Dopo una lunga e intensa carriera nel mondo della scuola, Arno Zanetti si appresta a voltare pagina, con lo sguardo rivolto al futuro ma il cuore colmo di ricordi. Figura di riferimento nel panorama educativo della Valposchiavo e del Grigioni italiano, negli ultimi anni ha ricoperto con dedizione e competenza il ruolo di ispettore scolastico, accompagnando docenti, studenti e istituzioni in un periodo di grandi cambiamenti e sfide senza precedenti. In questa intervista, Zanetti ripercorre i momenti salienti della sua esperienza professionale, riflette sull’evoluzione della scuola negli ultimi decenni e condivide pensieri, emozioni e speranze per il futuro.

Arno, quest’estate si chiude un lungo capitolo della tua vita professionale. Che emozioni provi nel guardarti indietro?
Guardandomi indietro provo gratitudine, verso le persone incontrate lungo il cammino, un pizzico d’orgoglio per le sfide superate e per la crescita personale e professionale e un po’ di nostalgia per i momenti condivisi, le abitudini quotidiane, l’identità costruita attorno a quel ruolo. Porto con me esperienze preziose e tante persone che hanno lasciato il segno. Ora è tempo di voltare pagina, con curiosità verso ciò che verrà.
Quando nel 2016 hai assunto l’incarico alla direzione della Scuola, parlavi di “una nuova sfida”. A distanza di quasi un decennio, com’è andata quella sfida?
Lé stait bel! Direi in dialetto. È stato un lavoro che ho svolto con grande piacere. L’unico pegno da pagare sono state le innumerevoli trasferte, le quali mi hanno però permesso di conoscere tante persone, conoscere diverse realtà scolastiche di gran parte del Cantone fino alla Scuola svizzera di Milano.
Ho sempre interpretato il mio ruolo come consulente, come supporto e meno come controllore.
I grandi progetti sono stati l’implementazione del Piano di Studi 21 (PS21), l’elaborazione di un turno di valutazione delle scuole basato appunto sull’insegnamento orientato alle competenze, la valutazione delle nuove materie, “etica religione e comunità”, “economia, lavoro e economia domestica”, individualizzazione.
Nelle valutazioni periodiche delle scuole abbiamo dedicato grande attenzione alla salute degli allievi e di tutte le figure professionali che operano all’interno della scuola.
La produzione di libri di testo in italiano compatibili con il PS21 è stato un lavoro continuo cha abbiamo seguito e supportato continuamente. Attualmente siamo a buon punto, gli insegnanti possono disporre di libri aggiornati in quasi tutte le materie.
L’attuazione della revisione della legge sulle scuole popolari ha rappresentato l’ultimo passaggio complesso, con tempi di realizzazione particolarmente ristretti: basti pensare che il Gran Consiglio ha preso la decisione nel dicembre 2024 e i cambiamenti entreranno in vigore già nell’agosto 2025. Questo ha creato non pochi grattacapi specialmente agli Enti scolastici.
Non mi soffermo troppo su quanto accaduto il 13 marzo 2020, con la chiusura delle scuole a causa della pandemia, e su tutto ciò che ne è derivato. La gestione dell’emergenza COVID, seguita dalla guerra in Ucraina e dall’arrivo di numerosi allievi stranieri, ha rappresentato per noi e per le scuole una sfida particolarmente delicata.
Negli ultimi anni hai spesso sottolineato la mancanza di insegnanti formati, soprattutto nella scuola di montagna. È una questione ancora irrisolta?
Diventa sempre più difficile trovare giovani disposti a intraprendere la professione di insegnante. Nelle nostre valli affrontiamo un duplice problema: da un lato, sono pochi i giovani che scelgono di seguire un percorso formativo in ambito educativo; dall’altro, ancora meno sono quelli disposti a trasferirsi nelle zone periferiche.
Una nota positiva arriva dalla scuola dell’infanzia e dalla scuola elementare, dove negli ultimi anni alcuni giovani docenti sono rientrati per lavorare nelle nostre scuole. Tuttavia, nel grado secondario I e nella pedagogia specializzata, registriamo una percentuale molto alta di insegnanti che operano con un’autorizzazione temporanea, poiché privi di un titolo di studio conforme ai requisiti.
Nel Grigioni italiano possiamo però considerarci fortunati: possiamo contare sul prezioso contributo di insegnanti provenienti dall’Italia e dal Ticino, oppure di persone con solide competenze disciplinari anche se prive di una formazione pedagogica specifica. Non riesco nemmeno a immaginare le nostre scuole senza il loro fondamentale apporto.
Quali sono le cause di questa situazione? È difficile dare una risposta univoca. Certamente incidono i carichi di lavoro in costante aumento, la crescente eterogeneità delle classi, la complessità nella gestione della disciplina, e, non da ultimo, il fatto che la figura dell’insegnante abbia perso, negli anni, parte del prestigio sociale di cui godeva un tempo. Tutto ciò contribuisce a far percepire questa professione, da alcuni, come una scelta di ripiego.
La scuola che lasci oggi è molto diversa da quella che hai trovato all’inizio della tua carriera? Cosa è migliorato e cosa invece, secondo te, è peggiorato?
Negli ultimi anni sono intervenuti numerosi cambiamenti a livello metodologico e pedagogico. L’allievo è sempre più valorizzato e posto al centro del processo educativo. L’introduzione diffusa delle tecnologie, l’attenzione crescente ai bisogni educativi speciali, il cambiamento del ruolo dell’insegnante — da semplice trasmettitore di conoscenze a facilitatore dell’apprendimento — e una disciplina intesa in chiave educativa, non punitiva, sono solo alcuni degli elementi che caratterizzano la scuola di oggi.
Non mi sono mai chiesto se fosse migliore la scuola di oggi o quella di un tempo. In oltre quattro decenni di attività, ho preferito concentrare le mie energie sul migliorarla, consapevole che la scuola deve essere in grado di adattarsi a una società in continua evoluzione e rispondere ai bisogni reali degli allievi. È fondamentale che loro acquisiscano competenze che li aiutino a orientarsi, comprendere e vivere pienamente nel mondo attuale.
Che ruolo pensi dovrebbe avere oggi la scuola nelle piccole comunità come la nostra?
Oggi, nelle piccole comunità, la scuola deve essere un punto di riferimento, un luogo che educa, unisce e dà futuro. Il suo successo dipende dalla collaborazione di tutti: famiglie, istituzioni, associazioni. Solo lavorando insieme possiamo offrire ai nostri ragazzi le opportunità che meritano, rafforzando al tempo stesso il tessuto sociale del territorio.
Proprio mentre ti avvicini alla pensione, hai assunto la presidenza di iStoria. Cosa ti ha spinto ad accettare questo nuovo impegno?
In passato ho collaborato alla realizzazione del libro Classi • 1880-1980 | 100 anni di foto di classi (2013). In generale, le vecchie fotografie — soprattutto quelle legate alla natura e all’agricoltura di un tempo — mi affascinano profondamente. Ora mi auguro una pensione non solo lunga, ma soprattutto “larga”, arricchita da attività che amo. Avendo finalmente il privilegio di scegliere come impiegare il mio tempo, ho accolto con piacere l’invito di iStoria.
Vedi un collegamento tra il tuo lavoro nel mondo scolastico e la tua nuova avventura con iStoria?
A margine dell’ultima fatica di iStoria legata all’emigrazione sono state prodotte diverse schede didattiche sfruttate dai docenti nelle lezioni di Natura, essere umano e società. Mi posso quindi immaginare che anche in futuro alla scuola venga sempre riservata un’attenzione privilegiata nelle attività di iStoria.
C’è un messaggio che vorresti lasciare ai tuoi ex colleghi, agli studenti o alla comunità scolastica
Prima un doveroso ringraziamento a tutti quelli che hanno collaborato con me in questi anni. Ringrazio in particolare il team dell’Ispettorato scolastico del Grigioni italiano, formato dalla collega Manuela Della Ca’-Tuena e dalla segretaria Tani Pfänder: assieme abbiamo condiviso idee, ci siamo sostenuti a vicenda, remando sempre nella stessa direzione per il bene della scuola.
Vorrei ricordare a tutti gli allievi che la scuola non è soltanto un luogo dove si apprendono nozioni, ma un ambiente in cui si cresce, si sperimenta, si commettono errori e, soprattutto, si scopre chi si è realmente e chi si desidera diventare. Vivete dunque la scuola con curiosità, rispetto e coraggio.
Ai docenti, in un tempo in cui l’educazione è spesso messa alla prova, desidero sottolineare una verità semplice ma profonda: lavorare con gli allievi è un privilegio. Certo, comporta sfide e fatiche, ma non dimentichiamo mai che non insegniamo solo delle materie: formiamo persone, lasciamo tracce indelebili, apriamo porte verso nuove possibilità.
Auguro a tutta la comunità scolastica di mantenere viva la passione, la curiosità e l’ottimismo. Darsi da fare per rendere la scuola un posto migliore, soprattutto insegnando, non è solo un lavoro: è credere davvero nel futuro.













