Lingua e identità. A Berna si parla poco italiano – e a Coira ancora meno

1
702
pixabay

«A Berna si parla poco italiano», scriveva il Corriere del Ticino l’8 settembre. Una constatazione di vecchia data, che purtroppo non ha perso nulla della sua attualità: la terza lingua nazionale è, nel Palazzo federale, al massimo un ornamento. Ma diciamolo chiaramente: anche il Canton Grigioni, l’unico cantone con una significativa minoranza italofona, non fa di meglio. Le autorità cantonali grigionesi amano presentarsi come multilingui, ma quando si passa ai fatti, l’italiano resta la solita nota marginale.

Il mandato Censi – annacquato e probabilmente senza conseguenze

Il cosiddetto “mandato Censi”, relativo all’attuazione della politica linguistica cantonale e che sarà discusso nella prossima sessione, mirava a rafforzare la presenza dell’italiano nell’amministrazione. Le autorità cantonali hanno nel frattempo risposto – con frasi fatte, rimandi e promesse vaghe. Chi legge la loro presa di posizione percepisce soprattutto una cosa: la volontà di cambiare il meno possibile. Le chiare raccomandazioni di una valutazione del Centro per la democrazia di Aarau vengono sì accolte, ma subito relativizzate. In essa si legge chiaramente: «La lingua italiana è istituzionalmente sottorappresentata nel Cantone, il che può portare, a lungo termine, a una perdita d’identità e di rilevanza». Questo avvertimento è scritto nero su bianco – ma le autorità cantonali restano inamovibili.

Il programma delle autorità cantonali – Multilinguismo solo sulla carta

Il programma delle autorità cantonali 2025–2028 contiene 88 misure. Nulla da eccepire, senonché cosa rimane per l’italiano? Chi guarda da vicino se ne accorge: mentre il romancio viene fortemente promosso – e giustamente –, l’italiano resta nell’ombra. Il plurilinguismo viene celebrato, ma nella pratica significa spesso solo tedesco e romancio. L’italiano è tollerato, non vissuto.

Chi comanda non parla italiano

La domanda decisiva è: quante persone in posizioni dirigenziali dell’amministrazione cantonale provengono dalle regioni italofone dei Grigioni – dal Moesano, dalla Valposchiavo, dalla Bregaglia? Le autorità cantonali non forniscono cifre al riguardo. Ma chi conosce la realtà amministrativa lo intuisce: sono pochissime, in molti dipartimenti addirittura nessuna.
Così emerge tutta la sproporzione: se ai tavoli decisionali non siede quasi nessuno che parli italiano, la lingua resta invisibile. Studi, mandati, strategie – tutto rimane carta straccia finché la realtà ai vertici resta diversa. Sarebbe ora che Parlamento, media e opinione pubblica chiedessero con forza questi dati. Solo così si può capire se la tanto proclamata adesione al plurilinguismo sia qualcosa di più di una dichiarazione di facciata.

Dov’è la voce della PGI?

Ma anche la società civile ha le sue responsabilità. La Pro Grigioni Italiano (PGI) si considera tradizionalmente l’avvocata della lingua e della cultura italiana. Il suo ruolo dovrebbe essere quello di criticare apertamente e con forza le istituzioni quando le leggi e i mandati costituzionali non vengono rispettati – che si tratti di Berna o di Coira. Negli ultimi anni, però, questa voce si è fatta più debole. Le critiche della PGI appaiono più caute, più moderate, quasi addomesticate.
Si percepisce che l’attitudine combattiva di un tempo, la necessaria incisività e la pressione sulle autorità si sono affievolite. Così la minoranza italofona perde non solo sostegno politico, ma anche un importante strumento di controllo. Perché senza una società civile vigile, la difesa della lingua resta nelle mani delle istituzioni – che finora hanno mostrato scarso interesse a muoversi.

Una responsabilità che nessuno assume

Eppure i Grigioni hanno una responsabilità particolare. Se già a Berna l’italiano è invisibile, le autorità di Coira dovrebbero agire con tanto più decisione. Invece, esitano a fare passi chiari, forse per timore di “rompere gli equilibri”. Ma di fatto ciò che si disturba davvero sono i diritti e l’identità della popolazione italofona.

Conclusione

Il bilancio è deludente: «A Berna si parla poco italiano» – e a Coira pure. Le autorità cantonali hanno perso l’occasione di dare un segnale forte. Chi vuole prendere sul serio l’italiano non ha bisogno di buone intenzioni, ma di decisioni coraggiose: quote vincolanti, promozione mirata, presenza visibile.
E serve una società civile critica, che non taccia ma eserciti pressione. Tutto il resto è immobilismo – e l’immobilismo, si sa, è un passo indietro.


Luigi Menghini

(testo apparso in tedesco nel Bündner Tagblatt, l’8 ottobre 2025)

1 COMMENTO

  1. Concordo appieno con Luigi Menghini. Ho notato che negli ultimi 20 anni man mano che responsabili dipartimentali poschiavini o italofoni andavano in pensione sono stati sostituiti da impiegati tedescofoni. Sembra dunque che qualcosa che non quadri. Forse l’impostazione dei bandi di concorso? Vengono seguite le regole e le indicazioni in merito alla lingua italiana quando si assegnano i posti?
    In ogni caso poi quando hai a che fare con questi funzionari tedescofoni ti accorgi spesso che non sanno l’italiano o lo conoscono molto approssimativamente. Di conseguenza le sedute a Poschiavo devono essere, quasi sempre, tenute in tedesco. Non parliamo poi dei contatti telefonici: ho provato alcuni anni fa a comunicare con la polizia (il telefono era deviato a Coira) facendo finta di non sapere il tedesco e ho perso sicuramente 15 minuti a cercare di farmi capire. Per finire sono poi stato deviato a S. Bernardino.
    Nella mia professione a livello di capitolati d’offerta, sia per lavori cantonali che della Ferrovia retica, da anni non si rispettano le regole per cui la lingua del capitolato dovrebbe essere quella del posto dove si trova l’oggetto da costruire. Esempi anche di concorsi d’architettura, come l’ultimo del ponte Cimavilla, si fanno solo in lingua tedesca e si pretende anche che chi fa il concorso consegni tutta la documentazione in tedesco.
    Confermo e ribadisco che nell’amministrazione cantonale ci son troppo pochi italofoni e che troppi tedescofoni non sanno l’italiano. Se le regole (sapere l’italiano a un certo livello) fossero anche rispettate e controllate, penso che molti più italofoni sarebbero impiegati nell’amministrazione cantonale.
    Sono anche d’accordo che PGI deve essere più efficace, più severa. Urge pretendere dal Cantone le statistiche che dimostrino se l’italiano è tenuto in considerazione secondo le regole, come è stato anche promesso al Granconsigliere Censi.