Per decenni, tra la metà del Cinquecento e i primi anni del Seicento, Poschiavo e Chiavenna furono un faro di speranza per i protestanti perseguitati della Penisola italiana, un punto di riferimento cruciale, quasi una “Ginevra italiana”. Questa affascinante rivelazione emerge dal meticoloso lavoro di ricerca di Federico Zuliani, storico milanese attualmente di stanza a Magonza, in Germania, che ha dedicato gli ultimi quindici anni alla riscoperta delle chiese riformate di lingua italiana sorte a sud delle Alpi, in Valtellina e nelle valli del Grigione italiano.
Il frutto di questa indagine è confluito nel suo recente volume “Quelli senza messa. Le comunità protestanti italofone della Rezia, c. 1550-1620”, pubblicato lo scorso anno dalle Edizioni dell’Orso. Un libro di storia che si distingue per la sua scorrevolezza e piacevolezza di lettura, come sottolineato durante l’evento tenutosi lo scorso venerdì 13 giugno nell’aula Riformata di Poschiavo. Qui, Zuliani ha dialogato con il pastore della Comunità evangelica riformata Paolo Tognina, dando vita a un racconto condiviso che ha affascinato il pubblico.
Una Riforma autoctona ai margini delle Alpi
Le “chiese retiche” – una trentina di comunità – rappresentano un caso quasi unico: una Riforma protestante esclusivamente di lingua italiana che si affermò sul versante meridionale delle Alpi nella prima età moderna. Il campo di indagine di Zuliani abbraccia il periodo che va dagli anni Cinquanta del Cinquecento fino al tragico “Sacro Macello” del 1620, un pogrom che annientò quasi completamente la presenza protestante in queste regioni.
La Riforma protestante non fu un evento isolato, ma un lungo processo che raggiunse Poschiavo sia da nord (Coira, Zurigo e la Germania) che, in modo forse più sorprendente, da sud, dall’Italia stessa. Sebbene la Riforma in Italia “fallì” negli anni Venti, Trenta e primi Quaranta del Cinquecento, portando a persecuzioni e all’Inquisizione, molti protestanti italiani trovarono rifugio in queste valli, attratti dalla possibilità di professare liberamente il proprio credo. La prima comunità sorse a Brusio, ma poche sono le notizie giunte fino a noi.
Ciò che rende queste comunità particolarmente interessanti, come ha spiegato Zuliani, è il loro carattere autoctono. La Riforma in Rezia non fu semplicemente importata, ma si sviluppò in loco, plasmata da un “mondo italiano” che, pur fallendo nel resto della penisola per mancanza di appoggio politico e di volontà di lotta, trovò qui la sua espressione. Per i protestanti italiani, la Valtellina e le valli del Grigioni divennero un santuario dove la loro fede, altrove clandestina, poteva essere vissuta apertamente.
Vita quotidiana e autonomia delle comunità
Il volume di Zuliani si articola in quattro capitoli, offrendo un quadro completo di queste comunità. Il primo esamina le chiese nel loro insieme, fornendo una panoramica della loro storia e delle loro peculiarità. Il secondo capitolo analizza l’impatto di queste chiese sull’intera società retica, inclusa la parte cattolica. Il terzo si concentra sulla figura del ministro, il “nuovo professionista del sacro” alla guida delle chiese riformate. Infine, il quarto capitolo indaga il ruolo dei “laici” e l’organizzazione interna di queste comunità.
Quantificare il numero esatto di protestanti è difficile a causa della scarsità di documenti, ma si stima che raggiungessero circa il 10% della popolazione, con variazioni a seconda dei comuni. A Poschiavo, per esempio, due comunità convivevano nel borgo, mentre a Brusio la chiesa era utilizzata da entrambe le confessioni, una pratica ancora in uso.
Un aspetto affascinante della vita quotidiana di queste comunità era la loro rivendicazione di autonomia, in particolare nella scelta del ministro e nella gestione della vita ecclesiastica. La Santa Cena, ad esempio, si svolgeva in modo peculiare: i protestanti si sedevano a un tavolo dove da una parte si trovava il collegio (anziani e diaconi), il ministro al centro e dall’altra i fedeli, per un totale di dodici persone, a simboleggiare gli apostoli. Il pane veniva spezzato e fatto circolare, seguito da un bicchiere di vino, anch’esso condiviso, in una celebrazione che vedeva uomini e donne apparentemente mescolati senza distinzioni di genere.
Il lavoro di Federico Zuliani ci restituisce una pagina di storia importante e spesso poco conosciuta, rivelando la resilienza e la profonda spiritualità di comunità che hanno lasciato un segno indelebile nel paesaggio storico e religioso delle Alpi.















