La Pgi, all’incontrario. Breve storia di un tradimento

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Esiste un libro, scritto da un filosofo francese nel 1927, il cui titolo potrebbe prestarsi bene per descrivere l’odierna “situazione spirituale del tempo” all’interno della Pro Grigioni Italiano: «Il tradimento dei chierici». Il tradimento al quale Julien Benda si riferiva dopo la catastrofe della Prima guerra mondiale riguardava valori d’importanza universale ed era dunque certo ben più grave di quello di cui io desidero parlare. L’immagine è tuttavia calzante. Un tradimento, del resto, può anche manifestarsi nella scelta di un’esistenza che rifugge dai problemi, in modo da non doversi mai schierare. È più comodo non dire e non fare. E se proprio bisogna fare qualcosa, allora lo si fa contro i deboli, mai contro i forti.

Che oggi, oltre cent’anni dopo la fondazione della Pgi, l’italiano e la minoranza grigionitaliana siano ancora svantaggiati in svariati ambiti del servizio pubblico dei Grigioni è sotto gli occhi di tutti, tanto da non avere bisogno di essere dimostrato enumerando esempi. Non è dunque un frutto del caso che l’unica raccomandazione concernente l’attività del Sodalizio con cui si concludeva il rapporto di valutazione condotto su incarico della Confederazione nell’anno 2018/2019 affermasse lapidariamente: «La Pgi dovrebbe continuare e intensificare il suo impegno per garantire che l’italiano sia adeguatamente rappresentato nell’amministrazione cantonale e nelle aziende parastatali».

La domanda oggi è dunque: a che punto stiamo? La Pgi avrà rafforzato – come le veniva raccomandato – il suo lavoro di lobby condotto con determinazione nel decennio precedente? Oppure avrà, al contrario, compiuto un’inversione di rotta, andando alla ricerca di un comodo rifugio che le permettesse di continuare a spendere soldi pubblici senza più creare fastidi a sé stessa e, soprattutto, alle autorità politiche del nostro Cantone – cioè senza mordere, per così dire, la mano che la nutre?

C’era una volta – ormai da sei anni non c’è più – il premio «Cubetto Pgi» da assegnare a chi dimostrava di voler difendere«nel quotidiano l’uso dell’italiano, con gesti concreti, piccoli o grandi che siano». Esiste oggi ancora nella Pgi questa volontà di difendere l’italiano, che dovrebbe per lei essere – alla luce dei suoi stessi statuti – una sorta di imperativo categorico?

È quasi un’ovvietà ricordare che la condizione per rappresentare gli interessi di una minoranza non può essere altro che la garanzia dell’indipendenza dalla politica, che nei fatti – anche se non nella forma – rappresenta gli interessi della maggioranza. Non è tuttavia un dettaglio di poco conto il fatto che tale condizione sia esplicitamente menzionata nell’Ordinanza sulle lingue e poi, di nuovo, anche nell’accordo di prestazioni che dal 2009 regola il finanziamento del Sodalizio dalla mano pubblica. «L’indipendenza della Pgi è garantita», si afferma, e va da sé che – trattandosi di un accordo – tale indipendenza dovrebbe essere rispettata da entrambe le parti e, dunque, anche dalla Pgi medesima.

Se è facile credere che le autorità non apprezzino troppo le critiche, la questione che oggi si pone è se la Pgi sia riuscita a mantenere dritta la schiena, non facendosi intimorire né lusingare dal potere. A sentire le parole del suo presidente Franco Milani si direbbe di no. In un’intervista rilasciata ai microfoni della RSI il 7 settembre scorso, senza forse rendersi conto della gravità di ciò che stava affermando, Milani ha infatti dichiarato che «comunque [noi Pgi] non siamo un ente indipendente». Già in queste poche parole emerge in modo lampante come l’attuale direzione della Pgi sia vittima di un plateale fraintendimento del proprio ruolo.

Passiamo però dalle parole ai fatti. Molti tra voi si saranno accorti come, nei più recenti casi di discriminazione della minoranza grigionitaliana segnalati sulle pagine dei giornali, il Sodalizio si sia pacatamente limitato a promettere «approfondimenti istituzionali», senza poi più dare notizia alcuna del loro esito. Spesso è sembrato che la Pgi – anziché «monitorare la presenza dell’italiano presso enti, pubblicazioni e media e intervenire a favore della lingua italiana e della minoranza linguistica nei Grigioni», come è stabilito nell’accordo di prestazioni – abbia preferito contenere il proprio ruolo, facendo da semplice portalettere tra i media grigionitaliani e il Servizio specializzato per il plurilinguismo. Un ufficio, quest’ultimo, che quasi senza eccezione sembra soltanto rimbalzare le questioni altri uffici cantonali, cosicché sovente esse cadono nell’oblio.

Già il fatto stesso che i cittadini si rivolgano oggi perlopiù ai giornali, piuttosto che alla Pgi, può essere interpretato come un segnale del fatto che almeno alcuni hanno intuito quello che è ormai l’“andazzo” in seno al Sodalizio. I giornali parlano apertamente di «discriminazione»; la Pgi, invece, preferisce evitare questa espressione e, mettendoci un po’ di zucchero, si limita a parlare di «disattenzioni». In alcuni casi – ad esempio per la questione del concorso d’appalto per il ponte di Cimavilla – si è addirittura spinta ad inventare scuse poco credibili per l’operato delle autorità, salvo essere smentita pochi giorni più tardi della realtà dei fatti.

Fa certamente piacere sapere che di recente la Pgi ha dato il proprio appoggio a un incarico concernente la politica linguistica presentato dalla Deputazione grigionitaliana e insieme anche dalla Deputazione romancia in Gran Consiglio (che nel suo comunicato stampa la Pgi non ha tenuto a ringraziare). È tuttavia doveroso mettere in luce che tale iniziativa non proviene dalla Pgi, che – per quanto mi è noto – se ne è stata con le mani in mano fin quando altrinon si sono adoperati per presentare una proposta di atto parlamentare già ben definita e – ad essere onesti – anche più incisiva della versione finale, sin troppo indulgente nei confronti del Governo. In parole povere, per non perdere la faccia – questo è ciò che penso – la Pgi è saltata sulla nave quando stava ormai già entrando in porto.

Ci sono del resto anche altri fatti che il pubblico non conosce. Si tratta – bisogna dirlo – di una vicenda che tocca in prima persona chi scrive. Da parte mia ho fatto tutto ciò che potevo per tentare di lavare i panni sporchi in casa, rivolgendomi agli organi interni, purtroppo invano. Se oggi desidero parlare in pubblico di questa vicenda, nonostante io non abbia nulla da guadagnare, è perché ho creduto e continuo fermamente a credere nella «causa grigionitaliana». In verità vorrei poter dire di più, ma – come si vedrà oltre – ciò mi viene ad oggi impedito. Il Consiglio direttivo deve avere dimenticato che la Pgi è un’associazione e che la trasparenza al riguardo del proprio operato dovrebbe dunque essere per lei un dovere imprescindibile; spesso si comporta invece come una società segreta.

La storia inizia una sera di metà ottobre dello scorso anno, ripetendo un’azione che di tanto in tanto mi capitava di fare nello svolgimento di un mio compito professionale – la rassegna stampa – da me seguito con diligenza ogni giorno dell’anno, festivi inclusi. Scocciato dalla costante pubblicazione di bandi di concorso per i posti di lavoro nell’Amministrazione cantonale che discriminano la minoranza grigionitaliana, una sera d’autunno decido di trasmettere la segnalazione inviata ai regolari destinatari della rassegna stampa anche al Consigliere di Stato Peter Peyer, che conosco almeno un poco, quanto basta per darci reciprocamente del tu e per crederlo sensibile alla questione del plurilinguismo. Il lavoro di lobby– ho sempre pensato – si fa anche, e forse soprattutto, per mezzo dei contatti personali e senza disdegnare di rivolgersi direttamente alle più alte autorità politiche.

Bisogna ora osservare che da qualche tempo le mie regolari email di monitoraggio dei posti messi a concorso dell’Amministrazione cantonale erano introdotte da un paragrafo estratto dal rapporto del Centro per la democrazia di Aarau del marzo 2019 citato all’inizio di questo racconto. In tale paragrafo viene formulata una raccomandazione fondamentale, tra le più rilevanti dell’intero studio: «Il plurilinguismo dell’Amministrazione cantonale è di grande significato soprattutto per i grigionitaliani, poiché molti di loro sono perlopiù monolingui. […] È quindi importante che i dipendenti di lingua tedesca dell’Amministrazione cantonale acquisiscano una migliore conoscenza dell’italiano e che i candidati di lingua italiana non siano svantaggiati a causa di carenti conoscenze del tedesco. […] La (buona) conoscenza di una delle due lingue minoritarie dovrebbe essere un criterio centrale per l’assegnazione di ciascun posto di lavoro. La qualità delle conoscenze del tedesco non dovrebbe essere esplicitamente prioritaria per gli italofoni. […]» (traduzione e corsivi miei).

Sante parole, purtroppo sinora rimaste in buona parte inascoltate… come dimostravano gli esempi dei bandi di concorso acclusi alla mia email del 10 ottobre e ad altre molte email inviate negli anni e mesi precedenti. Ne cito uno soltanto, che non è neppure tra i peggiori: «Sono auspicate eccellenti capacità di espressione scritta in lingua tedesca. Conoscenze di un’altra lingua cantonale costituirebbero un vantaggio». In parole povere: la padronanza del tedesco a livelli di eccellenza – non comuni neppure tra i madrelingua – è una condizione inderogabile; la semplice conoscenza del romancio e/o dell’italiano un di più (talvolta) gradito, ma tutto sommato trascurabile.

Poco più di una settimana dopo avere inviato la mia segnalazione al Consigliere di Stato Peyer vengo informato – per interposta persona – che il capo del DGSS è intenzionato a rispondere. Bene, penso in quel momento, almeno qualcuno nel Governo si interessa alla nostra causa! Passano poi però alcune settimane senza che non io ne sappia più nulla. Forse – mi dico – Peyer ha infine pensato che una risposta non fosse necessaria. Una risposta, senza che io lo sapessi, era tuttavia stata inviata: non a me o all’indirizzo della rassegna stampa, ma direttamente al presidente della Pgi, violando a mio avviso in diversi modi il diritto di petizione, che garantisce a chiunque la possibilità di rivolgere alle autorità richieste, proposte, critiche e reclami, senza dovere per questo motivo temere svantaggi di qualsiasi genere (art. 33 cpv. 1 Cost. fed.).

Senza tirarla per le lunghe, riproduco di seguito la risposta di Peyer del 25 ottobre, da me ottenuta in virtù della Legge sulla trasparenza (allegato 1), permettendomi di inserire qua e là qualche breve commento: «Egregio signor Milani, il 10 ottobre ho ricevuto un’e-mail dalla Pro Grigioni Italiano con l’oggetto “Amministrazione / Bandi di concorso”. A quanto pare si tratta di una circolare. Il mittente dell’e-mail è rassegnastampa@pgi.ch, ma non ci sono firmatari. L’ho trovato un po’ irritante e non sapevo bene cosa fare con l’email. Non c’erano domande a cui rispondere [nda: ma poi risponde ugualmente, mostrando di avere ben compreso la domanda]. Mi permetto dunque di rivolgere a Lei come presidente della Pgi questa mia reazione a riguardo. Come membro del Governo, trovo molto insolito ricevere dall’organizzazione linguistica ufficiale per la lingua italiana un messaggio in questa forma e con questa struttura [nda: permalosetto, il tipo]. A quanto pare, gli altri membri del Governo non hanno ricevuto questa email.

«Parlo comunque a nome di tutto il Governo quando capisco la richiesta di un’adeguata rappresentanza dell’italiano all’interno dell’amministrazione cantonale. Come ho appreso dall’Ufficio del personale e dal Servizio specializzato per il plurilinguismo, avete già incontrato il capo ufficio Marco Blumenthal e il delegato Alberto Palaia e avete discusso di come l’italiano possa essere rappresentato in modo adeguato nell’amministrazione pubblica del nostro Cantone. Da come avete sentito, il Cantone sta lavorando alla questione linguistica del proprio personale anche nell’ambito della nuova strategia per le risorse umane […]. Il Cantone prende molto sul serio la questione sulle lingue, e dal 2007 applica l’Ordinanza cantonale sulle lingue [nda: ma rispetta solo in parte, in particolare quando si dimentica – diciamo così – di mettere a disposizione le necessarie risorse finanziarie]. Entrambi gli uffici citati sopra, tra l’altro, non fanno parte del dipartimento da me presieduto, ma dimostrano comunque la stretta collaborazione oltre i dipartimenti, quando si tratta di questioni linguistiche.

«Le offerte di lavoro dei diversi uffici vengono pubblicate in base alle esigenze specifiche dell’impiego. Conoscere più lingue cantonali è e rimane un criterio importante e le proposte di azione del 2019 che la Pgi ha citato nell’email sono uno dei tanti strumenti per preservare e promuovere l’italiano e il romancio [nda: quali dovrebbero essere gli altri?]. Le proposte formulate dal rapporto del 2019 sono un’ottima base, ma restano proposte che non sempre sono traducibili alla lettera [nda: sono cioè destinate a restare lettera morta]. Le chiedo gentilmente di rivolgersi in futuro a me o ad altri membri del Governo attraverso i canali abituali. Così possiamo trattare in modo più mirato ed efficace gli argomenti in questione».

Il messaggio di Peyer – almeno questo è positivo – è scritto in italiano (è peraltro plausibile che non l’abbia scritto lui). Lascia tuttavia l’amaro in bocca l’irritazione manifestata dal capo del DGSS per il semplice fatto di avere ricevuto una semplice segnalazione / petizione, cosa che dovrebbe accadergli ogni giorno, come pure lascia l’amaro in bocca la sua risposta nel merito, perché senza tradire alcun imbarazzo essa continua ad aggirare il problema fondamentale, cioè la discriminazione della minoranza grigionitaliana nell’assegnazione dei posti di lavoro del Cantone, in special modo tra i quadri.

Bisogna a questo punto chiedersi: quale sarà stata la reazione della Pgi? Sarà riuscita a mantenere la schiena dritta di fronte all’esplicito rifiuto di una sua storica rivendicazione, forse la più importante fra tutte? Senza girare intorno alla questione, riproduco di seguito la risposta inviata dalla Pgi il 14 novembre, ancora una volta ottenuta in virtù della Legge sulla trasparenza (allegato 2): «Sehr geehrter Herr RR Peyer, Besten Dank für Ihre Mitteilung vom 25. Oktober 2024. Wir verstehen und teilen Ihre Irritation. Dank Ihrer Stellungnahme haben wir überhaupt erfahren, dass unser Pressespiegel auch an Personen versendet wird, welche nicht auf der Mailing-List aufgeführt sind. Ein solches Vorgehen ist nicht akzeptabel. Dafür möchten wir Sie im Namen des ganzen Vorstandes um Entschuldigung bitten. Wir haben Massnahmen ergriffen um solche ärgerlichen Vorfälle zu vermeiden. Uns liegt sehr viel daran, dass unsere Kommunikation stets sachlich und respektvoll bleibt. Wir danken Ihnen für die offene und hilfreiche Anregung».

Sembra quasi un’ovvietà dover osservare che se la Pgi fosse un ufficio cantonale, la stessa Pgi dovrebbe rimproverarle di avere violato la Legge cantonale sulle lingue, che impone alle autorità di rispondere «nella lingua ufficiale nella quale sono state interpellate». Correttamente Peyer aveva scritto in italiano; la Pgi, da parte sua, ha invece ritenuto opportuno rispondere in tedesco. La prosternazione di chi dovrebbe rappresentare una minoranza si manifesta in modo emblematico nella scelta di piegarsi spontaneamente alla lingua della maggioranza.

Nelle poche righe della risposta al Consigliere di Stato Peyer l’autoumiliazione della Pgi si esprime però anche in almeno altre due forme. La prima è l’inserimento di un’informazione che a mio parere (e – avendo maggiore spazio – potrei anche dimostrarlo) non corrisponde al vero, cioè il fatto che la direzione della Pgi non sapesse che la rassegna stampa veniva occasionalmente inoltrata anche a persone non iscritte, spesso rappresentanti del mondo politico.

Lasciando da parte questo aspetto che riguarda me soltanto, la seconda forma di autoumiliazione che la Pgi ha manifestato nella sua risposta a Peyer è la rinuncia a qualsiasi, anche solo velata contestazione nel merito della risposta del capo del DGSS: «Per noi è molto importante che la nostra comunicazione rimanga sempre obiettiva e rispettosa». Se la semplice segnalazione dei bandi di concorso che discriminano la minoranza grigionitaliana non è più un modo di agire «obiettivo e rispettoso», allora – penso – siamo tornati all’epoca in cui vigeva il reato di lesa maestà. I veri svizzeri – anche se si tratta solo di una leggenda, il significato della storia di Guglielmo Tell non è privo di valore – non amano inchinarsi di fronte al cappello del Gessler di turno. Non, invece, la Pro Grigioni Italiano.

Una frase della risposta della Pgi al Consigliere di Stato Peyer resta ancora da commentare: «Abbiamo preso provvedimenti per evitare simili spiacevoli incidenti». Quali sono? In primo luogo, l’immediata sospensione della rassegna stampa, che – per quanto mi è noto – dura ancora oggi. In secondo luogo, la scelta – solo molto timidamente contestata all’interno del Consiglio direttivo – di allontanare il prima possibile il collaboratore che si era macchiato del reato di lesa maestà.

Vorrei poter dire di più, pubblicando anche i relativi documenti al riguardo, se soltanto la Pgi – per mezzo del suo avvocato – non si fosse già impegnata per bloccare la pubblicazione di una mia “lettera aperta” ricca di ulteriori fonti e considerazioni sulle pagine del «Grigione Italiano». Per evitare che tale episodio si ripeta, faccio un passo indietro, aspettando tempi migliori per rivelare al pubblico la storia completa. Attualmente un ricorso per diniego di giustizia in relazione alla Legge sulla trasparenza è pendente presso il Tribunale d’appello. C’è da augurarsi che presto i giudici confermeranno che la Pgi svolge un compito pubblico ed è perciò senz’altro sottoposta alla Legge sulla trasparenza, diversamente da quanto afferma il suo nuovo avvocato ticinese (allegato 3; in maniera opposta – come si può desumere dall’allegato 2 – doveva pensarla il dr. Luca Tenchio, inizialmente incaricato dalla Pgi di occuparsi delle mie richieste d’accesso a documenti ufficiali).

Pur di impedirmi l’accesso ad alcuni documenti – a mio avviso allo scopo di proteggere gli interessi di pochi, piuttosto che gli interessi del Sodalizio in quanto tale – la Pgi nega infatti ora di essere investita di compiti pubblici, benché il suo statuto dichiari in maniera inequivocabile che «la Pgi è riconosciuta dalla legge federale e dalla legge cantonale e svolge attività di diritto pubblico» (art. 1 cpv. 2). E fa ciò in maniera intenzionale, nonostante sia a conoscenza di una perizia giuridica pubblicata dal Centro per la democrazia di Aarau su incarico della Lia Rumantscha, che – come noto – ha per legge una posizione identica a quella della Pgi. In questa perizia si legge che «con la conclusione dell’accordo di prestazioni, il Cantone dei Grigioni trasferisce l’adempimento di un compito pubblico a un’istituzione privata. […] L’accordo di prestazioni è un contratto di diritto amministrativo tramite il quale sono trasferiti alla LR compiti esecutivi. Un’importante conseguenza giuridica di tale trasferimento deriva dall’art. 35 cpv. 2 Cost. fed. Secondo tale disposizione, chiunque eserciti compiti pubblici è vincolato al rispetto dei diritti fondamentali» (Andreas Glaser / Corsin Bisaz, Die Lia Rumantscha und die Repräsentation der Rätoromanen,ZDA, Aarau 2014, pp. 26 sg.; traduzione mia).

Se ci si chiede perché la Pgi sia persino pronta a sconfessare il proprio stesso statuto pur di impedirmi l’accesso a documenti che io ritengo di pubblico interesse, la risposta si trova all’interno della stessa presa di posizione dell’avvocato della Pgi di fronte ai giudici del Tribunale d’appello: i documenti richiesti non solo riguarderebbero strettamente questioni di diritto privato escluse dall’applicazione della Legge sulla trasparenza (cosa che ovviamente contesto; del resto, se la questione davvero riguarda me soltanto, perché impedirmi l’accesso?), ma addirittura potrebbero «minacciare la posizione di un organo pubblico in trattative in corso o prevedibili» (allegato 3, p. 9 PDF). Se questa è l’argomentazione della Pgi, è giusto rivelare che ormai è troppo tardi: il Governo – a partire dal Consigliere di Stato dr. Jon Domenic Parolini – è già stato dettagliatamente informato.

Già soltanto la risposta inviata al Consigliere di Stato Peyer alla metà di novembre basta ad ogni modo ad illustrare quanto la Pgi sia oggi intimorita da qualsiasi sussulto del potere. L’importante per il Consiglio direttivo – questo, almeno, è ciò che appare – è ormai soltanto poter fare “bella figura” con il Governo. Quando si tratta di politica linguistica sembra oggi preferibile per la Pgi non dire e non fare – perlomeno nulla che riguardi temi concreti, nulla che possa apparire come una critica, nulla che possa creare fastidio.

Nessuno vuole negare che nel lavoro di lobby servano anche doti di diplomazia. Diplomazia, tuttavia, non significa edulcorare o, ancor peggio, mettere a tacere ogni critica: quello si chiama asservimento. Negli anni in cui i leader mondiali annunciano le loro intenzioni su «X» o su «Truth», anche le più bellicose, la Pgi crede – in buona fede o meno – di poter ottenere qualche progresso nella promozione dell’italiano parlando in segreto con gli emissari del Governo, senza quasi mai lasciare alcuna traccia scritta e senza mai portare presentare al pubblico le proprie rivendicazioni e la concreta attività che viene svolta per realizzare tali obiettivi? È ovvio che in questo modo la Pgi non potrà mai essere vista come una (contro)parte che merita di essere ascoltata e presa sul serio. È dunque scontato che il destino di molte questioni riguardanti l’italiano nel nostro Cantone sia quello di finire sepolte in un cassetto alla Quaderstrasse perché vengano mangiate dalla polvere.

A rischiare di finire mangiata dalla polvere è però anche la Pgi medesima, ormai incapace di interpretare il ruolo pubblico che le è affidato dal proprio stesso statuto. Si tratta infatti di un ruolo che non può limitarsi all’edizione di libri e riviste, né tantomeno all’organizzazione di eventi frequentati da un pubblico più o meno sparuto e – almeno talvolta – assai discutibili dal punto di vista della loro relazione con la lingua italiana e/o la cultura grigionitaliana. Quello che manca, quello che più non viene fatto dalla Pgi per provare a migliorare la posizione dell’italiano nel servizio pubblico del nostro Cantone, è stato sostituito con la stanca e stancante ripetizione delle «Giornate grigionitaliane»: non mi sembra essere stato un buon affare.

Qualche anno fa un fedele socio della Pgi ha scritto sul principale quotidiano del Cantone che la trasformazione del Sodalizio avviata negli anni 2007-2008 era «sotto diversi aspetti irreversibile», portando come principale esempio il «grande passaggio che ha trasformato la Pgi da associazione incaricata della distribuzione di sussidi “ad annaffiatoio” in attore di dialogo con il Cantone in merito a tutte le questioni relative alla lingua italiana». Pubblicato poco dopo l’addio del segretario generale Giuseppe Falbo, formidabile promotore e protagonista di tale trasformazione, l’articolo si chiudeva con l’esortazione a «perseguire con altrettanto nerbo quel dialogo, non sempre facile, con il Cantone […] affinché il riconoscimento della nostra lingua nei Grigioni non venga (mai) più relegato nel dimenticatoio».

Purtroppo, con sincero rimpianto, devo costatare che nel corso degli ultimi anni quel «nerbo» si è invece ormai sfibrato, esaurito. Oggi trionfa la pusillanimità. A chi può ancora servire una Pgi del genere?


Paolo Fontana