“Un testimone delle meraviglie di Dio”, il futuro don Matteo Tuena e il cammino di una vocazione radicata in Valposchiavo

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Foto di Karin Stüssi

Matteo Tuena si appresta a vivere uno dei momenti più significativi della sua vita: l’ordinazione sacerdotale, che avverrà il 24 maggio a Coira. Nato e cresciuto a Poschiavo, ha coltivato la fede sin dall’adolescenza, intrecciando la profondità spirituale delle sue radici con un percorso di studio e di vita che lo ha portato a Vienna e a Roma. In questa intervista, ci racconta la sua vocazione, il ruolo della sua terra d’origine, le sfide della Chiesa di oggi e l’importanza di essere testimoni autentici dell’amore di Dio, soprattutto per le nuove generazioni.

Guardando al tuo percorso fino a oggi, c’è un momento o un incontro che ha segnato in modo particolare il tuo cammino verso il Sacerdozio? O in che modo hai ascoltato la tua Vocazione?

Ci sono stati diversi momenti importanti sul mio cammino verso il sacerdozio. Il primo, e forse il più importante, è stato la mia Cresima il 3 novembre 2012. Nel bel mezzo dell’adolescenza, con le difficoltà che questa fase della vita comporta, mi sono ritrovato a pormi la domanda sul senso della mia vita, su Dio e sul che cosa significhi essere veramente felice. Il giorno della mia Cresima, con tutte queste domande nel cuore, Dio mi ha fatto sentire il Suo amore di Padre e la Sua vicinanza. Quest’esperienza mi ha profondamente colpito e ha fatto nascere in me il desiderio di seguirlo e di donargli la mia vita, perché attraverso il mio ministero sacerdotale, anche altre persone possano trovare la strada verso Dio.

Quanto è stato importante (ed è) per te il legame con la Valposchiavo nel cammino verso il Sacerdozio? Che cosa significa portare con sé le radici della propria valle in un contesto ecclesiale più ampio?

A Poschiavo non sono solo nato e cresciuto, ma lì ho scoperto e vissuto la fede. Tante persone semplici mi hanno mostrato e insegnato – più con la vita che con la parola – che cosa significhi credere in Dio e vivere da cristiano. A differenza di realtà più secolari, in Valposchiavo ho respirato e respiro tutt’ora un clima di fede. La mia vocazione è un frutto di quell’albero di fede vissuta che, in Valposchiavo, ha radici profonde. Già fin d’ora aspetto con gioia il fine settimana di Pentecoste, durante il quale celebrerò due Prime Sante Messe in Valle: una a Prada l’8 giugno e l’altra a Poschiavo il 9 giugno. Queste Messe saranno per me l’occasione per ringraziare Dio che, attraverso l’esempio di tanti poschiavini, ha fatto crescere in me il germe della fede.


In che modo l’esperienza di studi e vita fuori dalla tua valle – da Vienna a Roma – ha arricchito la tua visione pastorale?

La Chiesa è cattolica nel vero senso della parola, cioè universale. Entrare in contatto con persone di fede cresciute in altre realtà sociali e culturali è estremamente arricchente. I cristiani in diverse parti del mondo hanno problemi molto diversi rispetto ai nostri. Anzitutto ci sono molti paesi nei quali i credenti vengono perseguitati: vivere da cristiani in questi posti significa essere pronti anche a dare la vita per Cristo! Quanto mi ha fatto bene vedere la totale dedizione di queste persone. Noi spesso ci vergogniamo di essere e di dirci cristiani e preferiamo nasconderci o rinnegare il nostro credo; loro invece sono pronti a dare la vita per rimanere fedeli al Vangelo.

Queste esperienze mi hanno fatto capire che, se non sono pronto a dare tutto per Cristo, non posso essere un buon cristiano e tanto meno un buon sacerdote.


Quali sfide e opportunità vedi oggi per la Chiesa nel dialogo con le nuove generazioni?

Le nuove generazioni sono il futuro della Chiesa. Come diceva Papa Francesco ai giovani: Cristo è vivo e vi vuole vivi! I giovani, più di ogni altro, hanno in sé il desiderio di vivere la vita in pienezza, di fare qualche cosa di grande, di amare ed essere amati. Il messaggio del Vangelo è sempre attuale e illumina le menti di tutti gli uomini di ogni tempo. È quindi un compito fondamentale della Chiesa quello di trovare un linguaggio per parlare ai giovani, per incoraggiarli a vivere l’avventura di una vita alla sequela di Cristo.

Foto di Karin Stüssi

Laureato in filosofia e avvezzo alla speculazione razionale, come vivi personalmente il dialogo tra filosofia e teologia? Ovvero, in che modo, per te, la riflessione razionale arricchisce o favorisce la tua esperienza di fede o in che modo la fede illumina l’intelletto?

Per me la filosofia è una scuola di pensiero. Dio è ragionevole e ci ha dato la ragione perché potessimo riconoscerlo e dirigere tutti i nostri pensieri verso di Lui. La teologia cattolica pretende di essere ragionevole perché Dio stesso non agisce contro la ragione. Ecco perché ritengo importante che le persone che lavorano nella pastorale abbiano una solida formazione filosofica e teologica. Come sacerdote non sono chiamato ad annunciare la mia opinione personale, ma a proclamare il Vangelo e la fede della Chiesa. In base alla mia esperienza, soprattutto nell’insegnamento della religione, so che posso trasmettere solo ciò in cui credo io stesso. Tuttavia, per far sì che la mia fede non si basi solo su sentimenti, è importante che io esplori e rifletta sul tesoro della fede. I bambini sono sempre buoni insegnanti: mi fanno sempre da specchio con le loro domande curiose e spesso critiche. Questo mi permette di vedere se ciò che dico loro ha senso e, cosa ancora più importante, se io stesso ci credo.

C’è un messaggio o un pensiero che vorresti condividere con chi ti accompagnerà, in presenza o nel cuore, il giorno della tua ordinazione a Coira?

Un grande grazie! Il cammino verso il sacerdozio non è sempre stato facile. Se oggi posso dire il mio sì definitivo e gioioso a Dio lo devo anche alla preghiera e alla vicinanza di tante persone che il 24 maggio saranno presenti per celebrare con me. E a chi può e vuole chiedo un ricordo nella preghiera per questo giorno particolare.

Oggi credere può sembrare fuori moda. Sembra quasi sia qualcosa di irrazionale, quando invece esiste chiaramente una mediazione della ragione in tutto ciò. Invece, è irrazionale o, meglio, arazionale, ciò che stimola le persone a reazioni immediate, magari di paura o euforia. Forse più che in ogni altra epoca, oggi siamo assoggettati al produrre di continuo reazioni che si traducono in consenso, dissenso, consumo, schieramento, avversione, ecc. E ciò è possibile nella corporeità in cui ci troviamo e che spesso facciamo fatica a gestire, e di cui sembra a volta di essere succubi. Com’è possibile oggi rendersi conto di come spesso le logiche del mondo reificano la nostra persona, e come si può invece vivere in questa tormentata corporeità una certa integrità?

Penso che una della più grandi difficoltà del nostro tempo sia l’incapacità di stare in e fare silenzio. Dio è spirito e per metterci in comunione con Lui dobbiamo anzitutto metterci in ascolto della sua Parola, dobbiamo far tacere tutte le voci esteriori ed interiori, che non ci permettono di ascoltare. Spesso la gente mi dice che Dio non li ascolta o che non risponde alle loro preghiere. Io allora chiedo, se si siano messi veramente in ascolto e se abbiano predisposto il loro cuore all’ascolto. Noi spesso non siamo solo estranei a Dio ma anche a noi stessi: stiamo male, e non sappiamo perché; siamo tristi, ma non sappiamo da dove derivi questa tristezza; abbiamo paure, e non ne conosciamo la ragione. Dio non lo troviamo fuori di noi, ma Lui parla nel nostro cuore. Se non riusciamo a metterci in ascolto non riusciremo nemmeno a frenare i nostri istinti e gli impolsi che ci vengono dal mondo attorno a noi.


Se potessi rivolgerti a un giovane che non crede – non per ribellione, ma per indifferenza o disillusione – che cosa gli diresti? Esiste, secondo te, un modo semplice e autentico per risvegliare nel cuore la domanda su Dio?

Il modo più semplice e autentico per risvegliare la domanda su Dio è vivere una vita che abbia il sapore di Dio. Nella Chiesa delle origini le persone riconoscevano i cristiani non per i loro discorsi o altro, ma per il modo in cui si amavano. Tanti giovani non credono in Dio perché non hanno nessuno che gli faccia fare esperienza del Suo amore. Come diceva San Paolo VI il nostro mondo non ha bisogno tanto di professori, quanto di umili testimoni. Questo desidero essere come sacerdote: un testimone delle meraviglio che Dio ha compiuto e compie nella mia vita perché anche altri possano trovare la strada e aprire il loro cuore a Dio.

Foto di Karin Stüssi