Dispensatori di una meraviglia definita arte per brevità

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L’urto fu lievissimo
“Noi non siamo attori” pronuncia con leggerezza il regista Valerio Maffioletti quasi al termine della presentazione. In effetti ho da dargli ragione: Serena Bonetti, Luciana Nussio, Paolo Cortinovis e lo stesso regista sono ben di piu’ di semplici – e nessuno della categoria me ne voglia con ciò – attori.

A Lavorgo, in uno spartano albergo della Leventina, mi sono trovato d’innanzi quattro poliedrici artisti. Attori, scrittori, cantanti, musicisti, comici, poeti, inventori e generatori di pensieri. La storia del Titanic, quella di Leonardo Di Caprio e Kate Winslet, è stata messa in scena con una sagacia degna di chi, per professione e per diletto, ha deciso di concedere al pubblico pagante il lusso di riflettere sulla propria esistenza umana, con gravità e leggerezza.

Dapprima, vi è il caos.

Allora qualcuno, ignaro dell’accaduto, crede che la confusione del momento sia il frutto di un’esercitazione calata a puntino da coloro che hanno progettato e costruito il più magnifico e presuntuoso gioiello di ingegneria navale che l’umanità ha mai conosciuto. C’è chi ride, chi pensa alle proprie racchette da tennis, chi rimane prigioniero della propria maschera e poi, ci sono i pochi, invece, che forse già immaginano come il Titanic si spezzerà in due tronconi, annegando i ricordi e le speranze di 1517 persone. Quattro cifre, che a scriverle non ti prende nemmeno il tempo di uno sbadiglio. Vite, sentimenti, ricordi e progetti, che a metterle insieme non mi basterebbe l’infinito per dargli voce.

 

Noi fortunati spettatori, cent’anni dopo giriamo la sedia e gustiamo il risotto alla zucca con le cipolle fritte e uno spruzzo di crema acida. Un menù sofisticato, che i poveracci della terza classe a bordo del bastimento chiamato con il nome delle possenti creature generate da Urano mai hanno assaggiato… e mai assaggeranno.

 

Stanno di sotto loro, a mangiare una zuppa che al povero paese i contadini non danno nemmeno ai porci. Non c’è abbastanza latte né burro per le masse di miserabili e infreddoliti che sognano la Merica. Sciagurati che lasciano l’Europa e il proprio Paese aspettando di vedere la mano tesa della Statua della Libertà. Disgraziati che non arriveranno mai a salire su una delle sedici scialuppe di salvataggio mentre il gigante va giù. Solo 16 le imbarcazioni di salvataggio messe lì dai progettisti per non deturpare la grazia della nave. Moriranno congelati, schiacciati, annegati, con i loro pochi stracci e un anello di matrimonio da portare nella terra promessa. Brilla ora in fondo agli abissi.

 

Filetto di cervo ai funghi porcini e spaetzli, prima di conoscere Hermes, il buffone di bordo, destinato solo ai signori della prima classe, s’intende. Ma la natura, né crudele né benevola, quella che non conosce distinzioni di classe, come un taglierino graffia lievemente lo scafo spesso e robusto dell’arroganza. Un leggero sfregio capace però di guastare l’allegria di chi, a pancia piena, si è rubato il piacere di sognare.

 

Era il 15 aprile del 1912. Alle ore 2.20 la nave affondò. Presto o tardi, succede a qualsiasi scafo. A tutti.

Comprimere in sole parole quattro ore di teatro sublime mi sembra un compito arduo, oltre le possibilità che mi sono concesse. Consiglio perciò a chi non avesse ancora intrapreso il viaggio a bordo della White Star Line, scandagliando a piacere la miseria della superbia umana senza farsi mancare il godimento della leggerezza, di non mancare alla prossima presentazione dei 4T.

Non solo attori. Dispensatori di allegria, di bellezza, di sagacia e di una meraviglia definita arte per brevità.

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Igor Sertori