Lo scorso fine settimana, venerdì 5 e sabato 6 settembre 2025, Poschiavo ha ospitato il convegno internazionale “Sulle tracce dei pasticcieri grigionesi nei Paesi di destinazione”, organizzato dalla Società Storica Valposchiavo, dalla Fondazione Musei Valposchiavo e dall’associazione iSTORIA – Archivi fotografici Valposchiavo. L’evento, caratterizzato da conferenze, passeggiate culturali e una cena storico-culinaria, ha riunito esperte provenienti da Spagna, Polonia, Inghilterra e Francia per riflettere sul ruolo che pasticcieri e caffettieri valposchiavini hanno avuto nella diffusione di un modello d’eccellenza – i celebri Café Suisse, Café Suizo e Swiss Café – nelle città europee di destinazione.
Tra i momenti più seguiti, la conferenza di sabato pomeriggio ha trasportato il pubblico in un affascinante viaggio nel tempo, ricostruendo l’emigrazione dei pasticcieri grigionesi verso il nord-ovest della Francia.
A cominciare l’incontro è stata Lucie Drouin, genealogista e storica con un MA in genealogia e araldica presso l’università di Le Mans, che ha presentato una dettagliata ricerca dal titolo: “Les pâtissiers grisons et leurs descendants dans le nord-ouest de la France (Bretagne, Normandie, Pays de la Loire) entre 1792 et 1914”.
Drouin ha tracciato un profilo ricco e sfaccettato di questa migrazione professionale, costruito su fonti d’archivio come anagrafi civili, registri militari, annunci sui giornali d’epoca, e certificati di matrimonio e morte. Attraverso questi documenti, ha delineato l’identità di centinaia di migranti provenienti soprattutto da Poschiavo (oltre 60 documentati) e in misura minore da Brusio (circa 10).
I dati raccolti, sebbene non sempre precisi a causa della mancanza di registrazioni dettagliate nel XIX secolo, indicano che il picco migratorio si è verificato tra il 1850 e il 1860. La migrazione si è poi arrestata a ridosso della Prima Guerra Mondiale, non tanto a causa del conflitto in sé, ma per una combinazione di fattori, tra cui una situazione economica più favorevole nei Grigioni e una maggiore difficoltà nel trovare opportunità di lavoro in Francia.
La pasticceria, a differenza della panetteria, era un settore di quasi lusso, con poche attività concentrate in aree specifiche. I pasticceri grigionesi, per evitare la concorrenza tra connazionali, si sparpagliarono nelle varie città del nord-ovest francese, pur mantenendo una rete di contatti per scambiarsi informazioni e consigli.
Il viaggio era arduo e le condizioni di vita spesso precarie, soprattutto per i primi arrivati. L’età media di questi migranti era di circa 25 anni, e molti di loro arrivavano come apprendisti. Una curiosa scoperta della ricerca è che il 13% degli emigranti erano donne, ma i documenti tendevano a sottovalutarne il ruolo, registrandole spesso come “senza professione”, anche se le loro abilità finanziarie e linguistiche erano fondamentali per il successo delle attività.
Alcune furono pioniere, come Elizabeth Taversa di Davos, alla guida della sua pasticceria per quasi 30 anni, da nubile.
Tuttavia, il successo non era garantito per tutti.
Drouin ha sottolineato che, purtroppo, il tasso di mortalità tra i giovani emigranti era elevato a causa delle difficili condizioni di lavoro e igieniche. Alcuni affrontarono fallimenti, problemi finanziari e persino casi di suicidio.
A seguire, lo storico locale Gian Walther ha fornito ulteriori informazioni sulla vita all’epoca dei pasticcieri emigrati, citando Peter Michael-Caflisch. Quest’ultimo sosteneva che l’80% degli emigranti grigionesi non raggiunse mai la ricchezza, e solo pochi fecero fortuna. Questo dato ridimensiona in parte la narrazione del successo, riportando l’attenzione sulle fatiche e sulle speranze spesso disilluse di chi partiva.
Walther ha inoltre fornito alcuni ritrovamenti storici, come la lettera di Daniel Josty, che dimostrano la vivacità dei legami e dei progetti che univano gli emigrati.
La conferenza si è conclusa con un breve dialogo con il pubblico, moderato dal giornalista Daniele Papacella, che ha espresso la sua soddisfazione per l’interesse dimostrato. Aggiunge che questi pasticceri, più che fuggire dalla povertà, erano dei veri e propri “vincitori di opportunità”, spinti dal desiderio di fare fortuna e migliorare la propria condizione sociale.
La domanda finale è venuta quasi spontanea: si può pensare a un bis? Papacella è cauto ma ottimista: “Non possiamo farlo ogni anno, soprattutto con risorse volontarie, ma è chiaro che affrontare temi storici così sentiti funziona. Sarebbe bello ricevere proposte per future edizioni.”















