Commenti per la rubrica “Occhio allo svizzerismo”, di Roberto Weitnauer.
Gentile Redazione,
vi invio un paio di commenti per la rubrica “Occhio allo svizzerismo”…
Se permettete, direi innanzitutto di distinguere “svizzerismo” da “elvetismo”. Un tempo il termine “elvetismo” indicava un sentimento di appartenenza alla cultura elvetica che poteva trascendere i confini della Confederazione.
Successivamente (e, in parte, parallelamente) a questa designazione è subentrata la questione linguistica. Ciò non fa specie, dato che lingua e cultura vanno evidentemente a braccetto. Oggi gli studiosi si riferiscono dunque con “elvetismo” alle particolarità linguistiche delle popolazioni italofone presenti sul territorio della Confederazione.
Chiarito ciò, il termine “svizzerismo” (un neologismo ad hoc, vostro e di altri) può tranquillamente accettarsi, ma sembra piuttosto assumere una connotazione negativa, alludendo a errori o sgrammaticature. Mi preme però sottolineare che molte espressioni che nascono nella comunità svizzera italofona non vanno considerate come sbagliate solo perché differiscono da quelle propriamente italiane. Quando esse hanno un proprio “statuto” sul territorio e nella cultura svizzeri, ebbene allora si tratta di elvetismi, forme linguisticamente solide e del tutto lecite.
Per “statuto” intendo la possibilità di codificare con sufficiente chiarezza l’uso delle singole parole equiparabili a elvetismi. Tale codifica rimanda a questioni come un’origine storica consolidata, un significato precipuo altrimenti non restituibile, un’accettazione implicita da parte di una popolazione vasta, qualche precedente autorevole nella scrittura, l’uso ripetuto nei media, il gergo tecnico o amministrativo, eccetera. In poche parole, quando un’accezione italofona usata dagli svizzeri possiede alcune di tali caratteristiche forti, ebbene è a tutti gli effetti corretta; siamo allora di fronte a un elvetismo che s’impone, non a uno svizzerismo.
Certamente, il limite di separazione tra svizzerismo ed elvetismo non è netto e inequivocabile, visto che le lingue evolvono anche per errori. Per intenderci, uno strafalcione iniziale assimila senz’altro un certo termine a uno svizzerismo, ossia a un uso improprio o scorretto; ma se poi quell’accezione distorta s’impone nel modo di parlare e scrivere della popolazione alla fine potrebbe trasformarsi in un elvetismo, insomma qualcosa di proprio e insostituibile. Per esempio, “alpe” era un tempo un termine errato, ma poiché è invalso il suo uso da parte degli svizzeri italofoni oggi va considerato corretto, ovvero è un elvetismo. In Italia si dice “alpeggio”.
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Prendiamo ora “termopompa”. In Italia si dice “pompa di calore”, tuttavia “termopompa” non solo non apparirebbe errato ad alcun moderno linguista, ma possiede persino un’indubbia eleganza ed efficacia espressiva. Qui possiamo tranquillamente parlare di “elvetismo”. Tra l’altro, non mi meraviglierei se questo vocabolo, nato nella Svizzera italofona, riuscisse a imporsi anche tra i tecnici italiani. Ancora, “Il santo non vale la candela” è un elvetismo (del Ticino), non uno svizzerismo, ed equivale all’italiano “Il gioco non vale la candela”. Un ultimo esempio: “torpedone”. È questo un vocabolo desueto in Italia, giacché tutti dicono “autobus” (ormai anche “corriera” è più raro). Ma in Ticino “torpedone” si usa ancora, quindi è diventato un elvetismo. A proposito, anche “autopostale” è un elvetismo. Eccetera…
Esistono poi vocaboli italofoni che, a rigore, non sono né “svizzerismi”, né “elvetismi” e che vengono abitualmente impiegati nella Valposchiavo. Un caso tipico è quello del “bucalettere”. In italiano corretto si dice “buca delle lettere”. Il termine “bucalettere” sembra di primo acchito riferirsi a qualche marchingegno che perfora la carta, il che è fuorviante. Tuttavia, poiché la locuzione abbreviata è di più facile dizione e poiché il significato è chiaro nel suo contesto, “bucalettere” ha finito per radicarsi. Va comunque osservato che l’origine di tale contrazione non è svizzera, ma italiana. Probabilmente, si tratta di una derivazione di forme dialettali lombarde. Infatti, a Catania o Firenze nessuno parlerà mai di un “bucalettere”, ma a Tirano o Sondalo sì; e anche in Ticino.
Che dire poi di “tiptop”? L’influenza del tedesco “tipptopp” è lapalissiana. Ma si tratta di uno “svizzerismo” o di un “elvetismo”? Si tratta di una mancanza o di un modo di dire lecito? Chi lo stabilisce? Molti idiomi incorporano termini stranieri. Gli stessi tedeschi si esprimono talora con un “bravo” e quasi tutti i popoli del mondo (forse francesi esclusi) dicono “computer”. Ovviamente, è l’uso predominante che decreta le sorti di una lingua; lingua che può essere più o meno aperta o più o meno resistente alle modifiche, proprio come una specie biologica nell’ambiente naturale. Si tratta infatti di questioni evolutive; l’importante è che non diventino involutive.
A proposito di influssi germanici, va annoverato il tipico “prendere via” poschiavino, preso a pié pari da “wegnehmen”. È uno svizzerismo? Difficile dire. Secondo me lo è, ma è un parere. Trovo più conciso ed elegante “togliere”, come si dice in Italia. Considerazioni analoghe le farei per “guardare fuori bene”, forma dialettale influenzata dal tedesco “gut aussehen”. Invece è fuor di dubbio che “cassa malati” sia un elvetismo, dato che si tratta di un termine amministrativo codificato nella legge, equivalente in Italia a “cassa malattia”. Idem per “casa comunale” al posto di “municipio” o per “podestà” al posto di “sindaco”.
L’inevitabile mancanza di un limite discriminazione netto e oggettivo concorre a generare una certa insicurezza nella classificazione di svizzerismi ed elvetismi e ciò finisce talora per impattare anche sulla sicurezza personale di chi quei termini si trova a usarli. Suppongo che ciò valga in modo particolare per le comunità italofone ristrette, come quella della Valposchiavo. Da noi gli elvetismi e gli svizzerismi convivono e s’intrecciano in modo confuso, mentre la lingua ufficiale italiana preme da sud e quella tedesca da nord. Si può intuire che la Valposchiavo provi talora qualche disagio nell’affrontare queste influenze linguistiche, giacché non si tratta solo di parole, ma di un modo di pensare. Qualcuno, in cuor suo, potrebbe pensare: quanto mi devo piegare per non spezzarmi? È un esempio esagerato, ma credo che renda l’idea.
Un inglese chiama la metropolitana “underground”, mentre uno statunitense la definisce come “subway” (a Parigi, poi, tutti gli anglofoni la dovrebbero chiamare “metro”). Ma si tratta di due lingue, quella americana e quella britannica, parlate e scritte da decine di milioni di persone. Il solo numero impone di per sé uno statuto culturale all’uso di quei sostantivi. Entrambi sono dunque validi e, anzi, specifici per designare due tipi differenti di metropolitana, quella statunitense e quella londinese. Esempi di questo genere se ne potrebbero fare a migliaia.
La Valposchiavo non ha evidentemente una resistenza linguistica che sia anche solo lontanamente paragonabile alle comunità anglofone, essendo peraltro l’inglese la lingua più diffusa (sebbene non più parlata) al mondo. Ciò non impedisce che nel suo piccolo la valle possa contare su una codifica storica importante: il poschiavino. Quest’ultimo ha risentito di alcune influenze vicine e lontane (mi dicono, ad esempio, che una volta si diceva in dialetto “traüsi” per indicare i pantaloni, un termine derivato dall’inglese “trousers”). Nel contempo, il poschiavino si è per lo più sviluppato in una comunità montana rimasta a lungo poco permeabile, a causa di ragioni orografiche. Si tratta di un connubio strano e affascinante, quasi unico nel suo genere, qualcosa che va preservato. Perché? La risposta è semplice e appassionata: basta pensare per un attimo come sarebbe la valle se nessuno, ma proprio nessuno, parlasse più il poschiavino… Come si potrebbero restituire nel linguaggio ufficiale parole come “scigheri” o “badoz”? Io, purtroppo, non conosco il dialetto; chi legge potrà fare esempi ben più pregnanti.
La mia lingua madre è l’italiano parlato dagli italiani. Dal mio punto di vista linguistico, ho notato che i giovani valposchiavini parlano oggi molto meglio l’italiano ufficiale di quanto non facessero i loro genitori. Evidentemente, l’evoluzione scolastica ha significato qualcosa. È senz’altro un bene. Il mondo si apre e diventa sempre più veloce. Guai a chiudersi a riccio. Se un giovane poschiavino diplomato usasse in una riunione di lavoro l’avverbio “teoreticamente”, per esempio, non farebbe una gran bella figura; si dice infatti “teoricamente”. “Teoreticamente” era un tipico strafalcione valposchiavino di qualche tempo fa. Viene dal tedesco “theoretisch”, ma nessun linguista lo inquadrerebbe come elvetismo, per via della sua cacofonia e inutile lunghezza (è dunque uno svizzersimo).
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Parlare meglio l’italiano non dovrebbe però a mio avviso significare perdere o inquinare l’uso del dialetto locale. Direi al contrario che il poschiavino potrebbe servire come strumento per allargare il punto di vista. Chi impara bene l’italiano, studiando e leggendo libri, userà meglio anche il poschiavino, perché meglio avrà modo di saggiare le diversità che intercorrono tra il dialetto e la lingua ufficiale. A quel punto, consapevole di esse, avrà forse più facilità a distinguere gli svizzerismi dagli elvetismi. La lingua è infatti anche consapevolezza. E questo, secondo me, fa parte di quel “mi piego, ma non mi spezzo” di cui prima. La radice che resta ancorata è appunto la consapevolezza, la conoscenza delle origini delle parole, l’amore per il proprio dialetto.
Temo di averla fatta troppo lunga e quindi concludo, rammaricandomi di non aver avuto modo di apprendere il pusċiavin e complimentandomi con voi per la vostra iniziativa linguistica che ritengo importante.
Milano, 01 ott. 2012
Cordiali saluti.













