Difendere il territorio, regolare il lupo. Intervista a Rico Calcagnini

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Immagine simbolica

Numerose persone si sono riunite presso l’Hotel Albula & Julier di Tiefencastel il 25 aprile, in occasione dell’assemblea generale dell’Associazione grigionese per la protezione del territorio dai grandi predatori, nata nel 2013 a Poschiavo. Un evento molto partecipato che ha permesso di fare il punto su oltre dieci anni di impegno nella regolazione della presenza del lupo nei Grigioni e in tutta la Svizzera.

Il presidente Otto Denoth, nel suo intervento ha sottolineato alcuni segnali positivi, come la riduzione del numero di branchi nel cantone (da quindici a tredici) e un calo delle predazioni di bestiame (da 517 casi nel 2022 a circa 200 nel 2024). Questi risultati significativi sono da attribuire all’entrata in vigore della nuova ordinanza sulla caccia, ufficialmente operativa dal 1° febbraio 2025, la quale permette per la prima volta l’abbattimento preventivo dei lupi prima che causino gravi danni.

L’associazione ha dato un riscontro positivo al recente declassamento dello status di protezione del lupo nella Convenzione di Berna, da “strettamente protetto” a “protetto”, decisione che potrà avere effetti diretti sulla legislazione svizzera in materia.

L’assemblea è stata anche occasione per l’esposizione di una conferenza sull’impatto del lupo sulla biodiversità, tenuta del biologo Marcel Züger. Il suo ultimo libro Mensch, Wolf! uscirà a giugno e approfondirà il tema con un taglio divulgativo e scientifico.

Il punto della situazione. Intervista a Rico Calcagnini, segretario dell’Associazione

L’iniziativa popolare sul lupo non ha raggiunto le firme necessarie. Quali sono, secondo lei, motivi principali di questo insuccesso?

Ritengo che le ragioni principali che hanno portato al fallimento dell’iniziativa siano tre. Per prima cosa, il comitato che ha lanciato l’iniziativa, costituito da allevatori del Canton Zugo, prima del suo lancio non ha cercato la collaborazione delle grandi organizzazioni cantonali e nazionali come per es. con l’Unione Svizzera dei Contadini. Con ciò le venne a mancare un sostegno importante proveniente da tutta la Svizzera; in secondo luogo, gran parte della popolazione del nostro paese non è confrontata direttamente con il problema del lupo ed è perciò male informata sulle conseguenze della sua diffusione incontrollata, in special modo nelle zone di montagna; infine: molti hanno trovato troppo estrema la permissione incondizionata di cacciare il lupo in tutto il paese durante tutto l’anno, ad eccezione del Parco Nazionale Svizzero.

Quali sono oggi le principali priorità operative della vostra associazione?

La nostra principale priorità operativa consiste nel sorvegliare la messa in atto integrale dell’ordinanza della legge sulla caccia da parte delle autorità cantonali e federali. Lavoriamo in stretta collaborazione con la nostra associazione mantello, con altre sei associazioni svizzere e con diverse organizzazioni contadine. Seguiamo anche gli sviluppi dell’ordinanza stessa, in particolare le implicazioni del declassamento del lupo da “strettamente protetto” a “protetto” nella Convenzione di Berna.

A livello pratico, quali sono le difficoltà maggiori nell’attuazione di una regolazione efficace del lupo?

L’ostacolo principale è dovuto alla lentezza e alla complessità del processo che dovrebbe condurre alla regolazione di un lupo o di un branco. Per ottenere il permesso di abbattere un singolo lupo, bisogna dimostrare che ha ucciso almeno sei pecore o capre in quattro mesi. Questo comporta molto lavoro per i guardacaccia e un grande dispendio amministrativo. Inoltre, l’autorizzazione vale solo tre mesi: se l’animale non viene trovato in tempo, tutto il lavoro va perso.

Quali risultati avete ottenuto finora con il vostro impegno?

Il risultato più tangibile è la forte riduzione degli animali predati: da 517 nel 2022 a 209 nel 2024. Anche il numero dei branchi è calato leggermente. Allo stesso tempo, abbiamo constatato che misure come i recinti elettrificati o i cani da guardiania non bastano più: i lupi le aggirano facilmente, e i cani possono rappresentare un pericolo per escursionisti e turisti. Questo conferma la necessità di una regolazione mirata, resa finalmente possibile dalla nuova ordinanza.

Come immaginate il futuro? Quali obiettivi vi ponete?

Il nostro obiettivo è ridurre la presenza del lupo a un massimo di 12 branchi a livello nazionale, uno o due nei Grigioni. Dobbiamo anche continuare a sensibilizzare l’opinione pubblica: la presenza incontrollata del lupo danneggia la biodiversità, porta all’abbandono degli alpeggi e mette a rischio l’intera economia alpestre, riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale.

Esistono spazi di dialogo con le associazioni ambientaliste?

In teoria sì, ma nei fatti è difficile. Ufficialmente ammettono la necessità di regolazione, ma quando si tratta di applicarla, si oppongono con petizioni o denunce, come accaduto con il branco del Parco Nazionale. Il confronto avviene soprattutto attraverso prese di posizione contrapposte, ma generalmente nel rispetto reciproco.