La Svizzera moderna celebra il 175. anniversario della sua fondazione: nel 1848, la vecchia Confederazione divenne la prima repubblica democratica d’Europa. Pur essendo nata a cavallo delle Alpi, e tra il Lago di Costanza e quello di Ginevra, a tenerla a battesimo furono modelli e idee importati dall’estero: il sistema bicamerale con un Consiglio nazionale e un Consiglio degli Stati fu ripreso da quello americano, il Consiglio federale fu modellato sulla Costituzione di Parigi del 1793, e cinque dei primi sette membri del governo nazionale avevano studiato all’estero, dove avevano interiorizzato le idee del liberalismo. In altre parole, la Svizzera l’abbiamo fatta noi, ma abbiamo copiato ampiamente dagli altri.
Un parto difficile
Il travaglio che portò alla sua nascita fu difficile: la fondazione dello Stato federale fu preceduta da aspri conflitti tra liberali e conservatori, protestanti e cattolici, sfociati nella guerra civile del Sonderbund, che lasciò un lungo strascico di rancori.
La Svizzera nata nel 1848 rivelò inoltre anche gravi difetti: malgrado le spinte progressiste che ne avevano favorito la creazione, si trattava di uno Stato patriarcale e razzista. La nuova Costituzione federale dichiarava bensì che «tutti gli svizzeri sono uguali davanti alla legge», e precisava che «in Svizzera non esistono rapporti di sudditanza, né privilegi di luogo, di nascita, di famiglia o di persona», ma donne ed ebrei erano esclusi da questa uguaglianza. E se gli ebrei ottennero il riconoscimento dei loro diritti prima della fine del 19. secolo, le donne dovettero attendere fino al 1971 per avere riconosciuti i loro.
Libertà, diritti e timori
«Il concetto di libertà di religione proviene dal paese delle libertà situato oltreoceano», scriveva nel 1870 il Consiglio federale. E aggiungeva che tale principio «è un ospite straniero guardato con molta diffidenza».
La Costituzione federale del 1848, entrata in vigore il 12 settembre, sanciva l’uguaglianza delle confessioni e dei cittadini di fede cristiana. Ma quel principio non faceva l’unanimità. A Uri si mise in guardia dal pericolo che i protestanti potessero ottenere «il diritto di predicare per le strade di Altdorf». Nella Landsgemeinde di Nidvaldo si mormorò che «i cattolici sarebbero stati dominati dai protestanti». E a Zugo alcuni preti annunciarono che i cattolici avrebbero dovuto «rinunciare alla propria fede e convertirsi al protestantesimo».
La lotta per superare quei timori e pregiudizi fu lunga, e costellata da molte battaglie: da quella per un’istruzione scolastica aperta a tutti «senza pregiudicare la loro libertà di coscienza o di religione», a quella contro le leggi cantonali che ostacolavano il matrimonio tra coppie di confessione diversa, da quella per sancire la legittimità del matrimonio civile, a quella per affermare il diritto al divorzio.
Cristiani ed ebrei
Se agli albori della Svizzera moderna tra cattolici e protestanti regnava una certa diffidenza, le cose andavano anche peggio nei rapporti con gli ebrei. «Gli ebrei non possono essere né nostri concittadini, né nostri compatrioti», tuonava ancora nel 1862 il portavoce dell’Associazione Pio IX, «perché storicamente la Svizzera è una patria cristiana». Quattro anni più tardi, in occasione della prima revisione della Costituzione, vennero approvate la libertà di domicilio e l’uguaglianza dei diritti per gli ebrei. Ma non la loro libertà di culto. Per vedere l’affermazione del principio di uno Stato laico, che distingue la cittadinanza delle persone dalla loro appartenenza religiosa, si dovette attendere fino alla revisione della Costituzione, nel 1874.
Il tema della tolleranza religiosa nei confronti degli ebrei tornò tuttavia ad essere discussa quando circoli conservatori protestanti fecero iscrivere nella Costituzione, nel 1893, il divieto della macellazione rituale. Tale divieto, che toccava anche la popolazione di fede islamica, venne levato dalla Costituzione nel 1978, ma solo per essere inserito nella legge sulla protezione degli animali.
Libertà religiosa vigilata
A lungo, e già a partire dal 1848, la Costituzione svizzera contenne anche articoli che limitavano la libertà di religione dei cattolici. Reagendo alla crociata antiliberale della chiesa di Roma, fu interdetto l’Ordine dei Gesuiti e furono proibite la fondazione di nuovi conventi e la creazione di nuove diocesi. Il riconoscimento della libertà religiosa da parte del Concilio Vaticano II, nel 1965, permise tuttavia il sorgere di un clima che favorì progressivamente l’abrogazione di quelle norme.
Per finire, tutto bene? Non proprio. Appena tolto dalla Costituzione l’articolo sulle diocesi – l’ultimo che limitava la libertà religiosa dei cattolici – ecco che la Costituzione ha dovuto accogliere, per volontà del popolo, due nuovi articoli che limitano la libertà religiosa. Nel 2009 è stata la volta del divieto di costruzione di minareti, e nel 2021 quello di indossare il burqa. Ad essere guardati con sospetto – lo attesta anche la recente polemica sulla fotografia che ritrae soldati svizzeri di fede musulmana in preghiera – sono ora i musulmani. Segno che in Svizzera, in materia di libertà religiosa, coltiviamo ancora delle riserve.















