Speciale sul superamento della crisi di Repower
nel mercato delle rinnovabili

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A cura di Roberto Weitnauer
Una modifica delle attuali norme sull’incentivazione delle energie alternative potrebbe migliorare le sorti di Repower. Quanto può essere verosimile una svolta di questo tipo? Questo è in buona sostanza il fulcro attorno al quale ruota questo approfondimento che ho preparato per IL BERNINA.

Ho l’impressione che l’argomento non sia molto considerato da alcuni valposchiavini, forse perché appare distante dalla vita di tutti i giorni in Valle, forse perché è stato troppo poco illustrato dai media e forse anche perché accusa una certa complessità intrinseca. Si tratta in verità di una questione della massima importanza, qui da noi e in tutta Europa; questo deve essere detto a chiare lettere. Avendo ottenuto informazioni e spiegazioni nuove, noi de IL BERNINA le sottoponiamo all’attenzione dei nostri lettori.

Ci vorranno inevitabilmente alcuni minuti in più per leggere in toto il contenuto di questo servizio speciale. Una condensazione in un articolo dal taglio abituale non avrebbe d’altronde soddisfatto le esigenze di chi vuole ben afferrare la situazione in parte critica in cui versa l’azienda e gettare uno sguardo nel futuro. Ho comunque attuato una suddivisione organica del tema trattato, sia in questo pezzo portante, sia nei due allegati esplicativi.

Con questo sforzo divulgativo noi de IL BERNINA speriamo di colmare una lacuna agli occhi di tutti coloro i quali si sentano disorientati di fronte alle grandi strategie energetiche internazionali che – ricordiamolo ancora – impattano anche sulla vita valposchiavina. Repower ha più volte dichiarato che l’attuale sistema d’incentivazione ha penalizzato la competitività dello sfruttamento idroelettrico, ha portato l’azienda a ridurre il personale, a ridimensionare gli investimenti, ad accusare un calo di redditività e, infine, a mettere in forse il progetto della centrale di pompaggio-turbinaggio Lagobianco.

 

Quanto qui riportato segue un colloquio avvenuto a fine maggio con Felix Vontobel, vicedirettore e responsabile della produzione di Repower. Chi volesse conoscere i dettagli dell’intervista può consultare il pdf qui allegato. L’altro allegato citato verte sulla contrapposizione tra il sistema delle sovvenzioni, oggi prevalente, e il modello delle quote che Repower vorrebbe vedere applicato, al fine di operare con maggiore serenità in un mercato equo.

Per la stesura di quest’ultimo documento sono state prese in considerazione anche le argomentazioni fornite in un secondo tempo da Vontobel (in occasione di una revisione dei testi inviati a Repower prima della presente pubblicazione).

Nel prosieguo di questo articolo verranno trattati i seguenti argomenti:

  • Le ragioni dei sistemi d’incentivazione
  • Le sovvenzioni che Repower non vuole
  • Il modello delle quote desiderato da Repower
  • Con le quote non c’è ingerenza statale
  • Il modello delle quote non è un toccasana
  • È difficile fermare le bocce già in movimento
  • Le sovvenzioni come soluzione provvisoria
  • Potrebbe essere sbagliato cambiare un modello sbagliato
  • I valposchiavini dovrebbero comunque sperare nelle quote
  • L’altra metà della storia

Le ragioni dei sistemi d’incentivazione

A scanso di equivoci, rinfreschiamoci la memoria e ricordiamo innanzitutto che gli attuali sistemi d’incentivazione, di qualunque tipo essi siano, sono mirati a ridurre la dipendenza dell’Europa dalle riserve fossili (petrolio, carbone, gas) che sono esauribili e generano speculazioni, che per l’80% del fabbisogno sono in mano a paesi terzi e che implicano con la combustione l’inevitabile emissione nell’atmosfera di CO2, ossia di anidride carbonica. Quest’ultima non è un vero inquinante, ma è comunque un gas serra che concorre al surriscaldamento globale.

A tutt’oggi non è in realtà del tutto chiaro quanto l’anidride carbonica di origine specificamente antropica giochi un ruolo nel fenomeno climatico; tra gli scienziati ci sono pareri discordi in merito. Ultimamente lo scetticismo è persino aumentato. In ogni caso, la decisione dei vari stati sulla sua limitazione è ormai presa e appare irrevocabile: è un paletto per i mercati energetici. Da qui scaturiscono dunque le varie regolamentazioni internazionali.

Il modello normativo attualmente prevalente in Europa è quello delle sovvenzioni ed è stato ispirato dai tedeschi. I contributi economici vengono elargiti per ogni kWh erogato da fonti alternative (feed-in tarif). Il sostegno economico viene garantito per 15-20 anni, ma decresce di anno in anno. Da notare che il sussidio è pagato per lo più dall’utenza.

In Germania, ben oltre la metà della bolletta va a questo scopo. In Svizzera l’onere per il consumatore è minore, ma nel 2013 c’è stato un incremento di 0.45 centesimi per kWh. La legge consente un’aggiunta in bolletta di 0.9 centesimi ogni anno. Per la cronaca, il sistema svizzero, simile a quello tedesco, si chiama RIC: rimunerazione a copertura dei costi per l’immissione in rete di energia elettrica.

Le sovvenzioni che Repower non vuole

Repower lamenta da tempo una disparità di trattamento nei suoi confronti. Infatti, la regolamentazione vigente non annovera la grande impiantistica idroelettrica come una soluzione tecnica meritevole di essere economicamente supportata, seppure essa operi con una fonte rinnovabile: il ciclo naturale dell’acqua. In sostanza, l’idroelettrico su scala elevata, non rientra formalmente nelle fonti ‘alternative’.

Perché è così? Le aziende che sfruttano notevoli salti idraulici (e/o portate idriche) non possono ampliarsi più di tanto sul territorio europeo. Quasi tre quarti delle opportunità di sfruttamento sono già sviluppate in termini impiantistici, mentre quelle restanti sono per lo più blindate per motivi di protezione ambientale. Così, i decisori politici hanno tagliato fuori queste installazioni dalla normativa incentivante.

La conseguenza è che un’impresa come Repower non può contare come altri operatori del settore elettrico sui tranquillizzanti foraggiamenti a copertura dei costi di generazione. Con l’idroelettrico l’azienda grigionese perde inesorabilmente in competitività e deve muoversi in un mercato in cui i prezzi sono artificialmente abbassati da chi si può permettere il lusso di non sostenere i pieni costi di generazione nell’uso di fonti rinnovabili.

Fin qui, dunque, le premesse necessarie per definire il problema. Veniamo ora alle proposte salvifiche di Repower per la propria generazione idroelettrica.

La centrale idroelettrica Repower a Cavaglia

Il modello delle quote desiderato da Repower

In un mio precedente articolo avevo accennato all’eventualità che l’impresa ottenesse delle sovvenzioni per competere efficacemente con altri gestori di fonti rinnovabili. Le sovvenzioni colmerebbero il suo gap e il corrispondente trading di corrente aumenterebbe.

Tuttavia, come ribadisce con decisione Vontobel, Repower non ambisce affatto a questa soluzione, puntando invece sul cosiddetto ‘sistema delle quote’ che costituisce una forma d’incentivazione alquanto differente. Auspicando l’adozione di questa normativa, l’azienda non chiede un centesimo allo Stato, ma solo condizioni paritetiche nel regime concorrenziale.

Repower ritiene inoltre che un sistema libero di mercato garantisca più efficienza nel rispondere alla domanda degli utilizzatori di quanto non faccia una giungla di leggi e ordinanze che per propria natura non sono in grado di stare al passo con lo sviluppo di settori tecnologici altamente dinamici.

Si tratta di rivendicazioni all’apparenza più che solide, ma che comportano alcune difficoltà. L’eventualità di sovvenzioni, da me prospettata, non è in effetti da scartare, come vedremo tra breve.

Come funziona il modello delle quote? Il regolatore, ossia lo Stato, obbligherebbe ciascun operatore a configurare il mix della sua offerta elettrica con una percentuale minima di energia proveniente da fonti rinnovabili, come quella solare, quella eolica e, questa volta, quella idraulica.

L’applicazione congrua del modello verrebbe controllata dalle autorità mediante il rilascio di certificati verdi che attesterebbero in pratica quanto un operatore si è mantenuto sopra il livello obbligatorio di fornitura da rinnovabili. La differenza è un credito che tale impresa maturerebbe; la stessa andrebbe invece in debito rispetto a quanto fissato dallo Stato qualora restasse sotto la quota minima legale.

Una volta emessi, i certificati potrebbero infatti essere venduti e acquistati sul mercato. Così, chi non arriva alla soglia avrebbe l’opportunità di acquistare certificati da chi invece l’ha superata. In questo modo chi sfrutta eccessivamente le fonti tradizionali (e non quelle rinnovabili) si metterebbe in pari con un esborso che andrebbe a vantaggio di chi è stato virtuoso. Il concetto d’incentivazione è dunque chiaro.

Con le quote non c’è ingerenza statale

Va rilevato che il sistema dei certificati è in qualche modo già operativo in Europa, ma nella forma di contingenti per le industrie che bruciano combustibili fossili, incluse le centrali termiche. Qui a fare testo non è l’uso di fonti rinnovabili, ma il rilascio di CO2 (ovviamente i due aspetti sono speculari). Oltre una certa quantità massima di gas scaricato in atmosfera, cioè oltre il contingente stabilito dallo Stato, l’emettitore deve compensare con l’acquisto di certificati da chi è rimasto sotto il limite.

Per il mercato della fornitura elettrica basterebbe quindi coniugare questo tipo di normativa industriale già rodata col modello delle quote minime di produzione da rinnovabili, coinvolgendo l’idroelettrico e abolendo le varie forme di sovvenzioni a copertura dei costi o, almeno, ridimensionandole.

Si manterrebbe l’incentivazione all’uso di tecnologie che non generano gas serra, ma si eviterebbe l’ingerenza economica dello Stato che finisce per favorire gli uni a scapito degli altri (le società come Repower). Lo Stato interverrebbe solo come regolatore, imponendo la norma, controllando la veridicità delle produzioni da varie fonti e rilasciando i corrispondenti certificati verdi.

Repower genera all’incirca 50% della sua offerta elettrica attraverso fonti rinnovabili (idroelettrico e, in piccola parte, eolico). Supponendo, tanto per sparare un numero, che la quota fissata dal regolatore fosse del 20%, allora 30% del mix offerto dall’azienda risulterebbe al di sopra della richiesta minima legale. Repower otterrebbe pertanto un certificato verde, quantificato in kWh immessi in rete, che potrebbe rivendere a terzi, ossia ai fornitori elettrici che stanno sotto a quel 20%.

Il modello delle quote non è ovviamente un’invenzione di Repower. Oltre ad essere applicato per i contingenti di CO2 emessi dall’industria, esso vige per i fornitori di energia elettrica nel Regno Unito e parzialmente in altre nazioni del nord (e in Polonia). Anche l’Italia si muove in questa direzione.

Il modello delle quote non è un toccasana

Era in definitiva inopportuno nel mio articolo parlare di ‘vili’ sovvenzioni a proposito di Repower? Non proprio. Il motivo l’ho allora sottaciuto per brevità, ma colgo l’occasione per spiegarlo ora, almeno nei limiti di quella che può essere la mia competenza. Come ora vedremo, proprio questa puntualizzazione stabilisce il busillis dell’intera faccenda.

In effetti, il modello delle quote non è tutto rose e fiori. Stando a diversi analisti, si tratta per lo più di questioni che riguardano la capacità di alimentare lo sviluppo delle energie alternative; capacità che, in termini di ritorni dagli investimenti e di occupazione, il modello ambito da Repower non sembrerebbe poter garantire.

Il modello delle quote viene generalmente ritenuto più complicato e lento di quello tedesco delle sovvenzioni (Vontobel ha un’opinione divergente). Ma non si tratta solo di questo; ci sono diversi altri fattori che remano contro. Chi volesse farsi un’idea in proposito può consultare questa raccolta di considerazioni che Repower, ovviamente, non ha interesse di portare alla luce.

Ci sono insomma per i decisori motivi tutt’altro che trascurabili a supporto del modello tedesco delle sovvenzioni, seppure questo implichi distorsioni di mercato. In altre parole, il sistema delle quote potrebbe in sede federale essere giudicato inopportuno rispetto alle linee guida della grande svolta energetica prevista per il 2050 su scala europea.

Se il modello delle quote dovesse essere bocciato da Berna all’azienda grigionese non resterebbe che sperare che anche la sua produzione venisse alla fine direttamente sovvenzionata per regolamento, come già per le altre fonti rinnovabili. In caso contrario, la fornitura idroelettrica continuerebbe a essere svantaggiata.

Parlare di eventuali sovvenzioni a Repower non è in questo senso per nulla fuori luogo, seppure il modello desiderato dall’azienda e proclamato anche nelle assemblee degli azionisti sia differente.

È difficile fermare le bocce già in movimento

A questo punto si potrebbe obiettare: già, ma le autorità federali potrebbero infine accettare il modello delle quote e in tal caso le sovvenzioni verrebbero buttate alle ortiche. Non è così semplice.

Il cambiamento rappresenterebbe uno ‘switch off’ di un intero sistema imprenditoriale, qualcosa di ancor più drastico su scala economica dello spegnimento delle centrali nucleari. Il fatto è che le bocce sono già in movimento da alcuni anni e cambiare le loro posizioni sul tavolo da biliardo solleverebbe un vespaio di lamentele da parte di aziende che sono straordinariamente più numerose di quelle che si trovano nella condizione zavorrata di Repower.

Si può ben immaginare che gli investitori s’impegnino alacremente nella progettazione di impianti, qualora abbiano alle spalle garanzie statali (una specie di ‘moral hazard’, se si vuole). Se tale supporto dovesse venire improvvisamente a mancare questi si infurierebbero e chiederebbero subito un cospicuo risarcimento.

Se si moltiplica questa considerazione per il numero di contratti con sovvenzioni già in essere, si ottiene uno scenario economico decisamente preoccupante per le varie casse pubbliche e, più in generale, per il cammino verso le nuove rinnovabili.

Possiamo ammettere che la Svizzera possa imboccare questa strada, senza considerare il resto dell’Europa? Non bisogna a tal proposito dimenticare che il trading di corrente elettrica attraversa le frontiere.

Il modello delle quote potrebbe far risparmiare l’utenza svizzera, ma non aumenterebbe la concorrenzialità dei fornitori confederati su scala internazionale, giacché altrove i prezzi resterebbero artificialmente abbassati dalle sovvenzioni. Certo, Repower potrebbe vendere con maggior successo in casa e forse qualcosa in più anche all’estero, visto che avrebbe meno competitori connazionali. Ma a quel punto la Svizzera stessa potrebbe trovare più conveniente importare corrente da chi è sovvenzionato e offre corrente a buon mercato.

Insomma, il problema è sfaccettato. Se non si vuole un anacronistico ripiego autarchico (ogni paese produce per sé), è abbastanza chiaro che la soluzione va contemplata su scala europea. La Confederazione non può non tenerne conto, qualunque sarà la sua presa di posizione.

Le sovvenzioni come soluzione provvisoria

In definitiva, la richiesta di Repower per una modifica radicale del mercato appare logica e legittima, ma potrebbe assomigliare agli occhi dei decisori alla difficile condizione di chi si vuole cambiare i pantaloni, mentre corre. Come minimo, c’è il rischio d’inciampare. D’altronde, fermarsi non è concepibile.

Il passaggio ipotetico verso un modello di quote dovrebbe dunque avvenire in modo armonioso e omogeneo, anche in prospettiva, cioè con riferimento al futuro mercato europeo. Non si può allora escludere che per un certo intervallo di tempo occorrerebbe appunto sovvenzionare anche l’idroelettrico, per non tagliarlo fuori dal mercato.

Dubito che Repower rifiuterebbe sovvenzioni, solo per attaccarsi a un ideale di mercato libero, in sé senz’altro condivisibile. Dopotutto, lo scopo ultimo di qualunque impresa è quello di riuscire a sopravvivere nel proprio mercato di riferimento; per fare questo deve poter contare su utili e, quasi sempre, anche su ampliamenti (utili reinvestiti e finanziamenti). È questo il caso delle imprese energetiche che intendano restare competitive.

In definitiva, per i decisori si tratterebbe nel caso di traghettare l’intero mercato sino a una specie di ‘reset’ generale con i minori danni possibili. Le sovvenzioni transitorie all’idroelettrico richiederebbero fondi addizionali da reperire da qualche parte (verosimilmente dall’utenza). In seguito, posto che il nuovo sistema funzioni, si risparmierebbe. La domanda però è: funzionerà?

Le modalità applicabili sono diverse, ma nessuna sembra poter essere indolore. Lo stesso Vontobel nella sua intervista allude a possibili soluzioni intermedie, cioè a sistemi che prevedono tanto quote quanto sovvenzioni. Oltre all’incertezza della meta occorre quindi tenere conto dell’incertezza del viaggio.

Potrebbe essere sbagliato cambiare un modello sbagliato

La risposta di Repower (per telefono) al mio quesito formulato ex post su questa migrazione ostica è stata la seguente: le difficoltà di transizione non sono un motivo per continuare con un modello errato che non premia gli sforzi compiuti per incrementare l’efficienza. Ovviamente Repower potrebbe aver ragione, ma, dopo quanto chiarito, bisogna vedere cosa pensa la Confederazione in merito a quel ‘errato’.

Diciamolo chiaramente: non è escluso che dal punto di vista dei decisori federali cambiare un modello sbagliato (ammesso che tale sia) potrebbe apparire a sua volta come una manovra sbagliata. Chi si prenderà la responsabilità di un mutamento normativo dovrà valutare quale sia il costo politico, ambientale ed economico della migrazione. Non è una passeggiata.

Sarebbe bello mettere tutte le carte sul tavolo. Tuttavia, alcune di esse sono ancora nel mazzo. Inoltre, come al solito, non manca mai qualcuno che bara un pochino. Ciò che viene ritenuto un errore spesso non è altro che un interesse contrapposto. Vale naturalmente anche per i decisori finali che sono politici inevitabilmente in cerca di voti.

I valposchiavini dovrebbero comunque sperare nelle quote

Ad ogni buon conto, per quanto il cambiamento di paradigma nel sistema incentivante sia forse arduo, i valposchiavini potrebbero avere molte ragioni per ‘tifare’ per il modello delle quote auspicato da Repower, non fosse altro che per la conseguente maggiore redditività dell’impresa che potrebbe ricadere positivamente sulla regione.

Un aspetto che sembra cruciale per la Valposchiavo, emerso durante il colloquio con Vontobel, è che un eventuale passaggio al modello delle quote stabilirebbe una base molto solida per procedere con l’esecuzione del progetto Lagobianco. Bé, qui qualche ambientalista in minoranza potrebbe dopotutto tifare contro il modello delle quote.

Teniamo però anche a mente che Lagobianco è una soluzione strettamente affine allo sviluppo delle tecnologie verdi. Come ormai tutti sapranno, sul piano dell’erogazione lo svantaggio principale di queste ultime è dato dall’inevitabile discontinuità presente nell’erogazione. I sistemi di pompaggio-turbinaggio come Lagobianco si coniugano con quelle fonti rinnovabili, integrando la loro produzione e adeguandola alle richieste dell’utenza.

Il Lago Bianco è teatro di un importante progetto firmato Repower.

L’altra metà della storia

Fino a questo punto abbiamo raccontato solo metà della storia. Suppongo che ne vedremo delle belle. Sì, perché, sia pure con tutti i difetti che ha, il modello delle quote potrebbe infine trovare alcuni varchi di applicazione.

A spostare il discorso sull’altro piatto della bilancia sono le considerazioni che Vontobel ha espresso durante l’intervista e anche dopo. Egli si dice convinto che il vento stia cambiando e che il modello delle quote diventi sempre più appetibile. Vontobel punta il dito sui gravi malfunzionamenti che il sistema delle sovvenzioni sembra accusare, soprattutto in Germania.

In effetti, questa sua opinione è condivisa da vari esperti. Una parte degli stessi analisti che giustificano le resistenze al modello delle quote riconoscono nel contempo che oggi il principio tedesco dell’innaffiatoio che ha ispirato la cessione di sovvenzioni inizi a mostrare pericolosamente la corda. Inoltre, alcune autorevoli testate (prima fra tutte Der Spiegel) non hanno lesinato critiche aspre a Frau Merkel per il suo sostegno incondizionato alla ‘svolta energetica’ concepita per la Germania e l’Europa intera.

Nell’intervista il vicedirettore di Repower spiega quali siano le difficoltà che il modello tedesco delle tariffe feed-in stia anno per anno acuendo. Sintetizzando, si tratta di oneri economici che finiscono per ricadere in modo sempre più pesante sull’utenza e (contrariamente alle previsioni) sull’occupazione, senza che nel frattempo si siano ottenuti grandi risultati sul fronte dell’impatto climatico.

In questo allegato non mancano altre ragioni forti a supporto del modello delle quote. Si tratta di considerazioni effettuate da Felix Vontobel a complemento e integrazione di quanto qui già esposto. Esse sono giunte in un secondo tempo, in occasione di una revisione dei testi da me inviati a Repower prima della pubblicazione su IL BERNINA.

Vedremo dunque come si sposterà la suddetta bilancia. In fondo, dovremmo stare un po’ col fiato sospeso, giacché le strategie energetiche delle nazioni giocano un ruolo primario nel benessere dei popoli. Tutti parlano della crisi economica che sta attraversando il mondo occidentale e delle guerre monetarie scatenate sulle piazze globalizzate, ma poche volte capita di considerare come tutto questo sia collegato anche con le tecniche di sfruttamento delle risorse energetiche senza le quali la nostra età media sarebbe drasticamente ridotta.



Roberto Weitnauer