Nel momento stesso in cui si parla di neurodivergenze, ci si trova costretti a dichiarare: “non è una malattia, non è colpa tua”. Ma questo modo rassicurante di introdurre l’argomento, ripetuto poi in ogni conferenza, brochure o incontro pubblico, non è già una risposta a una domanda che non è mai stata posta? Come se il semplice fatto di trattare una diversità implicasse, in anticipo, il sospetto che chi è neurodivergente sia in qualche modo sbagliato. Chiaro riflesso di un modo di pensare consolidato nello stigma. È come se la società dicesse: ti accetto, ma a condizione che tu non metta in discussione il modo in cui io accetto.
Durante l’incontro organizzato a Poschiavo il 5 giugno dal gruppo “Mamme Sotto Sopra”, questa dinamica è emersa con forza, esposto dalle due relatrici Luisa Paganini e Sabina Troisio. Il discorso si è mosso lungo una linea tesa tra precisione informativa e urgenza esistenziale. Si è parlato di ADHD, disturbi dello spettro autistico, dislessia, discalculia e altro. Si sono date alcune cifre – 8% di prevalenza per l’ADHD, 1% per l’ASD, fino al 50% di sovrapposizione tra le due – ma questi numeri, che non sono solo dati epidemiologici, funzionano come sintomi: segnalano che ciò che viene trattato come eccezione è, in realtà, cosa non maggioritaria ma diffusa.
E qui qualcosa si incrina. Perché se la “deviazione” è così diffusa, allora forse non è una deviazione. Il concetto stesso di norma, a livello sociale, si regge su un atto di rimozione sistematico: rimozione del corpo che non si adatta alla sedia, del pensiero che non si standardizza, dell’apprendimento che non si allinea. L’ADHD, per esempio, viene oggi raccontato come un deficit dell’attenzione. Ma da dove viene questa attenzione che manca? Non sarà che ciò che chiamiamo attenzione è solo il nome moderno per una forma di obbedienza cognitiva?
Delle relatrici è stata presentata una genealogia dell’ADHD sorprendente: il cervello ADHD, lungi dall’essere un’anomalia recente, era già presente nei Neandertal e nelle varie ere passate, dove pare potesse essere maggioritario. Per sopravvivere nella caccia e nella raccolta serviva reattività, iperfocalizzazione su stimoli fugaci, velocità d’azione. In altre parole: quello che chiamiamo disturbo, oggi reputato elemento disfuznionale, era – in un’altra forma di mondo – un ben funzionale vantaggio. E il punto non è tanto che “una volta era meglio”, quanto che il cervello non è cambiato del tutto. Di certo, invece, è cambiato il contesto. Quando poi si vorrebbero correggere bambini iperattivi perché è previsto stiano ore seduti dietro a un banco, converrebbe mettere anche in discussione la sensatezza di un tale metodo.
Dunque, la neurodivergenza non esiste nel vuoto. È sempre relazione con un ambiente. E se cambiamo l’ambiente, cambiano anche le manifestazioni di questa. Ciò vale anche per i DSA: la dislessia, per esempio, non è una mancanza di intelligenza, ma una difficoltà nella decodifica automatizzata dei simboli scritti. Tuttavia, in una scuola costruita sull’idea che leggere bene significhi leggere in un certo modo e in un certo tempo, questa difficoltà diventa colpa. Come se il problema fosse nel bambino, e non nel sistema che definisce cosa è “una lettura corretta”.
L’immagine proposta dalla relatrice è efficace: se si prova a piantare una vite come se fosse un chiodo, il problema non è la vite, ma chi ha in mano il martello. Eppure, nei fatti, continuiamo a martellare. La diagnosi, allora, non è solo un atto clinico. È anche un gesto politico: dare il nome giusto a qualcosa che è stato finora nominato in modo sbagliato. “Disattento”, “pigro”, “agitato”, “difficile”: tutte parole che non descrivono, ma deformano.
Un momento centrale: il racconto personale di una madre, che ha parlato della fatica quotidiana, della ricerca di risposte, dell’incontro con professionisti capaci di vedere prima la persona, poi il “caso”. Ma soprattutto ha parlato dell’autostima. L’autostima, ha detto, è la prima a crollare. E a crollare non perché il bambino si sente sbagliato, ma perché lo sguardo dell’altro lo fissa come tale.
È qui che interviene, con semplicità ed efficacia, l’aforisma di Giacomo Cutrera: “Leggere è il cibo della mente, e la mente è come la nonna. Non le interessa se leggi con la vista, con l’udito o con il tatto. L’importante è che mangi.”
La risposta a questa situazione non può essere solo individuale. E infatti la serata ha segnato anche la nascita del gruppo di autoaiuto “Diversamente”, formato da genitori che hanno vissuto sulla propria pelle queste contraddizioni. Non si tratta di un gruppo terapeutico – nessuno vuole “curare” i propri figli – ma di uno spazio per condividere, raccontare, alleggerire.
Accettazione
Quanto spesso capita oggi, nell’epoca della pseudo performance, di cambiare, migliorare, “tirare fuori il meglio di sé”, essere motivati, farsi motivare, conformarsi a modelli che ci piacciono, sceglierli da pagine (pubblicità) sui social come fossero un catalogo di opzioni: dove, in generale, si paga qualcosa per diventare di più, per investire su se stessi. Ci sono senz’altro casi validi. E migliorarsi è certamente cosa buona. Ma spesso – possiamo dirlo? – si tratta fuggire da se stessi in qualche maniera. Forse qui c’è un elemento da non sottovalutare: non accettare se stessi, non accettare gli altri, non accettare la realtà. Per quanto ci si provi, a diventare altro da sé, a correre forsennatamente dietro a un modello di vita, rimaniamo tutti – tutti – in una beffarda condizione esistenziale che, nel suo paradosso, non vuole altro che essere accettata. Si pensa a migliorare, a crescere, a diventare più bravi, a stare meglio per gli altri, a essere più normali, più sani… Ma perché cambiare per essere accettati? Che accettazione è questa?
All’incontro, organizzato dal gruppo “Mamme sottosopra”, il pubblico ha riempito la sala. Il tema è stato chiaramente di grande rilievo e di grande utilità. Forse sarebbe stata auspicabile anche la partecipazione di qualche rappresentate del pubblico maschile, oltre ai cinque presenti.






















Buondì Bernina, e grazie Patrick. Davvero un buon articolo dal mio punto di vista. Oltre a un’ottima scelta dei contenuti da riportare, vengono posti quesiti molto importanti, da cui si potrebbe proporre un’altra conferenza sul tema legato a quanto sta succedendo nella nostra società in materia di diversità e inclusione.
Sul tema della neurodiversità mi sento di consigliare ai lettori del Bernina, questo interessantissimo contributo portato dalla trasmissione PULS, della televisione svizzera di lingua tedesca: https://www.srf.ch/play/tv/puls/video/einen-tick-anders-leben-mit-tourette-autismus-oder-adhs?urn=urn:srf:video:dc65b662-a402-433c-a957-438f751cdfe3
Il pezzo mette in risalto proprio le domande contestuali e di sistema alle quali si riferisce Patrick nel suo articolo, e prova a dare delle risposte che risultano essere molto pertinenti e interessanti, in quanto vengono fornite non tanto dagli “esperti in materia” (che servono sicuramente e sono bravi solitamente a fare la “radiografia” del deficit) bensì dalle persone direttamente coinvolte, che si chiedono come nonostante un’ingombrante e spesso evidente diversità (si pensi alla sindrome di Tourette di cui si sente sempre più spesso parlare), possano partecipare pienamente alla società, nel mercato del lavoro primario, ecc…