A Fabio Pola, colui che resta, risponde Igor Sertori, colui che va
Igor Sertori ha scelto l’Africa. Ha dunque lasciato la Valposchiavo e intrapreso un percorso diverso da quello di Fabio Pola. Leggi la sua intervista e poi passa alla discussione!
Quando hai lasciato la Valle? In che anno? Quanti anni avevi?
Nel 1990 lasciai la Valle per motivi di studio recandomi a Coira, vi feci poi ritorno nel 1997.
Nel 2001 si rifece vivo il desiderio di partire alla ricerca e alla conoscenza di altri e altro. Optai per l’isola di Malta. Un soggiorno di studio della lingua inglese, della popolazione maltese e della sua cultura. Nel 2008 poi, con la mia giovane famiglia (Paola, la mia compagna di vita, Aura e Tiziano i miei due figli) siamo partiti per il Sudafrica. Avevo 34 anni.
Dove sei andato a vivere?
Ci siamo stabiliti in periferia di Città del Capo, a Fish Hoek, a due passi dal Capo di Buona Speranza. Un augurio. Come detto sopra, Paola, Aura e Tiziano mi hanno seguito in questa avventura di famiglia.
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Cosa ti ha spinto a partire?
Qui le cose si fanno complesse. Posso dire che sono molti gli aspetti che mi hanno spinto a prendere questa decisione e premetto che nonostante scriva in prima persona Paola è parte integrante e imprescindibile di molti pensieri che andrò a esporre.
C’era in me il desiderio di evadere da un ambiente conosciuto e chiuso, c’era la sete di conoscenza di altre culture ed altre genti. C’era il gusto della sfida e del trovarsi a sbrogliare ogni piccolo compito senza l’appoggio di chi sempre ci è stato. A volte, in Valle, mi sentivo di dover viaggiare su di un binario unico, senza la possibilità di cambiare tragitto e compagni di viaggio. Avevo il bisogno di sentirmi addosso tutto il peso del mondo, tutta la sua sofferenza e la sua voglia di esistere. Per una vita mi ero sentito addosso il peso della Valposchiavo, e non mi bastava più. Ah, una piccola cosa ancora: amo girare per le strade, vestito come capita, senza che nessuno mi riconosca. Al momento, negli spazi aperti, mi piace sentirmi un “senza nome”.
Quali i motivi per i quali non saresti mai partito allora?
Certo, lasciare i genitori, la sorella, il mio nipotino appena nato, gli amici e un poco di sicurezza erano dei motivi di sofferenza. Lasciare degli affetti sicuri per andare incontro all’ignoto. D’altronde però, i miei affetti più cari, cioè la mia famiglia, è salita con me sul volo diretto a Città del Capo. Bastava.

Cosa hai trovato?
Qui mi ci vorrebbero delle pagine, forse un libro.
Ho fatto conoscenza con limiti e risorse mie che solo in parte conoscevo, e lo stesso vale per la mia famiglia. Ho trovato un popolo ospitale, molto più tollerante della parvenza di tolleranza che si respira in Svizzera. Ho scoperto che c’è molta gente che vive in modo molto diverso dal nostro. Ho trovato paure universali, che accomunano tutti, e allo stesso tempo, ho scoperto che le ansie generate dal benessere sono un costrutto che mal si accompagna al buon vivere.
Abbiamo messo alla prova la nostra capacità di resistere, di far affidamento solo sul nostro micro-mondo famiglia, trovandoci ora più solidi ed indipendenti.
Abbiamo esperimentato sulla nostra pelle come la solidarietà non passa per forza attraverso dei legami di sangue o amicizie di lunga data. Ubuntu, un concetto derivante dalla cultura ‘Zulu’, insegna come tutti siamo interconnessi e parte di uno stesso sistema che supera le frontiere di stato, le entità razziali, le barriere culturali e religiose. La diversità diventa allora risorsa e possibilità di crescita e non generatore di paura.
Ho trovato un rinnovato piacere nel prendermi cura degli affetti che più contano, potendo scegliere con più autonomia quando e come dedicarmi ad essi. Mi trovo ora a convivere con il “Mal d’Africa”, che da quel che so ha poco a che fare con la geografia, bensì più con un’esperienza olistica legata a questa Terra ed alla sua gente. Ho trovato un paese che fa fatica a staccarsi dalle proprie eredità storiche; e questo non è un aspetto facile da digerire e capire per chi viene da fuori e fuori è cresciuto.
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Come vedevi la Valposchiavo prima di partire? Come la si vede da fuori oggi?
Vedevo e vedo la Valposchiavo come casa mia. Come il luogo che ospita la maggior parte delle persone alle quali voglio bene. La Valposchiavo è la custode di molte delle mie memorie.
Aldilà di ciò, la vedo come un posto lontano da molte problematiche che affliggono gran parte dell’umanità (violenza, crimini, instabilità politica e sociale, per dirne alcune). Un’isola ‘felice’ per certi versi, e in quanto tale solo spettatrice di una tragedia che si consuma giorno per giorno; a volte impossibilitata a capire, a rispettare e a tollerare. La Valle come un’entità di persone dai valori sani e dalla bontà genuina.
Io scrivo della mia percezione, per definizione soggettiva e discutibile, e di come l’essere uscito dalla Valposchiavo abbia cambiato in parte la mia visione del mondo e di chi lo abita.
Per quale motivo ci faresti ritorno oggi?
Potrò sembrare irriverente e sgarbato, insensibile e incomprensibile, ma non vedo ora dei motivi tanto validi da dover far ritorno in Valle.
Per quale motivo non torneresti mai?
Mai dire mai. Sono delle frasi fatte che si capiscono con l’andare degli anni.
Il luogo che ti manca di più in Valposchiavo?
Direi la vecchia soffitta della casa dei miei genitori. Oggi non esiste più così come la ricordo.
La stagione che ti manca di più?
La stagione dell’hockey.
L’odore che ti manca di più?
Il profumo di pane fresco, che inondava la casa di Le Prese, il mio paese.
Il sogno non realizzato in Valle?
Un centro giovanile.
La più grande soddisfazione raggiunta in Valle?
Mi sono tolto molte piccole soddisfazioni. La più grande forse deve ancora venire.
A chi consiglieresti di partire come hai fatto tu, di lasciare la Valposchiavo?
Consiglierei di partire a chi crede debba farlo, a chi sente il desiderio di confrontarsi con altre realtà e con se stesso fuori da parametri conosciuti. Ma poi lo so, i consigli non si dovrebbero dare a nessuno; sono come un boomerang che ti ritorna quando hai abbassato le mani.
Qual è il tuo posto nel mondo?
Il posto di un papà, di un compagno di vita, di un figlio, di un fratello, di un amico, di un umile artista e di un uomo che vede quanto squilibrio ci sia su questo pianeta. Mi piacerebbe, come diceva Tiziano Terzani: “che il governo del mondo fosse rovesciato da una congiura di poeti”. Aggiungo io: ammesso che anche essi non si facciano traviare dal vizio dell’avidità. Io poeta? Scribacchino di pensieri onesti, belli o brutti; forse lo sono.
Igor Sertori vive a Fish Hoek, Sud Africa
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