Oggetti smarriti, soggetti ritrovati. L’inaugurazione del “Negozi da segonda man”

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Oggi è difficile dire in che cosa crediamo davvero. Le grandi parole — progresso, giustizia, futuro, fede — sembrano svuotate, consumate da un uso senza convinzione. Eppure, c’è qualcosa che resiste. Un gesto, un’abitudine, un movimento che si è instaurato, e persiste automatico anche senza bisogno di fede: il consumo. Non serve credere per comprare, né pensare troppo per disfarsi di ciò che non ci serve. In questo senso, gli oggetti sembrano quasi sopravvivere meglio degli ideali.

È da qui che si può partire per dire che cosa è successo giovedì 17 luglio a Campascio, in occasione dell’inaugurazione del nuovo negozio solidale promosso dall’Associazione Interventi Umanitari Valposchiavo. Un luogo piccolo, nato da un’intuizione concreta: raccogliere, selezionare e rimettere in circolo ciò che forse altrimenti andrebbe sprecato. Ma dietro questa semplicità, si muove qualcosa di più profondo.

L’iniziativa — racconta Auda Dorsa, ideatrice del progetto — è nata durante i primi mesi della guerra in Ucraina. L’associazione, già attiva da tempo, ha iniziato a raccogliere materiali da inviare nei territori colpiti in Ucraina, con spedizioni anche in Romania e in Moldavia. Non cibo ma ciò che la popolazione locale, e quella delle valli vicine (Valtellina e anche Val Bregaglia), poteva donare: mobili, stoviglie, vestiti, utensili, borse, zaini, scarpe. Oggetti utili, concreti, quotidiani. Oggetti che per alcuni avevano ormai perso la loro funzione, e un po’ di valore.

Organizzando queste spedizioni, che avvengono circa sette, nove volte all’anno, è emersa una nuova possibilità. Alcuni materiali erano ridondanti, magari non sempre spedibili. Ma abituati a spacchettare e rimpacchettare si è pensato: perché non aprire un negozio di seconda mano? Vendere ciò che si può, a buon prezzo, e utilizzare il ricavato per coprire, almeno in parte, i costi delle spedizioni. Una spedizione costa tra i 3.000 e i 3.500 euro. L’ultima è stata la ventunesima dall’inizio del conflitto fra Russia e Ucraina.

Il negozio aprirà due volte al mese, il secondo e l’ultimo giovedì. I beni invenduti verranno comunque imballati e spediti. Il presidente dell’associazione, Livio Mengotti, e la vicepresidente Laura Costa Compagnoni, sottolineano come questa iniziativa sia un modo per rendere sostenibile e continuo l’impegno collettivo creando una base stabile, pratica, autosufficiente.

La risposta della popolazione è stata significativa. Molti hanno donato, e non solo per solidarietà. Magari anche per alleggerirsi. Per liberarsi di ciò che non serve più, ma che “potrebbe ancora servire”. È un gesto semplice, eppure denso. Ogni oggetto donato è un frammento di biografia. Una presenza silenziosa che cambia proprietario e, nel farlo, cambia significato.

Il negozio, dunque, non è soltanto un luogo dove gli oggetti cambiano mano. È uno spazio che raccoglie le tracce di molte vite. Ogni oggetto esposto — una sedia, un piatto, un cappotto — racconta senza parlare. Non si tratta di un archivio della memoria, ma del suo contrario: qui gli oggetti non vengono conservati, ma rimessi in circolo. Non si contemplano, si usano. Non si proteggono sottovetro, ma si vendono a chi ne ha bisogno.

In questo senso il negozio è un museo al contrario. Non un luogo dove le cose vengono conservate e rese intoccabili, ma un archivio attivo, mobile, dinamico: un anti-museo. Qui gli oggetti non si trasformano in simboli, ma tornano strumenti. Non vengono sospesi nel tempo, ma vi si reimmergono.

È la sopravvivenza delle cose contro l’oblio della funzione. Una smentita alla logica dell’usa-e-getta: perché ogni cosa donata, venduta, spedita, dice in fondo la stessa cosa — che la storia non finisce quando smettiamo di usarla.

E senza tanta ideologia, si compie un gesto più politico di tante opinioni, ridare valore a ciò che il mercato ha già dichiarato morto. Resistere al ricatto dell’efficienza. Far sì che il superfluo diventi di nuovo essenziale. Non per tutti. Ma per qualcuno, da qualche parte.