15 anni di Al Cantino, intervista a Valerio Righini: l’arte come ponte tra Valtellina e Valposchiavo

0
320

Da circa 15 anni, i frequentati incontri culturali di Valerio Righini ad Al Cantino uniscono la comunità valtellinese a quella valposchiavina. Uno spazio dove, per stessa volontà del proprietario italo svizzero, si mescolano queste due nazionalità, dove scoprire ad ogni conferenza aspetti artistici e culturali uno diverso dall’altro. A fare da contorno a questi incontri una parte delle tante opere realizzate negli anni da Righini, che già da sole valgono una visita ad Al Cantino. Sono andato a trovare Valerio nel suo spazio e ne è nata questa intervista.

Valerio, mi rendo conto che è una domanda che le verrà posta in ogni intervista, ma può parlarci delle sue origini ticinesi e dell’ascendente avuto sulla sua passione per l’arte da parte della sua famiglia, per così dire, “affollata di artisti”?
Ho ascendenze ticinesi perché addirittura il mio bisnonno Giuseppe si trasferì con tutta la famiglia da un paesino del Malcantone (Beride di Bedigliora), vicino a Lugano, in quel di Tirano, attorno al 1860. Quindi mio nonno Ottorino (sposato a Brusio) prima e poi mio padre Terzio si sono impiantati qui ed erano, se vogliamo, tutta gente che si occupava di colori: tinteggiatura, verniciatura e molte decorazioni. Vivendo in questo ambiente fatto di pennelli e di colori, quando finì le medie, dovendo decidere cosa fare, un giorno, senza particolari input, mi frullò in mente di provare il Liceo Artistico e così feci. Mio padre mi sostenne subito anche per la parentela con il famoso Sigismund Righini, rinomato pittore di Zurigo, ed ebbi la strada spianata. Catapultato a 14 anni a Milano al Liceo Artistico di Brera, in questo palazzo antico, pieno di statue, molto bello, ma in penombra e con soffitti così alti che mi sentivo in un labirinto, inizialmente mi sembrava di perdermi. Però, quando il secondo anno ci trasferirono in altra sede mi accorsi di quanto quell’ambiente mi mancava; per fortuna, il terzo e quarto anno tornammo lì per le lezioni. Ottenuto il diploma dovevo decidere cosa fare, le alternative erano pittura o scultura all’Accademia oppure architettura; parlandone in famiglia il consiglio fu: “Se fai architettura nessuno ti vieta di coltivare le altre tue passioni, se fai scultura o pittura sei più limitato”. Quindi, seguendo il consiglio, diventai architetto al Politecnico di Milano, ma non ho mai esercitato.

Da quanti anni il suo atelier “Alcantino – GalleRighini” a Madonna di Tirano ospita incontri e confronti artistico culturali? Ci racconta qualcosa in più sulla nascita e l’evoluzione di questo suo spazio?
La verità è che a un certo punto non sapevo più dove “cacciare” i miei lavori, le mie opere occupano molto spazio e sono anche molto delicate negli spostamenti. A furia di cercare e cercare ho trovato questo spazio che in origine era una cantina sociale (c’è ancora la vite del torchio). Finalmente, dopo varie richieste, sono riuscito ad acquisirlo e in un anno di lavoro, salvo l’impianto elettrico e i servizi sanitari, me lo sono ristrutturato tutto da solo, arrivando ad inaugurarlo nel 2010.
La domanda successiva è stata: “E adesso cosa me ne faccio?”. Allora, nel 2010, non era ancora “intasato” di opere come oggi e, forte della mia grande amicizia con Padre Camillo, senza un’idea ben chiara di come procedere, abbiamo iniziato a invitare per delle conferenze diversi amici artisti, poeti, letterati, registi, ecc. Il primo anno abbiamo fatto due incontri, il secondo un paio di più, in un continuo crescendo fino ad arrivare agli 11 di quest’anno. Lo gestisco in maniera del tutto autonoma, senza dover dipendere da nessuno e invitando chi voglio. Parlando di inviti, salvo una persona lontana e in là con gli anni, che aveva accettato ma poi ha declinato per le difficoltà logistiche, tutti sono sempre felici di venire, senza alcun compenso, addirittura sono loro a chiedermi di venire.
Essendo in posizione strategica, quello che mi piace molto di Alcantino è che è uno spazio frequentato sia da italiani che svizzeri, essendo io italo svizzero.

Questo ultimo suo pensiero ci riallaccia alla mia seguente domanda: che legame ha con la Valposchiavo?
Devo dire che ho, o forse meglio avevo – oggi purtroppo tanti non ci sono più – moltissime amicizie a Poschiavo: Hildeseimer e la moglie, Not Bott per citarne alcuni dei più noti, ma anche tanti tanti altri.
A un certo punto, anni fa, mi è stato proposto di curare la Galleria PGI ed io ho accettato a patto di essere affiancato da una persona del luogo; nonostante fossi già all’epoca molto conosciuto a Poschiavo, mi sembrava giusto che la collaborazione fosse del tutto transfrontaliera. I primi anni eravamo io e Not Bott, poi ho continuato con Cristian Hasler, portando avanti il tutto per circa una decina di anni.

La sua vasta produzione di opere è ed è stata esposta dalla Valtellina, alla Valposchiavo, all’Engadina e oltre. “Ai naviganti – azzurro” in acciaio inox e vetroresina, con sviluppo di oltre 40 metri, si trova presso l’Ospedale S. Sisto di Poschiavo e SS. Mani bronzo e resine pigmentate si trova presso La Casa Anziani di Poschiavo. Ci racconta qualcosa in più di queste due donazioni?
L’opera “Ai naviganti – azzurro” non è stata una mia donazione, ma la vittoria di un concorso internazionale che lo stesso Ospedale S. Sisto aveva indetto nei primi anni 2000. All’inizio ero titubante sulla mia partecipazione, perché sapevo che uno dei concorrenti sarebbe stato un amico, il famoso Paolo Pola di Campocologno, che giocava in casa. Poi alla fine inviai comunque il mio bozzetto e con una certa sorpresa vinsi io.
L’opera è un percorso a pavimento di circa 40/50metri che si sviluppa dall’esterno della struttura partendo da una barca d’acciaio, fino ad arrivare, attraverso un gorgo in parete, nella hall centrale dell’Ospedale e si conclude infilandosi nel cavedio come una specie di pesca miracolosa. All’interno, su una targhetta, ho scritto le mie motivazioni per questa creazione, in estrema sintesi l’opera vede l’ospedale come una specie di barca dove uno entra e inizia un viaggio.
Nel corso degli anni, purtroppo, l’opera, mio malgrado, ha perso diversi pezzi. All’ingresso avevo sistemato delle forme che volevano rappresentare delle onde e dei pesci; un giorno una signora è scivolata su una di queste onde e, senza avvertirmi, i responsabili dell’ospedale hanno tolto tutto e hanno rimesso le piastrelle (se mi avessero avvisato avremmo potuto trovare una soluzione diversa, che fosse soddisfacente anche per me). Questo già aveva interrotto la continuità dell’opera, ora coi nuovi lavori per il Centro Medico rimangono proprio solo la barca e la parte nella hall.

In Casa Anziani mi chiesero direttamente le suore, dicendomi che avevano la camera mortuaria da rinnovare e mi commissionarono l’opera. L’unico vincolo che mi diedero da rispettare fu quello di non inserire nell’opera simboli religiosi, vista la dualità di culto di Poschiavo. Facendo il sopralluogo per ideare l’opera, mi scoraggiò un po’ l’ambiente piccolo e tetro (pavimento color sangue, tendone rosso) tanto da chiedermi cosa avrei potuto realizzare in quel contesto. Rimboccandomi le maniche presentai il bozzetto “Santissime mani”, che fu approvato. Venne cavato il pavimento, schiarito e inserita una vasca in resina tra le piastrelle; questa resina si ribalta in parete fino ad arrivare a due mani in bronzo (che accolgono il defunto). Abbandonare l’idea della croce però a me dispiaceva, quindi, alla base, feci altri due piccoli pannelli di bronzo che visti nell’insieme dell’opera formano una croce. L’azzardo non fu notato, o non mi venne fatto notare, se non che durante il lavoro mi sentivo ogni tanto osservato e l’ultimo giorno di lavoro mi voltai e trovai Suor Rita a braccia incrociate che aveva notato che utilizzando le pieghe delle mani avevo inserito un’altra croce e bonariamente mi disse: “Alla fine sei riuscito a metterla”.

Da poco è ripartita la stagione di incontri a “Alcantino – GalleRighini”, che andrà avanti per tutta l’estate fino al 19 settembre e vedrà susseguirsi diversi ospiti, noti e meno noti. Può darci brevemente un’idea, un’infarinatura, ospite per ospite, di quello che si andrà a toccare nei vari prossimi appuntamenti?
I primi due incontri con Matteo Bianchi e Giulio Calegari (mio compagno di Liceo) sono già stati fatti e molto apprezzati, l’incontro del 30 maggio con Giuliana Nuvoli purtroppo è saltato perché la stessa si è infortunata e non è riuscita a venire. Spero di recuperarlo quando si rimette, perché questa docente di italiano alla Statale di Milano, spaziando da Dante ai Promessi Sposi, è veramente una persona molto preparata. Al Cantino sarebbe venuta a parlare di Anna Kuliscioff.
Il 20 giugno sarà la volta di Susanna Berengo Gardin, figlia del grande fotografo Gianni Berengo Gardin. In prima battuta, in realtà, avevo invitato il padre, che però ha declinato l’invito per l’età avanzata e relativi problemi logistici, poi ho scoperto che la figlia si occupa del lavoro del padre ed ho invitato lei. Verrà e proietterà alcune immagini del lavoro del padre che poi commenterà.
Il 27 giugno l’ospite sarà John Sandell, un architetto californiano sposato con una signora di Villa di Tirano e abituato a passare l’estate in Valtellina. Verrà a parlare del suo lavoro negli Stati Uniti.
L’11 luglio Al Cantino accoglierà Luca Palestra, attuale direttore dell’Associazione Valtellinesi a Milano (anche loro fanno incontri a carattere culturale). Figlio di un geologo voleva venire a parlare del padre, ma avendolo appena fatto all’Unitre di Tirano, e non volendo io fare doppioni, gli ho proposto di raccontarci invece di quello di cui si occupa a Milano per la Casa dei Valtellinesi a Milano.
Il 25 luglio sarà il turno di Giorgio Baruta, restauratore, che verrà a parlarci delle opere effettuate nella Torre Dei da Pendolasco di Poggiridenti.
L’8 agosto ospite sarà Giuseppe Cederna, figlio del celebre giornalista di Ponte in Valtellina Antonio Cederna (uno dei fondatori di Italia Nostra) che parlerà di “Incontri con uomini (e donne) straordinari: da Camillo a Wolfgang a mio padre Antonio. Passando per Camilla, Chandra, Pia Pera, Raymond Carver, Corrado Stajano, Walt Whitman. Racconti e poesie che ricostruiscono il mondo”.
Il 22 agosto dalla Valposchiavo arriverà Al Cantino Luigi Badilatti, che mi ha detto di dovermi ringraziare per l’ispirazione del suo libro fotografico “Guardare il silenzio della Val da Camp”(curato da Paolo Belcao), nata sfogliando un mio catalogo.
Il 5 settembre i volti già noti in altri appuntamenti ad Al Cantino di Lucia Valcepina e Guido De Monticelli intratterranno gli intervenuti con lo spettacolo “Dario Fo – giullare del popolo”. Spettacolo che personalmente ho visto alle Terme di Bormio lo scorso anno e ho fortemente voluto portare ad Al Cantino.
Il 19 settembre concluderanno la rassegna 2025 i coniugi Maria Donati e Francesco Racchetti, i quali hanno creato un’associazione italiana di collegamento e sostegno ad un’altra associazione brasiliana. Insieme a Fernanda Giannini Santos e Attilio Mazzoni presenteranno testi editi ed inediti della poeta afrobrasiliana Mônica Porto.

Ivan Falcinella
Membro della redazione