Padroncini: un problema anche per le ditte valposchiavine

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Cosa ne pensano gli artigiani e i commercianti della valle. Ci risponde Reto Capelli – Il grande afflusso di padroncini e lavoratori distaccati provenienti dall’Italia non è solo un problema per le ditte ticinesi, ma anche per quelle della Valposchiavo.

Pochi giorni prima dell’Assemblea degli Artigiani e Commercianti, IL BERNINA ha intervistato l’impresario valligiano Reto Capelli per chiarire se il fenomeno esiste realmente anche in valle.

Nel 2002 la Svizzera e l’Unione europea hanno firmato l’accordo per la libera circolazione dei cittadini. Di conseguenza sono state maggiormente aperte anche le porte del mercato del lavoro. Il fenomeno dei padroncini è partito da allora ma è venuto alla ribalta dell’opinione pubblica negli ultimi anni quando esso ha assunto proporzioni gigantesche, specialmente in Ticino, tanto da portare al fallimento molte imprese locali svizzere (guarda il documentario RSI). Questo perché i padroncini, lavoratori indipendenti esteri che, compilando una notifica online, hanno il permesso per 90 giorni di lavorare sul territorio elvetico, offrono preventivi vantaggiosi ai clienti svizzeri riuscendo ad abbattere i costi della manodopera e del materiale.

 

Quindi, per iniziare, ti chiedo se il fenomeno dei padroncini è presente anche nella nostra regione e quali sono i motivi per cui l’Associazione Artigiani e Commercianti della Valposchiavo è preoccupata?

Come prima cosa vorrei chiarire che in questa intervista riporto l’opinione dell’Associazione Artigiani e Commercianti da cui ho ricevuto l’incarico.

Esistono tre tipi principali di permessi per entrare a lavorare da noi dalla vicina Italia:

  1. I frontalieri: sono assunti dalle nostre ditte, le paghe minime sono definite dai contratti mantello svizzeri, pagano le imposte alla fonte e le assicurazioni sociali da noi. Se ricevono il permesso significa che hanno trovato un posto di lavoro. Al momento secondo me in Valle non costituiscono assolutamente un problema. La maggior parte delle nostre aziende di regola danno la preferenza ai lavoratori indigeni.
  2. I lavoratori distaccati: sono dipendenti di ditte straniere che vengono mandati a lavorare da noi dalla propria ditta. Possono operare per 90 giorni all’anno e i giorni possono essere ripartiti su tutto l’anno. Le ditte dovrebbero pagare a questi lavoratori i salari minimi svizzeri. Pagano tasse e oneri sociali in Italia.
  3. I piccoli indipendenti (padroncini): possono operare da noi per piccoli lavori 90 giorni all’anno e i giorni possono essere ripartiti su tutto l’arco dell’anno. Questi ultimi sono i più problematici perché è difficile controllare i salari reali percepiti. Dovrebbero pagare tasse e oneri sociali in Italia. Dico dovrebbero perché non esiste un sistema di controllo incrociato tra i due Paesi.

Detto ciò dico che il fenomeno è presente anche in Valposchiavo, in maniera minore che in Ticino dove tanto se ne parla, ma è presente ed è in crescita. La crisi nella vicina penisola è arrivata anche in Valtellina e di conseguenza si è notato l’aumento della pressione di ditte italiane che vogliono venire a lavorare da noi. Tendenzialmente è più marcato nel Comune di Brusio che a Poschiavo per ovvi motivi di vicinanza. Il problema preoccupa per le ripercussioni che ha sull’economia locale già indebolita dalla crisi di Repower e dai problemi finanziari dei due Comuni.

 

Personalmente mi chiedo quanto questa problematica possa aver influito sull’esito della votazione contro l’immigrazione di massa (a Brusio hanno votato a favore dell’iniziativa il 65%, a Poschiavo il 56%). Cosa ne pensa in merito visto che è a diretto contatto con l’imprenditoria locale e i commercianti della valle?

Purtroppo la latitanza del Consiglio Federale nel vedere solo i vantaggi e nel non affrontare e cercare di risolvere i problemi creati della libera circolazione, ha contribuito all’esito della votazione. Il sistema dei contingenti di per sé non è positivo perché crea troppa burocrazia, dunque di principio era da respingere. Però la popolazione ha voluto (dovuto) dare un segnale forte alla politica che non ha visto o non ha voluto vedere.

 

Possiamo dire, in parole semplici, che le ditte estere offrono prezzi più bassi e perciò sono più concorrenziali. È così?

Forse è detto in parole troppo semplici. Solo le ditte che non rispettano determinate cose sono più concorrenziali. Dato che gli accordi bilaterali prevedono che la ditta estera debba rispettare i minimi salariali del nostro paese, e gli oneri sociali in Italia sono più elevati che in Svizzera, ne risulta che questi impiegati dovrebbero essere più costosi. In realtà le cose probabilmente non stanno esattamente così, perché non tutti rispettano le regole, specialmente i padroncini.

 

Ma di chi è la colpa?

Se vogliamo cercare colpe possiamo dire che la Svizzera ha diligentemente introdotto gli accordi bilaterali da subito e dato la possibilità senza troppi intoppi burocratici alle ditte estere di poter operare da noi. Tutto estremamente semplice: dalla notifica online che viene evasa nel giro di mezza giornata, dal trasferimento di macchinari e attrezzature nel nostro Paese anche se non rispettano le nostre normative, dalle ore supplementari sui cantieri che non sono controllate, dalla non notifica da parte della Svizzera allo Stato italiano dei lavori eseguiti così che l’Italia possa verificare l’avvenuto pagamento delle tasse, all’esenzione dei padroncini dal pagare l’IVA da noi, ecc.ecc. Nella direzione opposta, per le nostre ditte gli intoppi specialmente burocratici per lavorare in Italia sono molto ma molto maggiori e le possibilità di accedere al mercato del lavoro italiano ben più ridotte. Dunque la cosa risulta decisamente non “bilaterale”.

 

Quali settori in Valposchiavo sono i più colpiti da questo fenomeno?

Fino a poco tempo fa era specialmente il settore delle finiture interne, cioè piastrellisti, pittori, falegnami, mobili e cucine. Da quando la crisi si è accentuata nella vicina penisola si constata che le ditte italiane provino a entrare anche nel settore della costruzione principale.

 

Un punto dell’ordine del giorno dell’Assemblea indica “Problematica edifici prefabbricati/padroncini”. Se avete associato i due ambiti, forse significa che sono strettamente legati. È vero?

Non sono direttamente legati. Certamente i lavori di montaggio in loco per prefabbricati provenienti dall’estero sottostanno pure alle regole degli accordi bilaterali.
Sul tema prefabbricati si vuole cercare di porre l’accento sulle differenze strutturali sostanziali nei confronti della costruzione massiccia eseguita sul posto e pure sulla perdita di volume di lavoro e di introiti fiscali che comporta, se è prodotta fuori Valle.

 

Sui cantieri di questi prefabbricati ritenete che ci siano delle irregolarità? Quali?

Di solito le ditte serie che montano i prefabbricati richiedono i permessi e vengono controllate, dunque le irregolarità dovrebbero essere limitate. Sono state però verificate, durante il montaggio, delle mancanze sulla sicurezza dei ponteggi e mancanze sui macchinari impiegati (per esempio assenza di filtro antiparticolato).

 

Ci sono aziende valligiane che sfruttano la manodopera straniera (e non parlo di frontalieri) per abbattere i costi del lavoro?

Sì, esistono. Ci sono aziende (poche per la verità) che per abbattere i propri costi del lavoro fanno capo a padroncini e questo è un comportamento assolutamente da stigmatizzare perché crea una concorrenza sleale, oltre a ridurre le entrate fiscali.

 

Ma quali sono le categorie che chiamano più volentieri i padroncini?

Svariate sono le categorie che chiamano i piccoli indipendenti (padroncini) e i lavoratori distaccati dalla vicina Italia, e che sfruttano la situazione. Lo fanno i privati attirati dai costi più bassi e non valutando altri fattori importanti. Lo fanno impiegati di enti pubblici e ditte parastatali, che dovrebbero per primi dare il buon esempio, siccome l’ente pubblico vive dall’introito delle tasse, proprio quelle tasse che padroncini e lavoratori distaccati non pagano da noi. Lo fanno pure alcuni membri di settori sussidiati dimenticando che anche i sussidi provengono dalle tasse.

Comunque tengo a precisare che sono tantissime le persone che, dopo aver valutato i pro e i contro, decidono di affidarsi a ditte e commercianti della Valle. Da noi si è più legati e più solidali che in Ticino perciò il fenomeno, come dicevo all’inizio, è meno marcato.

 

I padroncini non sono soggetti alla fiscalità vigente in Svizzera, quindi non contribuiscono alle casse comunali. Avete stimato approssimativamente quale cifra d’affari è venuta a mancare all’economia valligiana negli ultimi anni?

Qui in Valle non siamo a conoscenza che si siano fatte delle stime ufficiali. So che abbiamo circa 800 frontalieri mentre in Ticino sono circa 60’000. In Ticino la statistica parla di più di 30’000 entrate di padroncini all’anno per una cifra d’affari di circa 350 milioni di franchi. Facendo la proporzione e considerando che da noi il fenomeno è meno marcato, potrebbe trattarsi di una cifra d’affari attorno ai 3,5 milioni di franchi annui. Una considerevole perdita per l’economia valligiana e anche per gli erari comunali.

 

La ministra delle finanze Eveline Widmer-Schlumpf ha dichiarato che in futuro anche le ditte estere e i padroncini dovranno pagare l’IVA (leggi qui). Ma, oggi, quali contromisure si potrebbero attuare in Valposchiavo?

La misura principale è semplice e può essere messa in pratica da ognuno di noi. Cerchiamo di spendere i nostri soldi il più possibile in Valle, dando fiducia alle nostre ditte valligiane che assicurano una garanzia di qualità e di esecuzione secondo gli standard svizzeri. Inoltre queste saranno sempre disponibili per rispondere in caso di problemi o di lavori in garanzia. Anche per forniture di materiali e manufatti dall’Italia ci si può rivolgere a commercianti in Valle e richiedere quantomeno l’offerta di paragone.

Se il governo riuscirà finalmente a far pagare l’IVA alle ditte estere, oltre ad incrementare le casse, sarà un contributo per cercare di arginare il fenomeno. Dispiace solo che ci sia voluta la votazione del 9 febbraio per far sì che il nostro Consiglio Federale reagisse.

 

Comunichiamo ai nostri lettori e alle nostre lettrici che domani, giovedì 27 marzo 2014, si svolgerà l’assemblea generale dell’Associazione Artigiani e Commercianti dove si discuterà in maniera più approfondita sull’argomento affrontato in questa intervista.


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