«La donna portava sul petto un medaglione, un oggetto per nulla prezioso e forse per questo era riusciuto a poterlo conservare in mezzo a tante peripezie. Ma prezioso era il ricordo che custodiva: il ritratto di una bimbetta, bruna, bella. Mi lasci vedere Marika? – chiedevano i piccoli internati del lager e la mamma si curvava a mostrare la fotografia. Tutti i profughi del campo conoscevano la dolorosa storia di Marika, la piccola ebrea cecoslovacca e tutti volevano bene alla sua mamma che proprio non riusciva a rassegnarsi di essere viva e che dal lager germanico era arrivata in Svizzera come una automa. La povera donna viveva a fatica; pareva che i dolori sofferti le avessero cancellato dalla mente ogni memoria di gioia e di bene e il suo pensiero si era concentrato nel ricordo di quelle giornate di terrore. . .».
Così inizia il racconto (vedremo più avanti di chi), racconto che prosegue e di cui omettiamo una parte, precipitandoci invece nell’abisso finale:
«Schnell – ordinò il comandante ed i soldati si misero a rovistare ovunque. Aufstehen – disse burbero un tedesco alla vecchia e poichè quella lo guardava senza capire, la scosse e… – Raus! – la buttò da parte. Marika stette zitta zitta… non si mosse… Tenne gli occhi chiusi anche quando qualcuno apri il cassone e le scopri il viso… continuò a stare zitta anche quando il cassone fu richiuso e senti girare la chiave nella serratura, zitta e ferma anche quando lo senti sollevare da terra. Trattenne il fiato e stette in ascolto allorchè udì quel grido così lacerante: chi urlava? la mamma, forse… la mamma… Fece per chiamarla, poi ricordò le parole di lei: Non parlare, non muoverti anche se sentissi gridare. Stai zitta… zitta sempre. E tacque. Quando avverti che il cassone veniva posato a terra si senti sicura; scopri allora il viso e guardò verso l’alto attendendo che qualcuno sollevasse il coperchio e rimase con gli occhi fissi a quella fessura che lasciava entrare una striscia di luce… Fu un attimo e la benzina divampò alimentando il rogo che arse viva la piccola martire. I tedeschi se ne andarono trascinandosi dietro un cencio di donna e lasciando alle spalle una casa in fiamme, due vecchi inebetiti e quel corpicino che ardeva, senza più sussulti e lamenti…».
Questo racconto è tratto dalla sezione “Oltre confine” del libro “Umanità” scritto nel 1945 a Zurigo da Ideale Cannella, pubblicato nel 1950 a Milano dalle Edizioni Biancofiore.
Ora siamo a colloquio con Cristina Pedrana:
«Mia madre studiava nella milanese Università Cattolica. A fine primavera del 1944 fu chiamata dal Rettore, padre Agostino Gemelli. Le impose in sostanza di andare subito in Svizzera dai suoi, data la possibilità di essere presa per ebrea nei rastrellamenti nazifascisti sempre più frequenti».
Lei è ebrea? Come mai i suoi erano in Svizzera?
«No, non siamo ebrei. Mio nonno si chiamava Samuel Georg Bläuer e il mio bisnonno Samuel: dunque per quei tempi terribili due indizi potenzialmente pericolosi. Del resto a Strättlingen (BE) era insediata da tempo una piccola comunità ebraica.
E dunque mia madre riparò proprio in casa dei genitori, che da decenni si erano trasferiti a Zurigo».
Ci può essere utile una sintetica notizia genealogica…
«Mia madre si chiamava Elisa Ambrosina Blichilde Bläuer ed era figlia di nonno Samuel Georg e di nonna Ambrosina Rini, bormina del 1885».
Nonna Ambrosina era bormina, imparentata con la famiglia di Ideale Cannella…
«E proprio dalla primavera del 1945 troviamo Ideale Cannella con mia madre ospite dei nonni a Zurigo».
A questo punto conviene tornare all’inizio. Chi era Ideale Cannella? Una scrittrice?
«Una donna coraggiosa che ha avuto una vita singolare segnata da difficoltà e problemi personali, ma anche vissuta con ironia e grande capacità di reagire ai conti della vita.
E fu scrittrice, capace di raccontare (in articoli, racconti, poesie) delle persone incontrate in tragici momenti. Tutte vicende che con l’andare del tempo avrebbero potuto sbiadirsi e sparire per sempre, mentre grazie alle pagine scritte con materna cura e attenzione alla verità dei fatti, sono divenute testimonianze incisive che obbligano ancora oggi alla riflessione».
Da sposata assunse anche il cognome grosino Pini, però Cannella non suona come valtellinese…
«Era figlia del comandante abruzzese del Forte di Oga, in Valdisotto.Insegnante elementare già a 18 anni, nel 1943 era docente a Grosio.Nel 1944 salì in montagna raggiungendo i partigiani prima sul Mortirolo e poi in Valgrosina. Arrestata dai nazifascisti a Grosio, riuscì a fuggire e venne condannata a morte in contumacia. Servì come infermiera dei ribelli nella caserma, già della Guardia di Finanza, di Ortesé in Val di Sacco. L’8 febbraio 1945 raggiunse Poschiavo per il passo di Malghera con un ferito in barella che portò in ospedale.
Da Poschiavo fu mandata a Samaden che era il primo centro di accoglienza per la quarantena. Da Samaden fu inviata a Rikon. Posto sulla collina a nord est di Zurigo nella Tösstal era un campo profughi gestito e diretto da Gustavo Colonnetti che era il Rettore del Campo Universitario di Losanna. Cannella passò quindi ad Adliswil, sempre vicino a Zurigo. Era un campo di accoglienza per civili, rifugiati politici e razziali, in particolare ebrei tedeschi. Un quadro sulla vita nei campi di smistamento con il racconto di brevi episodi ci è fornito da Ideale che racconta con passione e con grande efficacia alcune vicende avvenute nei campi proprio nella seconda parte di “Umanità” (vedi all’inizio).
Ideale, con la garanzia dei miei nonni e grazie alla loro ospitalità, uscì dal campo.
A Zurigo, sempre incoraggiata dai miei nonni, scrisse articoli sulla Resistenza per il ticinese Giornale del Popolo. In seguito a ciò fu contattata da agenti dei servizi segreti svizzeri ed americani: vista la sua ottima conoscenza dei luoghi, doveva indicare quali fossero i punti in cui era meglio effettuare i lanci in Alta Valtellina. Per questo incarico prese il nome di “Mati” , che a seconda delle lingue di riferimento può significare “dono di Dio” o “madre”, a cui aggiunse il cognome Bläuer, quello del nonno».
Lei, Cristina Pedrana, mi ha mostrato alcune lettere sia di di Ideale che di sua madre…
«Ideale narrava le sue vicissitudini, come del resto mia madre. In più mia madre si fece carico d raccogliere notizie di espatriati valtellinesi, ma anche milanesi. Con un lungo giro queste notizie arrivavano sino a Zernez e di qui passavano il confine. Arrecando grande sollievo ai familiari degli internati in Svizzera».
E a guerra finita?
«Mia madre tornò ai primi di giugno del 1945 a piedi da Santa Maria in Val Monastero, preceduta da Cannella di un mese. A Grosio Ideale riprese a insegnare. Nel 1951 uscì il primo numero del settimanale valtellinese “Eco delle Valli” e lei era il direttore responsabile! Dal 1951 al 1960 lavorò per la RAI come corrispondente per la provincia di Sondrio del Gazzettino Padano. Colpita pesantemente da ictus, riuscì a riprendersi e a riprendere a scrivere. A Bormio nella tomba della mia famiglia è sepolta sua madre e suo padre, mentre lei riposa a Verona insieme al fratello Italo».
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Cristina Pedrana, nata a Bormio, laureata in lettere classiche, è stata insegnante di latino e italiano al Liceo Scientifico Carlo Donegani di Sondrio. Ha ideato e promosso il Progetto Donegani presso il liceo a lui dedicato, per diffondere e valorizzare la figura e l’opera dell’ingegnere, progettista delle strade dello Stelvio e dello Spluga.
Ha pubblicato, anche sui Quaderni Grigionitaliani, saggi storici sulla viabilità antica, sulla Prima Guerra Mondiale, su questioni religiose, dialetti, folklore, leggende e tradizioni della Valtellina. E’ Consigliere dell’Associazione Grytzko Mascioni, del Centro Studi Storici Alta Valle e della Società Storica Valtellinese.













