Sodoma “andate in ruina per cagion del peccato”.
La “soluzione” al versetto 20:”Non proceder Signore secondo l’nostro male, riguardi al benigno cuore che sempre è stato tale. Più non ci castigare. (…) Amen fine”.

Piuro, siti della chiesa cattolica (giallo) e di quella riformata (rosso )prima e dopo la frana. Martin Zeiller, XVII secolo.
Gabriele Antonioli, in un secondo articolo, così racconta il suo procedere: «Capita spesso che nel corso di una ricerca d’archivio magari si fatichi a rinvenire il documento che si intende studiare, ma nel contempo si aprano altre piste allettanti, meritevoli di essere indagate».
Trovandosi a Roma presso l’Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede per consultare la documentazione relativa a un processo per stregoneria conclusosi a Bormio nel 1633, rinvenne due ponderosi faldoni contenenti un elenco dei riformati presenti in Valchiavenna nel 1640 e le istanze del sinodo dei riformati evangelici presentate alla dieta di Coira del 16 luglio 1641.
Un terzo scritto da segnalare si deve a Diego Giovanoli. L’archivio comunale di Bregaglia a Promontogno conserva un documento in latino del 1542 che equivale a un contratto per la costruzione di un ospizio comunale sul Settimo, concepito a scopo commercial dai comuni di Bivio e Sopraporta. La struttura, in esercizio per secoli, fu abbandonata in seguito all’apertura della nuova strada cantonale sul passo del Giulia poco prima il 1840. Sul terreno rimangono oggi poche tracce archeologiche.
Un ultimo articolo, opera di Guido Scaramellini, affronta un argomento mai trattato dalla storiografia chiavennasca, cioè quello della schiavitù, documentata a Chiavenna nel ‘600 dall’anagrafe ecclesiastica. Si parla anche delle Case dei Catecumeni, istituite in Europa a partire dal ‘500 per la conversione al cattolicesimo di musulmani (spesso schiavi), ebrei e riformati, in particolare di quella di Venezia da cui proveniva la moglie ebrea di uno di Prosto nel ‘700. Un altro aspetto è legato alla schiavitù di Europei in terra d’Africa: testimonianze sono nei documenti comunali di Gordona a fine ‘500 e in una cappella della chiesa di Savogno di Piuro.
Qui agli inizi del 700 fu dedicato un altare ai santi fondatori della congregazione dei Trinitari, volta alla redenzione degli schiavi cristiani, raffigurati sulla pala d’altare. La devozione fu probabilmente importata da Venezia, dove molti, soprattutto dalla val Bregaglia, emigrarono a fare i “luganegheri”, cioè i gestori di botteghe per la vendita di prodotti alimentari “popolari”.

1) “La frana di Piuro del 1618”, Associazione italo-svizzera per gli scavi di Piuro, 1995.















