La decrescita che ci ridarà la felicità

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Avvicinandosi all’Epifania
Una riflessione di Luigi Menghini.

Finiti i fasti secolarizzanti, legati al Natale e i bagordi per il passaggio al nuovo anno, ci si avvicina all’Epifania, festa in cui, nelle nostre zone, si sente ancora echeggiare il saluto “Gabinat”, da indirizzare rigorosamente prima che gli altri lo facciano con te, dopodiché, chi ha ricevuto per primo il saluto, paga in un qualche modo pegno. Questa tradizione testimonia, da “Gaben Nacht”, la notte dei doni, che in quest’occasione ci si scambiavano i doni. Paradossalmente, mantenessimo questa tradizione, potremmo permetterci di risparmiare parecchio, contando sugli sconti che, testé passato Natale, si possono trovare nei negozi. Ma così non è: la macchina del consumo ha i propri ingranaggi e noi ci si piega bon gré mal gré.

Gli ultimi giorni dell’anno rappresentano infatti il periodo in cui, oltre ai positivi sentimenti di gioia e serenità, legati al Natale, si manifesta in modo accentuato, quasi parossistico, l’espressione del consumismo più manifesta e palese, considerando il nostro mondo occidentale; gli acquisti di oggetti spesso superflui, fugaci, inutili, semplicemente per corrispondere ad un’idea del regalo troppo legata all’oggetto, fa sì che si perda la bussola della morigeratezza, della giusta misura da dare sia alle cose che ai gesti. Abbiamo sviluppato un’idea di accumulo, che ci dà l’illusione di riempire un nostro bisogno; maggiori sono le cose che possediamo, meglio stiamo.

Sembra invece che quest’associazione non corrisponda al vero, anzi. L’abbaglio di raggiungere la felicità tramite il possesso di beni sarebbe una chimera, su cui dovremmo riflettere; dovremmo sradicare l’illusione della proprietà se non vogliamo entrare in quel vortice di accelerazione (cfr. Hartmut Rosa), che già sta condizionando la nostra vita, in cui oltre a velocizzare le nostre modalità di vita, attraverso strumenti sempre più veloci di comunicazione, di registrazione, di attuazione di qualsiasi processo, ci rende schiavi di questa corsa. Non ci permette infatti di vivere al ritmo naturale, umano. Le attitudini indotte dalla pubblicità ci imprigionano in un concetto di ammasso insano e pericoloso. L’assioma che lega i soldi alla felicità ed alla realizzazione dell’uomo, a scapito di valori ben più umani, ha avuto negli ultimi decenni, dal boom degli anni Cinquanta del secolo scorso, una vasta eco ed un continuo rafforzamento, entrando nel modus cogitandi dell’uomo occidentale.

È perciò interessante leggere di economisti che pèrorano la decrescita critica per andare incontro ad un miglior connubio tra l’uomo e il mondo. Niko Peach, nel suo libro Befreiung vom Überfluss (Liberarsi dal superfluo) sposa la tesi che chi compra meno, ha più tempo per il bello, facendo così da contrappeso all’aforisma di Oscar Wilde “non c’è nulla di più necessario del superfluo”, che ha sintetizzato e anticipato già nell’Ottocento la condizione dell’uomo occidentale del 2000. I saggi di Serge Latouche La scommessa della decrescita, La fine del sogno occidentale, Breve saggio sulla decrescita serena ridanno un’articolata riflessione sul concetto che si oppone al produttivismo, caratteristico della società dei consumi. Legare la felicità e soprattutto la realizzazione dell’uomo non al possedere sempre di più, ma a vivere momenti, incontri con l’altro, dandosi il tempo, donandosi il tempo, questo potrebbe essere un sano obbiettivo per il futuro.

La condivisione comune sembra essere vincente rispetto all’accumulo individualistico; la ricchezza dell’uomo sta nel poter parlare, spartire con l’altro, non di certo la corsa all’acquisto dell’ultimo gadget che mi permetta di rinchiudermi ancora di più in un’illusione di mondo, costruita dagli altri. L’antidepressivo lavora per il mercato, parlare con l’altro lo frena! Pensiamoci per il nostro futuro, per quello dei nostri figli: buon 2014 a tutti.