I Mercanti di Liquore a Poschiavo, intervista a Lorenzo Monguzzi

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Sabato 19 luglio alle ore 20:30, nella suggestiva cornice della Tegia Vegia al Crott di Poschiavo, ospiti d’eccezione saranno i Mercanti di Liquore. Nell’ambito della tournée di presentazione del loro nuovo album “Non ci troverete mai”, questa formazione, fra le più originali del panorama cantautorale italiano, arriva a Poschiavo. Il Bernina ha intervistato Lorenzo Monguzzi, storico cantante, chitarrista e cantautore dei Mercanti di Liquore.

Lorenzo, i “Mercanti di Liquore” nascono a Monza a metà degli anni 90, ispirandosi, oltre che nel nome dato al trio (tratto dalla canzone “La Collina”), alla musica di Fabrizio De André. Ci racconti qualcosa in più degli esordi del “power-folk trio” composto da te, Simone Spreafico e Piero Mucilli?

Come spesso accade, la nascita del trio fu abbastanza casuale e dettata da esigenze molto pratiche. All’epoca, verso la metà degli anni 90, tutti e tre facevamo parte anche di un’altra formazione, chiamata Zoo, con la quale, dopo aver vinto alcune manifestazioni per band emergenti, avevamo firmato un contratto con una importante major discografica. Eravamo perciò fermamente convinti che fossimo a pochi passi dal successo planetario, si trattava solo di portare un po’ di pazienza. Dopo un anno però il successo tardava ad arrivare e le nostre finanze si erano prosciugate, non che ci volesse molto a prosciugarle. Decidemmo quindi che, in attesa di diventare rockstar, sarebbe stato meglio procurarci qualche concerto, per non venire meno alla sacra promessa che nella vita avremmo fatto i musicisti. Nacque così il trio acustico, col quale cominciammo a girare i peggiori locali della Brianza e che, sorprendentemente, come spesso succede, cominciò a riscuotere un discreto successo, quanto meno dalle nostre parti. Nel giro di pochi mesi gli Zoo, nonostante le grandi aspettative, scomparvero dalla scena e viceversa i Mercanti di Liquore, anche se allora non ci chiamavamo ancora così, diventarono una realtà musicale molto apprezzata che poi avrebbe avuto molte altre opportunità di crescita.

Quali sono le canzoni del vostro gruppo a cui siete più legati? Avete qualche aneddoto particolare da raccontarci in merito?

La canzone che sicuramente ci rappresenta di più e a cui siamo più legati è Lombardia. L’idea del testo mi venne di ritorno da un concerto, quando in autostrada passammo il confine tra Emilia Romagna e Lombardia appunto. Pensai che non ero mai entusiasta di tornare nella mia terra, e che questi sentimenti contrastanti che provavo nei suoi confronti meritassero una riflessione più ampia. Credo sia un testo in cui moltissimi si identificano, non solo i lombardi. Ricordo il grande stupore e la grande gioia quando durante uno dei primi concerti che facemmo in Sicilia una parte del pubblico si mise a cantare il ritornello di Lombardia insieme a noi. Evidentemente fare a cazzotti con le proprie origini è una pratica che accumuna tutti gli italiani.

Una carriera di quasi 30 anni, con una consistente pausa dal 2009 al 2021. Cosa aveva portato i “Mercanti di Liquore” a questa pausa e cosa li ha riportati sul palco?

Smettemmo di suonare perché, come si suol dire, avevamo finito la benzina. Mi spiego meglio, fare musica insieme è un mestiere bellissimo ma anche molto delicato. Prevede che tra i suonatori ci sia un’energia e una complicità speciale, ingredienti indispensabili perché il pubblico ti stia vicino. Dopo tanti anni insieme, e una notevole quantità di esibizioni condivise, ci accorgemmo che questa energia, questa voglia, non c’era più. Avremmo potuto continuare a simulare, a far finta che tutto fosse come prima, molti illustri colleghi lo fanno, ma non ci sembrava il caso, amavamo ancora troppo la musica per ridurla a una pantomima.

L’idea di ritornare in scena non fu nostra, fu la gente a chiedercelo. Dopo più di dieci anni di inattività c’erano ancora tante persone e tanti addetti ai lavori che ci chiedevano di tornare. Oltre a questo le nostre canzoni avevano continuato a girare per conto loro, facendoci capire che quel lavoro e quel repertorio meritavano ancora di essere proposti. Chiesi ai miei due soci cosa ne pensavano, Simone mi disse che ormai aveva altri progetti, Piero inizialmente aderì al nuovo progetto, ma poi decise anche lui di tirarsene fuori. Così rimasi solo e mi tocco la meravigliosa incombenza di trovare nuovi mercanti con cui rileggere le cose passate e immaginare quelle future, perché fin dall’inizio l’idea non era di fare una tribute band di noi stessi, ma, al contrario, riprendere il discorso e cercare nuove strade (che poi è l’unica cosa che un musicista dovrebbe fare)

Un album fresco di pubblicazione dal titolo: “Non ci troverete mai” (14 maggio 2025) e una formazione rinnovata: Lorenzo Monguzzi, Nadir Giori, Lorenzo Bonfanti, Andrea Verga ed Elio Biffi. Cosa ci farete ascoltare sul palco il 19 luglio a Poschiavo?

Come dicevo poco fa, sentirete i pezzi che abbiamo scritto decadi fa, insieme a canzoni nuove, fresche fresche di pubblicazione. Il tutto arrangiato con suoni nuovi e con la sensibilità dei nuovi musicisti. Rimanendo però fedeli all’antico patto, secondo il quale: “E poi se la gente sa, e la gente lo sa che sai suonare. Suonare ti tocca per tutta la vita e ti piace lasciarti ascoltare”.

E’ la prima volta che visitate la Valposchiavo? Come ve la immaginate?

Per me è la prima volta, potrei guardare su Google e evitare di dire stupidaggini, ma non lo farò, mi prendo il rischio. Me la immagino verde, aperta, tranquilla e concreta, che tutto sommato sono delle ovvietà… avrei fatto bene a guardare su Google.

“Coltivare l’Ortica”, il singolo che ha preceduto l’uscita dell’album, parla di una società contemporanea dove ognuno sembra recitare un ruolo, ma in modo “stanco”. Come nasce una canzone, se vogliamo una storia, una ballata, di questo tipo? E’ uno sguardo generale sulla società odierna o più una serie di storie di vite vissute messe insieme?

Senza dubbio una serie di storie vissute messe insieme. La periferia, o se vogliamo la marginalità, è sempre stata presente nei testi che scrivo. Sono nato e cresciuto in un quartiere periferico di Monza e, pur avendo girato in lungo e in largo l’Italia, mi è rimasto addosso un senso di appartenenza a quel mondo tutt’altro che patinato e sicuramente poco colto, ma anche autentico e in qualche occasione addirittura solidale. Quindi mi piace affrontare temi anche complessi cercando però di ricondurli a mondi che conosco personalmente, a storie che ho vissuto. Credo sia un ottimo metodo per evitare di pontificare cazzate parlando dei massimi sistemi.

Ivan Falcinella
Membro della redazione

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