Arno Lanfranchi ci spieghi: Che ci facevano i cavalli poschiavini nella Piana della Selvetta?

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Fonte: iSTORIA • Archivi fotografici Valposchiavo

“Si può rimanere sorpresi nel constatare che nell’Archivio del Comune di Poschiavo (ACP) sono conservate tre sentenze che riguardano controversie per diritti di pascolo in Valtellina”. Questo l’incipit, poco sorprendente in verità a prima vista, dell’articolo scritto dal poschiavino Arno Lanfranchi per il Bollettino della Società Storica Valtellinese n° 77, recentemente edito.

Il primo pensiero infatti è: chissà quanto numerose saranno state nel tempo queste controversie?
Il seguito però aggiunge un primo elemento chiarificatore: si tratta di pascoli siti nel Piano della Selvetta, territorio oggetto di contesa in particolare tra i comuni di Ardenno e Forcola, a cui si aggiungerà in seguito Colorina.

E i poschiavini? Al tempo!, esclamerebbe probabilmente Lanfranchi.
Il Piano della Selvetta, conteso tra Ardenno e Forcola, “è percorso in tutta la sua lunghezza dal fiume Adda. A causa dei periodici straripamenti, l’Adda durante i secoli ha cambiato più volte il suo corso nella pianura del fondovalle. Le vestigia della “Vecchia Adda”, che spostandosi verso nord andava a lambire le località pedemontane, in modo particolare Ardenno, sono ancora oggi visibili. Solo con la bonifica, iniziata dagli Austriaci nel 1830, l’Adda è stata rettificata e costretta a fluire nell’odierno invaso, protetto da solidi argini”.

Epperò rimane l’interrogativo di fondo: perché simili documenti riguardanti la Valtellina sono stati conservati nell’archivio del Comune di Poschiavo?
Ecco l’articolata ed esaustiva risposta. “Nei documenti risulta che pure i Grigioni – in modo inaspettato – avessero un diritto di pascolo in questo territorio. (…) Nel corso del tempo si era instaurata la consuetudine di concedere ai cavallanti delle Tre Leghe di lasciar pascolare i loro cavalli nel Piano della Selvetta per un determinato periodo dell’anno, contro il versamento di una congrua tassa. Va da sé che le comunità avevano un grande interesse a trarre profitto da questa possibilità, ma questa dipendeva naturalmente dall’estensione del proprio territorio. Era dunque più che naturale che le liti confinarie per l’usufrutto del Piano della Selvetta ricorressero con una certa periodicità”.

E qui bisogna rivolgerci alle “cantanti carte” depositate negli archivi.
Il primo documento è una sentenza della dieta delle Tre Leghe del 1° giugno 1581; il secondo è del 9 novembre 1586, emessa dal capitano Battista Salis di Soglio e dal podestà di Morbegno Giovanni Fanzun; il terzo è una decisione del 15 giugno 1645, emessa dai sindicatori delle Tre Leghe: documenti appunto conservati a Poschiavo. Ma non finisce qui.

Nella sentenza dell’86 risulta che i proprietari dei cavalli erano in massima parte poschiavini ed engadinesi.
Chiede Lanfranchi: “Che interesse potevano avere questi a tenere cavalli in un luogo così lontano, dato che a casa propria di superfici pascolive ne avevano in abbondanza?

La risposta può essere solo una: si tratta dei cavalli dei somieri (Säumer) o cavallanti che scendevano in Valtellina a caricare vino. I cavalli dovevano poter riposare e rifocillarsi da qualche parte, prima di affrontare il lungo viaggio di ritorno, carichi del prezioso bene. Dai documenti risulta che i cavalli rimanevano lì non soltanto per una notte, ma, specialmente in primavera, per periodi più lunghi.

In Valtellina la primavera iniziava molto prima e poter lasciare lì i cavalli per diverse settimane a pascolare allo stato brado risparmiava le proprie riserve di fieno.
Numerose erano le famiglie poschiavine e engadinesi attive nel trasporto del vino di Valtellina attraverso i passi retici. Molte di queste avevano alle proprie dipendenze dei famieli che si assumevano il duro lavoro di cavallanti. Ogni famiglia poschiavina aveva in linea di principio il diritto di partecipare a turno, secondo un sistema a rotazione, al trasporto delle merci sul passo del Bernina. Solo una minoranza poteva comunque permettersi il lusso di mantenere cavalli”.

E in nota Lanfranchi osserva: “Nonostante l’abbondante letteratura sul vino di Valtellina l’organizzazione e le modalità di trasporto, come pure la dura vita dei cavallanti, somieri e vetturini, sono state finora poco indagate”. E aggiunge: “I documenti sono stati digitalizzati e sono consultabili online sul sito dell’Archivio del Comune di Poschiavo, cui sono state aggiunte in un secondo tempo le rispettive trascrizioni integrali dei testi. https://www.recuperando.ch/progetti/ comune-di-poschiavo/pergamene/”.

Fonte: iSTORIA • Archivi fotografici Valposchiavo

Vengono quindi citate altre sentenze relative a ricorsi del Comune di Colorina a tutela di legittimi interessi.
E poi si arrivò al 1620, al “Sacro macello”, più propriamente successivamente definito come “Rivolta valtellinese”: “Tutto si ferma per più di un ventennio, complice il fatto che i traffici commerciali e in modo particolare l’esportazione del vino valtellinese verso i Grigioni avevano subito un brusco arresto.

Ritornata la Valtellina sotto il dominio delle Tre Leghe, ecco che la questione del pascolo della Selvetta si ripresenta. A parlarcene questa volta è la terza sentenza conservata nell’archivio del Comune di Poschiavo”.

La soluzione è un compromesso: le richieste dei poschiavini ed engadinesi non vengono interamente accolte. Il loro diritto di lasciare in cavalli nel piano dal 23 aprile all’8 di giugno viene comunque confermato. I comuni non ottengono l’intero indennizzo chiesto per il diritto di pascolo, però i “cavallanti” devono contribuire a coprire i costi dei “campari” che le comunità devono mettere a disposizione per la sorveglianza dei cavalli.

“Dobbiamo ritenere infine che con il passaggio della Valtellina alla Repubblica Cisalpina nel 1797, e con la conseguente confisca reta (tema doloroso e ricorrente nella pubblicistica, n.d.r.), anche i diritti dei cavallanti grigioni sui pascoli della Selvetta siano andati definitivamente persi”, conclude Arno Lanfranchi.

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Nel presente numero del Bollettino troviamo anche un contributo di Luca Marazzi dal titolo: Note sull’iconografia della stüa Pestalozzi Castelvetro del 1585. Si tratta del bene culturale chiavennasco, oggi al Landesmuseum di Zurigo, inopinatamente venduto nel 1890 da Giuseppe Martinucci.

Di tutt’altro argomento, ma non meno interessante: La mortalità infantile a Tirano dal 1866 al 1929, opera dei tiranesi Alberto Enrico Gobetti (storico) e di Enrico Beretta (medico).